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Consumatore a chi?
Vittorio Delmoro - 29-11-2008
Nel sentire il capo del governo invitare gli italiani a consumare di più, mi viene spontanea l'associazione con l'icona tra la provocazione e il cabaret rappresentata dalla famosa Maria Antonietta delle brioches.

Siccome poi lo stesso invito viene fatto proprio e ripetuto dal duo televisivo Santoro-Della Valle, con l'aggiunta di una necessaria sobrietà e la limitazione a chi se lo può permettere, mi sono messo a riflettere su questa nuova chicca mediatica del consumare.

Come educatore, e ancor più come maestro, ho sempre pensato che il mio compito fosse esattamente inverso : educare le nuove generazioni a non consumare, cioè a non farsi risucchiare nel gorgo del consumismo, a non identificare la vita col consumo (consumo dunque sono). E dunque, come capita oramai sempre più spesso, vengo colto ancora una volta da quel senso di straniamento tra la vita, il mio concetto di vita (di cittadinanza, di diritti, di futuro) e la rappresentazione che la TV ce ne offre attraverso queste icone mediatiche.

Già il bombardamento pubblicitario è così invadente da occupare ogni spazio relazionale, persino quello dei rapporti personali, tanto da farci sentire un po' fuori dal mondo a comprare oggetti, cibi, vestiti non reclamizzati; ora si aggiunge pure la crisi economica mondiale.

Il ragionamento è così semplice che persino io lo capisco : più consumiamo, più merce se deve produrre; più merce si produce, più persone vengono occupate nella loro produzione; più persone lavorano, più si dispone di soldi per l'acquisto della merce; in un circolo (non so se virtuoso o vizioso) riproducibile all'infinito, che costituisce la ragion d'essere del sistema capitalistico.

Ora pare che qualcuno (pochi, molti?) abbia ficcato un cuneo in questo oliatissimo meccanismo, producendo frizioni, deragliamenti, rotture a catena che, a partire dagli Stati Uniti, si sta estendendo a tutto il pianeta. Costoro (nuovi untori della peste economica) avrebbero agito per puro tornaconto personale, infischiandosene del bene comune, portando all'eccesso il fine dell'arricchimento connesso al sistema capitalistico e provocando il collasso attuale.

Ma se risaliamo alla sostanza del problema seguendo le cronache mediatiche, troviamo comuni cittadini americani spinti a consumare a credito da tutto quel sistema che oggi rinnova lo stesso invito.

Dunque non sta nel consumo la panacea di ogni male; anzi, di consumo si può pure morire!

Allora mi metto a ragionarci su.

Che cosa abbiamo davvero bisogno di consumare?

Prima di tutto cibo, con la necessaria moderazione che le malattie moderne ci costringono a tenere in considerazione, pena la salute che, a diverse età, comincia a vacillare proprio a causa di un consumo bulimico di certi cibi che solleticano troppo il nostro palato ed arricchiscono solo certe multinazionali.

Serve dunque un'agricoltura naturale che produca coltivazioni sane e un'industria alimentare di qualità e servono persone che trovino adeguata occupazione in questo settore centrale.

Ci serve poi un'abitazione, un posto in cui vivere con dentro l'attrezzatura minima da consentire un'esistenza dignitosa e persino piacevole; servono dunque tutti coloro che producono e forniscono questi beni di consumo, tali però da avere una vita un po' più duratura della paccottiglia cui ci stanno abituando.

Ci servono degli indumenti da portare per adeguarci alle condizioni atmosferiche e al tipo di attività che svolgiamo, abiti ed accessori che durino anch'essi più della stagione cui vogliono costringerci.

Infine ci servono tutti quegli strumenti di cui si nutre anche la nostra anima, la nostra cultura, il nostro pensiero; dai libri alla TV, dal cinema allo sport, da Internet ai giornali; e ci servono dunque tante persone che diffondano questi strumenti e li rendano accessibili a tutti.

C'è poi un settore senza il quale tutto il resto non funziona : l'ambiente; la necessità cioè di poter usare tutti questi acquisti in un contesto ecologico di qualità. Per cui servirebbero davvero molte persone che si occupino di aria, di acqua, di energia, di territorio, di comunicazioni, per non essere travolti regolarmente dalle cosiddette emergenze e catastrofi naturali.

