Manifesto per una scuola della ricerca, libera, collaborativa e solidale
Marino Bocchi - 01-09-2002
“L’educazione per l’occupabilità”. Cosi’ si intitola il paragrafo del Patto per l’Italia dedicato all’istruzione. Poche righe, in cui si riafferma l’asse ideologico che ha orientato le politiche degli ultimi due governi sulla scuola. E che si e’ espresso in concreti o annunciati atti di riforma, prima con Berlinguer e poi con la Moratti. Da esso derivano, a cascata, i vari interventi che si sono succeduti, dall’autonomia in giu’ e la massiccia, reiterata inflazione di un linguaggio economicista e aziendalista, perche’ se la scuola deve essere finalizzata all’occupabilita’ logica vuole che debba conformarsi al mercato, assumendone i modelli culturali e le parole in cui quei modelli si condensano (presidi-manger, efficacia-efficienza, produttivita’, prodotto finale, ecc.) . Bonezzi, presidente di Proteo e membro del direttivo nazionale della CGIL ci lancia una sfida importante, rispetto alla quale non possiamo restare indifferenti. Per quello che puo’ valere, la mia risposta e si’, la sfida va accettata. Si deve aderire al Manifesto. Non e’ questione di essere berlusconiani o anti. Che la scuola pubblica sia in uno stato di sfacelo, e’ un fatto. Un po’ per colpa dell’attuale ministro, un po’ per responsabilita’ non sue ma del governo di cui fa parte. Pero’ lo sfacelo c’era anche prima, esiste da decenni. E allora? Allora si tratta di puntare in alto invece che per obiettivi minimi, come propone Bonezzi. Si tratta di provare ad aggregare il consenso piu’ vasto degli insegnanti, aldilà delle opinioni politiche, su alcuni obiettivi che ridiano centralita’ alla scuola e dignita’ al nostro lavoro. Ma per farlo occorre prima sbarazzarsi di quel ciarpame da cui siamo stati soffocati in questi anni. A cominciare proprio da quell’espressione-madre: “educazione per l’occupabilità”. La quale sottende che il sapere va considerato una merce spendibile, sottoposta ai vincoli e alle leggi della domanda e dell’offerta, un valore di scambio (sapere = competenze = prestazioni da offrire al mercato). Perche’ accettare questo significherebbe ridurre i bisogni, la vita stessa dei nostri alunni, al meccanismo selettivo della competizione, del successo, dell’individualismo senza individualita’. Lo stesso meccanismo che produce il disagio, l’emarginazione, il senso di fallimento e le devianze di molti ragazzi. La scuola, come dice Vincenzo Cerami, deve invece saper ricondurre il sapere alla sua natura di valore d’uso. Perche’ possa promuovere la formazione di un individuo-lavoratore (e non di un lavoratore senza individualita’) consapevole dei suoi diritti e delle sue aspirazioni (che era poi l’insegnamento di Don Milani). E’ questo che Bonezzi propone? Se è questo io ci sto. Ma allora si deve avere il coraggio e l’obbligo di capovolgere l’orizzonte culturale della politica scolastica in cui anche la sinistra si e’ trovata ad essere complice e compromessa. E non ci devono essere scorciatoie e imbarazzi su questo punto. Le carte vanno messe in chiaro. E vanno messi in chiaro i contenuti. Io ne propongo alcuni, ispirati al principio del valore d’uso del sapere e al radicale rifiuto del nesso educazione-occupabilita’. Non pretendo di essere ne’ esaustivo ne’ convincente. Ma vorrei sapere che ne pensano Bonezzi e la CGIL di questa bozza di “Manifesto”. E sarebbe ancora piu’ importante che fossero i lettori di Fuoriregistro a intervenire, chiosare, aggiungere. Facciamolo noi il Manifesto, e vediamo che dicono.

UNA BOZZA DI PROPOSTA


1) - aumento di tre punti (dal 4 al 7%) degli investimenti sull’istruzione rispetto al Pil, per portare l'Italia al livello degli Stati europei piu' avanzati (ad esempio la Norvegia);
2) - progressivo adeguamento dei livelli stipendiali agli standard europei;
3) - istituzione di un efficace sistema di valutazione dei docenti, sottratto all'inutile trust di cervelli operante al servizo dei vari ministri di turno, composto da gente che nulla sa di scuola, del fare scolastico ma che autolegittima la propria spocchia su confronti e stesure di modelli astratti, senza alcuna corrispondenza con il concreto agire di chi ogni giorno lavora coi ragazzi e con le loro infinite problematiche: l'unica forma efficace di valutazione, l'unica che non leda il principio della liberta' di insegnamento sancito dalla Costituzione, e' l'autovalutazione, con la supervisione del dirigente scolastico, al quale vanno riaffidate, anche come modalita' di selezione del personale, competenze pedagogiche e non solo amministrative;
4) - revisione della legge sull'autonomia, che non deve intendersi come autonomia economica (se si vuole veramente sottrarre la scuola al modello azienda, altrimenti sono chiacchiere) ma didattica e amministrativa, in sintonia con la riforma federalista dello Stato;
5) - revisione del suddetto modello federalista per quanto riguarda la scuola che, oltre a dare piu' potere ai comuni rispetto alle regioni (cioe' al territorio reale nelle quali le scuole operano e lavorano), sottragga alle regioni la gestione degli Istituti di istruzione professionale e la riconduca allo Stato, perche' se la scuola ha una funzione compensativa degli squilibri sociali e culturali tale riequilibrio puo' essere perseguito e raggiunto soltanto nel quadro di un progetto che impegni l'intera collettivita' nazionale come suo valore fondante. Andranno dunque respinte le ipotesi del doppio canale e la formazione professionale dovra' essere tenuta distinta dall'istruzione professionale;
6) - espletamento dell'obbligo scolastico, da portare a 18 anni, solo all'interno del canale dell'istruzione con esclusione di ogni ipotesi di poterlo assolvere ricorrendo alla formazione professionale.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 massimo mancini    - 07-09-2002
1. ok
2. il mio standard di riferimento e` il collega tedesco di scuola superiore con 20 anni di servizio moglie e figlio a carico: 100.000 marchi + sostanziose deduzioni per libri, computer, aggiornamento ecc. ecc. e un paio di jeans (sic!) (fonte sito EU sul confronto dei sistemi scolastici anno 2000)
3. ok, ma detto cosi` e` abbastanza indefinito.
4. veramente l'autonomia non e` solo economica, il problema e` che tutti si sono preoccupati di dire come si fa ad essere autonomi e nessuno, berlinguer in testa, di varare le misure amministative e le condizioni di lavoro che lo consentono: es. per tutti, ma lo sapete come vengono fatti classi e organici per una scuola, che almeno in base al regolamento, potrebbe decidere di non avere classi e varare programmazioni e progetti pluriennali ?
5. le suggestioni localistiche sono una idiozia culturale e una iattura organizzativa.
6. qui non sono del tutto d'accordo, se obbligo a 18 anni significa che tutti devono fare tutto, nel quadro degli odierni istituti, indipendentemente da attitudini e volonta` personali, non sono d'accordo.

 Marino Bocchi    - 09-09-2002
CIAO MARINO! Sono d'accordo. Franco Contri