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Zoya, la mia storia
Feltrinelli.it - 13-09-2002

Una donna afgana racconta la sua battaglia per la libertà

"...Se ci sarà di nuovo pace tornerò, e camminerò lungo le strade devastate di Kabul, sentendo il calore del sole non sotto il burqa, ma sul viso. Penserò al futuro, non al passato.'"


.Come può una persona nascere e crescere in un Paese, prima occupato da forze militari straniere e, poi, martoriato da lotte intestine e fondamentalismo? Come si fa a sopravvivere quando i ricordi sono solo atroci violenze, quando i pù elementari diritti vengono negati, quando la dignità, non solo è calpestata ma, soprattutto, non è nemmeno riconosciuta perché sei una donna?

Eppure, anche su questa terra arida piagata da un odio millenario, anche in questo deserto, cadono gocce di speranza, piccole, è vero, ma così cariche di voglia di rinascita e di libertà che forse riusciranno a dissetare e a far rifiorire l'Afghanistan e il suo popolo.

Una di queste gocce è Zoya - nome di fantasia per proteggere la sua persona - che nasce a Kabul, nell'anno in cui avviene il colpo di stato filosovietico. Siamo nel 1978 e da allora Zoya non ha visto altro che un crescendo di violenze e odio sempre più feroci, sempre più distruttivi. Ma, invece di subire, di rassegnarsi, di assistere impotente alla negazione della vita umana, lei, poco più che sedicenne, si è ribellata ed è entrata a far parte della Rawa , l'associazione rivoluzionaria delle donne afghane in lotta per i diritti umani e la giustizia sociale; oggi, Zoya, ne è una delle attiviste più preziose; sin da piccola ha 'respirato' gli ideali della Rawa grazie ai suoi genitori - in particolar modo la madre -, e conoscerà più da vicino l'organizzazione a 14 anni, quando, improvvisamente, i suoi genitori scompaiono nel nulla, uccisi perché scomodi, e lei, insieme alla nonna, dovrà riparare in Pakistan, dove la Rawa potrà offrire protezione alle due donne.

In Afghanistan, Zoya, vi farà ritorno coperta dal burqa durante una pericolosa missione per la Rawa: l'obbiettivo è filmare le inumane esecuzioni dei taliban.

Da allora, Zoya, è in pericolo di vita costante e, questo libro, è la sua storia.

Nel libro, i cui diritti sono devoluti proprio a sostegno della Rawa , Zoya ci racconta anche come questa organizzazione ha preso vita; fu una poetessa, studente di diritto islamico all'università di Kabul, a fondarla. Il suo nome era Meena e nel 1977, all'età di 20 anni, istituì la Rawa con l'intento di garantire l'eguaglianza delle donne afghane. Poi, con l'invasione da parte dei russi, l'organizzazione divenne clandestina. Nel 1987, Meena, venne uccisa dagli agenti afghani del KHAD a soli 30 anni.


Vi proponiamo una delle sue intense poesie, che più di ogni altra riesce a farci capire come dalla sofferenza nasca un grido per la libertà.


Mai più tornerò sui miei passi

Sono una donna che si è destata
Mi sono alzata e sono diventata una tempesta
che soffia sulle ceneri
dei miei bambini bruciati
Dai flutti di sangue del mio fratello morto sono nata

L'ira della mia nazione me ne ha dato la forza
I miei villaggi distrutti e bruciati mi riempiono di odio contro il nemico,
Sono una donna che si è destata,
La mia via ho trovato e più non tornerò indietro.
Le porte chiuse dell'ignoranza ho aperto
Addio ho detto a tutti i bracciali d'oro
Oh compatriota, io non sono ciò che ero.
Sono una donna che si è destata.
La mia via ho trovato e più non tornerò più indietro.
Ho visto bambini a piedi nudi, smarriti e senza casa
Ho visto spose con mani dipinte di henna indossare abiti di lutto
Ho visto gli enormi muri delle prigioni inghiottire la libertà
nel loro insaziabile stomaco
Sono rinata tra storie di resistenza, di coraggio
La canzone della libertà ho imparato negli ultimi respiri,
nei flutti di sangue e nella vittoria

Oh compatriota, oh fratello, non considerarmi più debole e incapace
Sono con te con tutta la mia forza sulla via di liberazione della mia terra.
La mia voce si è mischiata alla voce di migliaia di donne rinate
I miei pugni si sono chiusi insieme ai pugni di migliaia di compatrioti
Insieme a voi ho camminato sulla strada della mia nazione,
Per rompere tutte queste sofferenze, tutte queste catene di schiavitù,
Oh compatriota, oh fratello, non sono ciò che ero
sono una donna che si è destata
Ho trovato la mia via e più non tornerò indietro.


Meena (Kabul 1957- Quetta 1987)


La militante del Rawa scelta come simbolo della lotta per la pace e i diritti umani
24 anni ed una vita passata a lottare, da sotto il burka, contro i pregiudizi, la fame, l'ignoranza e la miseria. E' Zoya, militante del Rawa (associazione rivoluzionaria delle donne afghane) e vincitrice dell'edizione 2002 del premio 'Viareggio-Versilia', sezione del premio letterario 'Viareggio Rèpaci' dedicata a quelle persone che hanno speso la loro vita per difendere i diritti umani e diffondere la pace tra i popoli.
La giovane 'partigiana', è attivista del Rawa dall'età di sedici anni. Lavora nei campi profughi di Peshawar come insegnante, è quotidianamente impegnata a combattere l'analfabestismo, i pregiudizi e le malattie, ma la sua opera va ben oltre. Da anni, infatti, Zoya opera anche come 'infiltrata', nel tentativo di far conoscere la reale situazione del suo paese. Ha filmato le esecuzioni di massa fatte dai taleban, ha contrabbandato materiale sovversivo.
L'annuncio dell'assegnazione del premio, decisa da una giuria di 20 intellettuali presieduta dal presidente del premio 'Viareggio-Rèpaci' Cesare Garboli, è stato dato questa mattina durante una conferenza stampa alla quale hanno partecipato anche il presidente della regione Toscana Claudio Martini e gli assessori regionali alla cultura, Mariella Zoppi, e ai rapporti con i cittadini, Carla Guidi.
"Il premio è stato assegnato Zoya - ha detto l'assessore Zoppi - ma il riconoscimento non va solo alla figura di questa donna, al suo coraggio, alla sua determinazione. Ad essere premiata idealmente è tutta la Rawa, un'associazione che da anni e sotto vari regimi ha sempre combattuto dure battaglie quotidiane contro la fame e l'ignoranza, contro i pregiudizi e le sopraffazioni perpetrate da governi sempre più repressivi. Il premio è solo un minimo riconoscimento al grande valore dell'opera che Zoya ha compiuto per molti anni, in silenzio ed a costante rischio della vita. Un riconoscimento per ciò che fa ancora oggi, insieme a molte altre donne che, come lei, sotto la prigione del burka nascondono tante virtù ed enormi potenzialità, prima tra tutte la volontà di agire e combattere per ritrovare la propria dignità di persone".
(Dal sito della Regione Toscana)


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