Il consumo di questi, che considero beni primari, è l'unico consumo intelligente che conosca; ma dubito che Santoro-Della Valle a questo si riferissero nel loro invito; più ancora dubito che il cosiddetto venditore di Arcore avesse questo in mente quando sollecitava gli italiani a consumare.

Tanto da pormi un'ulteriore domanda : i produttori italiani, cioè tutti coloro che sono occupati nella produzione di oggetti, cibi, vestiti, ecc., sono unificabili nella categoria dei produttori intelligenti, che sono al servizio dei consumatori intelligenti?

Solo un ingenuo risponderebbe positivamente.

È noto che anni fa si invocava a gran voce nelle piazze pacifiste la riconversione delle fabbriche di armi, com'è altrettanto noto che in Italia si producono ancora armi e che questo è anzi un settore che non conosce crisi.

Si sono chiuse man mano alcune industrie chimiche solo perché hanno ucciso tante di quelle persone e sconvolto tutti i territori su cui sorgevano da risultare incompatibili.

Ma la risposta offerta a tutti i reclamatori di vita, era invariabilmente la stessa : sopprimere queste produzioni significherebbe la perdita di migliaia di posti di lavoro, esattamente quel che sta succedendo con la crisi attuale.

Del resto non puoi chiedere agli operai di tali fabbriche di volere la loro chiusura, senza avere pronta un'alternativa occupazionale. Esattamente come avviene nei grandi paesi in sviluppo (Cina, India); appare del tutto inutile chiedere a quei paesi di fare attenzione al clima e all'inquinamento, visto che il loro sviluppo equivale a migliorare sostanzialmente le loro condizioni di vita : primum vivere!

Non costruite, né usate così tante automobili - diciamo noi occidentali ai cinesi - preoccupati dello stato della CO2 di tutto il pianeta; ci rispondono che se ce le siamo già costruite per noi (le automobili), non capiscono perché loro ne dovrebbero fare a meno.

In sostanza, qualunque paese si ritrovi sulla via del proprio sviluppo, pare condannato ad un sistema produttivo capitalistico che, fra tanti altri inconvenienti, porta all'avvelenamento del mondo, pur garantendo ai propri cittadini un tenore di vita migliore del precedente.

Tutto questo perché si attiva quel circuito perverso del consumo per cui ogni persona esaurisce la propria esistenza in un continuo e sempre più frenetico acquisto di qualunque merce appaia sul mercato, pompata da un sistema pubblicitario alla continua ricerca di strumenti sociopsicologici di induzione e convincimento.

Ho cercato di sottrarmi a questo schema fin da giovane età e, quando ho avuto dei figli, ho provato ad insegnar loro il senso dell'acquistare e il discernimento tra desiderio e bisogno; non so se ci sono riuscito. Quanto a me, mi ritrova a calzare le scarpe che mio figlio non mette più perché cresciuto di piede, ad indossare i suoi giubbotti, ad utilizzare questo computer per lui obsoleto. D'altro canto lui usa l'agenda del maestro che mi regala la scuola al posto di acquistare un diario, stampa certe cose sue sul retro di fogli da me già usati, ruba ogni tanto qualche mia camicia.

Ho fatto furore a scuola quando m'hanno visto tirar fuori dalla borsa un astuccio che non aveva nessuno, perché me l'ero costruito da solo usando legno sottile; prendo bonariamente in giro quei miei alunni che, dopo la strana moda avviata da uno di loro lo scorso anno, cominciano a venire a scuola con lo zaino a rotelle; diventerete tutti axiomiti - dico loro - riferendomi agli umani sulla navicella di WALL.E.

Mi guardano, sorridono anche loro, capiscono subito cosa voglio dire e trattano questo nuovo gadget come probabilmente si merita : non già come un sistema per trasportare materiale scolastico con minor fatica, quanto come un giocattolo e prendono a sfrecciare lungo il corridoio quasi fossero alla guida di una ferrari.



Vittorio Delmoro - maestro


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