I tre continuismi e i girotondi
Sandra Coronella - 15-09-2002
Il continuismo, mi pare ormai evidente, ha diverse versioni:

- quello di *sinistra-sinistra*, che si oppose alla politica scolastica di Berlinguer—De Mauro ed oggi si oppone, considerandola la logica continuazione, a quella della Moratti (forse in modo un po’ meno intenso, ma questo è normale, perché è normale arrabbiarsi di più con gli amici…ed anche per evidenti e meno nobili ragioni di ricerca di un proprio spazio politico);

- quello di *sinistra-destra*, che pensa invece che le analogie, le continuità fra Berlinguer e Bertagna siano un dato positivo, se mai non sufficientemente valorizzato. Si sostiene cioè che esistano valori e acquisizioni comuni (moderne? Europee? Istituzionali?) da cui né la destra né la sinistra possano né vogliano realmente allontanarsi. Ciò che manca sarebbe quindi solo la capacità – in un contesto bipartisan di farle emergere e cercare le soluzioni operative migliori.

Ambedue le scuole di pensiero analizzano documenti, dati, tesi e ipotesi, a mio parere non senza una buona dose di forzature, luoghi comuni e deformazioni della realtà.
Far loro le bucce punto per punto potrebbe essere un bell’esercizio, ma sarebbe anche – a mio parere – tempo perso.
Se ciò che si vuole è dimostrare una tesi politica (e di questo si tratta) …non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

A me però interessa molto di più un terzo tipo di *continuisti*.
Sto parlando di coloro che, nella scuola, hanno sviluppato un sentimento di ostilità verso chiunque tenti di strumentalizzare i loro problemi, appunto ,a fini di parte.
Sono coloro che temono in massima parte la propaganda e che si sono fatti la convinzione (in misura maggiore o minore) che né partiti, né sindacati, e neppure, purtroppo, le istituzioni, siano in grado di dare un contributo positivo alla loro fatica di ogni giorno ed in generale alla scuola (mi riferisco infatti specialmente a docenti, ma anche a ATA, genitori, studenti,…).
Li definisco continuisti in quanto ieri come oggi si sono visti piovere addosso ogni sorta di provvedimenti e indicazioni, spesso dannosi, a volte assurdi, a volte inutili o banali, e che hanno visto svuotate di significato anche le proposte in cui avevano creduto. E ieri come oggi hanno visto il loro lavoro oggetto di discorsi spesso vuoti, astratti, palesemente falsi.
Sono persone stanche, che ormai faticano anche a cogliere le differenze.

All’interno di questo terzo gruppo c’è un po’ di tutto: gente che rimpiange la perdutà severità, ma anche persone che malgrado tutto continuano a lavorare nello spirito di una scuola che cambia, gente la cui sfiducia confina ormai col qualunquismo, ma anche rabbia e protesta che non sa dove confluire.
A nessuno è giusto appiccicare etichette.
E’ giusto invece capire che chi non riesce a raggiungere questo magma, a parlare a colui che definirei il docente medio (ma anche l’ATA, il genitore…) e che però – come spiegavo ha molte facce – ha perso in partenza la propria battaglia.
E questo ci riguarda.

Le persone che erano a Roma, il 14 settembre, e tutti coloro che non c’erano, ma c’erano idealmente con il loro consenso, erano accomunate non da un progetto di nuova società.
Erano lì per la difesa di valori che solo poco tempo fa avremmo dato per acquisiti: la giustizia e la legge uguale per tutti…la libertà di espressione…
Vive il mondo della scuola lo stesso allarme? E’ partecipe di quello più generale? Non completamente, credo.
Ma non otterremo fiducia e mobilitazione continuando nel tiro alla fune

Non c’è proprio bisogno di forzare.
Il dato sulla sperimentazione, il fatto che tanti collegi docenti abbiano respinto la proposta, è una novità cui mi pare non stiamo dando abbastanza attenzione.
E l’aspetto economico (e sappiamo quanto nella scuola questo sia strettamente connesso alla visione del proprio ruolo)? Non ci sarà contratto accettabile con questo disegno di politica economica.
E la precarizzazione? Le mancate immissioni in ruolo? Sono sotto gli occhi di tutti.
Ma per coinvolgere e mobilitare occorre una svolta, un segnale di discontinuità evidente (contro i continuismi), e cioè che emerga chiaro che la nostra opposizione non fa parte di un rituale teatrino al termine del quale resteranno delusione, attese tradite, frustrazioni.

I nostri comportamenti, la nostra linea politica, sono modificati. Non per scelta soggettiva ma perché il contesto attuale, ciò che alcuni chiamano regime, la messa in discussione – incontestabile, mi pare – di alcune delle regole basilari di un sistema democratico lo ha reso indispensabile.
Ma questo cambiamento non è ancora abbastanza evidente all’esterno, quasi in questo fossimo troppo timidi e incerti.

L’opposizione deve essere netta, forte, chiara, perché non può essere altrimenti.

Ho letto sui giornali che Massimo D’Alema avrebbe detto – a proposito del 14 settembre – che solo con i girotondi non si governa. Che mai significa questo? Non se n’è accorto, D’Alema, che al governo non ci siamo? E non solo perché non abbiamo vinto le elezioni, ma perché sono chiusi anche quegli spazi che consentono ad un’opposizione democratica di svolgere un ruolo *di governo.*

Nello specifico della scuola non dimentichiamo che la sperimentazione si attua solo perché la Moratti non è riuscita ad imporre ciò che voleva, e cioè l’attuazione piena della riforma mai discussa fin dal 1 di settembre.
Per fare un esempio, e non è il peggiore.

E non dimentichiamo che vi sono impegni presi a nome del presidente del consiglio (mi riferisco agli accordi di febbraio) che sono sconfessati e inattuati, sia per la parte economica che per quanto riguarda le sedi e le modalità del confronto.

E allora che vale continuare in discussioni e recriminazioni fra le diverse anime dell’opposizione?
L’approfondimento, la costruzione di progetti e programmi, la ricerca, hanno una loro utilità, i loro tempi, e le sedi opportune.

Ma forse per le politiche e sindacali è ora il momento di dire dei chiari no , proprio per riconquistare le condizioni minime nelle quali sia permesso a ciascuno di portare il suo contributo, perché – e questo è l’altro aspetto importante – le persone che erano a Roma il 14 settembre, così come quelle del 23 marzo erano lì, come ha detto uno degli intellettuali intervenuti, per riprendere in mano la propria vita, il proprio destino.

Mi sento di escludere, per quanto riguarda la scuola, che un qualsiasi progetto di carta per quanto autocritico – verso destra o verso sinistra – costituisca una risposta alle loro domande.
Gli uomini e le donne della scuola non chiedono ricette. Chiedono fiducia e sostegno per poter dare a loro volta fiducia e il loro apporto di idee e di esperienza, che è l’unico ingrediente davvero indispensabile.


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 Letizia Alfonso    - 22-09-2002
Ero a Roma il 14 settembre: è vero la scuola era assente ed ha perso un'occasione per essere visibile all'interno di un movimento che altro non fa che ricordare, mi pare soprattutto a sinistra visti i commenti "illuminati" di D'Alema, che esistono valori inalienalibili della nostra Carta Costituzionale che rischjiano di essere calpestati. Cosa dire: nella scuola dove insegno c'è addirittura qualche collega che ignora che ci sia un movimento come quello dei girotondi e che ancora meno ne sa sulla controriforma Moratti.