Napolitano si offende, ma Di Pietro ha perfettamente ragione
Giuseppe Aragno - 30-01-2009
Se affermo che la Repubblica garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, non esiste alcun motivo che giustifichi una disparità di trattamento tra ragazzi italiani e figli di immigrati. Tradotto in termini costituzionali, questo vuol dire che non c'è governo che possa imporre a un insegnante di entrare in una classe composta ope legis da soli bambini stranieri o di accettarne una formata solo da italiani perché ne sono stati esclusi i figli di immigrati. Una legge che sancisce discriminazioni di questa natura è semplicemente - e tragicamente - razzista e ripugna alla mia coscienza di uomo libero e civile.

Il Presidente Napoletano si offende se l'on. Di Pietro gli fa notare che ci sono provvedimenti che non andrebbero sottoscritti. Eppure ci sono.
Di Pietro ha ragione: non vanno firmati, a costo di dimettersi.
Un governo come quello attualmente guidato da Berlusconi, che approva a colpi di maggioranza leggi di questo genere, non viola solo palesemente uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione, ma fa carta straccia di tutti gli articoli che riguardano la pari dignità sociale, l'uguaglianza fra le razze, le lingue, le religioni, il dovere dello Stato di educare, istruire e formare i cittadini gratuitamente. Napolitano lo sa certamente meglio di me, ma Salvemini l'ha insegnato a tutti: "La prova migliore del valore di una libera Costituzione è la misura in cui provvede alla protezione delle minoranze".
Ci sono verità che vanno dette e nessuno può trincerarsi dietro la "forma" quando in discussione è la tenuta democratica del Paese. Questo governo ignora volutamente - e apertamente disprezza - lo spirito della carta Costituzionale e i vincoli che essa pone al potere esecutivo.

Nonostante l'accorato appello venuto dal mondo della scuola, Napolitano ha ritenuto di dover firmare senza battere ciglio la legge Gelmini che nell'impianto, nella filosofia che l'ispira, negli effetti concreti che produce, cancella brutalmente non solo l'articolo nove di quella Costituzione di cui il Presidente della Repubblica è supremo garante, impedendo lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, ma ignora i principi che ispirano gli articoli 33 e 34: quelli che disegnano in maniera vincolante il sistema formativo del Paese.
A Napoli, città natale di Giorgio Napolitano, nel corso di un celebre processo politico costruito ad arte a fine Ottocento con l'intento di equiparare il dissenso alla sovversione e imbavagliare così ogni tipo di opposizione, Giovanni Bovio, principe del foro e maestro di democrazia, in modi forse meno impulsivi e con parole più raffinate di quelle usate dall'onorevole Di Pietro, invano ricordò ai giudici il dovere dell'imparzialità e della neutralità politica. Quei magistrati non vollero ascoltarlo e aprirono così la via a Crispi e ad una delle pagine più buie della nostra storia. Ai lavoratori imputati, cui la reazione e la condizione di imputati negavano diritto di parola, Bovio, seppe e volle dar voce con accenti e toni che vale la pena riprendere:

"Non vi neghiamo i tributi e la difesa - dissero per bocca di Bovio a chi li governava i pionieri di quel socialismo di cui Napolitano è figlio - e neppure il lavoro vi neghiamo, ma solo che rimuoviate gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile o sterile per noi. E giacché di là dai confini vivono lavoratori come noi, vi chiediamo di non ucciderli: vogliamo la pace. Questo vi chiediamo, e non ci rispondete coi fucili nelle mani dei nostri figli e con aspre sentenze di giudici, pagati col prezzo degli ultimi monili levati alle nostre donne. I chierici ci fecero dubitare di Dio; i signori feudali ci fecero dubitare di noi stessi, se uomini fossimo o animali; la borghesia ci fa dubitare della patria, da che ci ha fatti stranieri sulle terre nostre; non ci fate, voi giudici, non ci fate, per queste braccia scarne, per carità di voi stessi e per quel pudore che è l'ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Che ci resterebbe? Temiamo di domandarlo a noi stessi: di noi temiamo, non della sentenza. "Io fui nato ad esser cavaliere e tu mi hai fatto malfattore, ed ora ti fai giudice!". Così gridò il figlio a Nicolò terzo estense, provocatore e parricida. E noi chiediamo a quelli che ci chiamano fratelli: noi fummo nati al lavoro e deh, non fate noi delinquenti e voi giudici!.

I nostri soldati, sono in armi fuori confine al fianco di popoli invasori. La scuola, che i nostri padri vollero statale, è privatizzata; i magistrati che perseguono la corruzione politica rischiano la carriera, gli insegnanti che hanno il compito di formare in piena indipendenza i nostri giovani rischiano di essere sottoposti a un padrone in una scelta di privatizzazione che ha natura politica e stravolge la lettera e lo spirito della nostra Costituzione. Come non bastasse, c'è ora chi propone l'istituzione di albi regionali per i professori, per costringerli ad insegnare solo nella regione di origine. Una frattura pericolosa si apre tra potere e regole, tra politica e valori repubblicani. Una frattura che non consente scelte: o si ricompone - e solo il Presidente della Repubblica ha l'autorità per avviare il processo - o, costi quel che costi, non ci resta che opporre tutti i no che detta la coscienza.


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 raffaele della rosa    - 30-01-2009
Sono d'accordo con te, ma...ti ricordi le (secondo me) magre figure di Pertini che ogni tanto minacciava dimissioni che mai e poi mai aveva intenzione di dare ??

Se non è un outsider Obama figuriamoci queste cariatidi qui....mamma mia se penso all'elenco dei presidenti d. r.....
ma va' a vedere che uno dei migliori, se non il migliore, fu il vecchio monarchico De Nicola ??

Ma che cavolo di repubblica, quella che per avere un presidente presentabile deve rivolgersi ad un monarchico ?

 oliver    - 05-02-2009
L'unico problema di Di Pietro è la non capacità di saper esprimere un concetto con chiarezza rischiando di essere non compreso come in questo caso.

 Seneca    - 10-02-2009
Concordo! Di Pietro ha avuto tutto il diritto di rivolgersi al Presidente e, secondo me, non lo ha offeso. Il capo del CSM non può restare inerme di fronte ai fatto della Procura di Salerno; il Presidente non può promulgare tutte le leggi che gli vengono proposte. E’ vero che se vengono riproposte è teuto a firmarle, ma intanto un suo rifiuto motivato è un segnale politico molto forte. penso anche io che sia ora che si svegli. Sandro Pertni che sveglia aveva?

Concordo! Di Pietro ha avuto tutto il diritto di rivolgersi al Presidente e, secondo me, non lo ha offeso. Il capo del CSM non può restare inerme di fronte ai fatto della Procura di Salerno; il Presidente non può promulgare tutte le leggi che gli vengono proposte. E' vero che se vengono riproposte è teuto a firmarle, ma intanto un suo rifiuto motivato è un segnale politico molto forte. penso anche io che sia ora che si svegli. Sandro Pertni che sveglia aveva?