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Amma e Appa, i doni della terra
Nell'India del Sud, l'epopea di una coppia di rivoluzionari gandhiani
che dagli anni `40 lottano per i diritti dei più poveri.
Laura Coppo ha raccolto in un libro il loro racconto.


MARINELLA CORREGGIA

Jagannathan si sveglia all'alba indiana nella spartanissima casa comune
(ashram) dove vive. A Kuthur, costa del Tamil Nadu, India meridionale. Si
solleva dalla branda, tasta gli spazi (non ci vede bene da tanto, per
un'infezione contratta 30 anni fa in un carcere buio del Bihar) e apre il suo
portatile. E' un arcolaio! Lo porta ovunque in una 24 ore di legno, per il
quotidiano e gandhiano lavoro manuale di filatura. Fila meditando, medita
filando per un'ora almeno, finché sotto le sue mani il fuso non ha raccolto
una massa color avorio, il filo khadi; un telaio manuale, poi, ne ricaverà la
pezza di tessuto sottile, da sempre l'abito di quest'uomo. Krishnammal si
sveglia prima dell'alba. Nel buio che si schiarisce medita davanti a una
lampada. Riappare accoccolata in cucina a preparare la colazione vegetariana:
dischi di farina di riso, verdure cotte, the di erbe e zenzero. Intanto il
nipote di nome Gandhi legge i giornali a Jagannathan, che li commenta in
tamil, spesso amareggiato, ma talvolta con una risata larga da ragazzo. Ed
eccoli pronti, lui e lei, al lavoro quotidiano.

Sono social workers: lavoratori sociali, volontari sul serio perché da
nessuno pagati; ma trovano sempre un aiuto per il cibo e le spese, e anche
per i progetti sociali. Vivono così dai tempi del mahatma Gandhi. Da allora,
dal `40? Sì: Jagannathnan ha 88 anni, Krishnammal 75.

La loro giornata, oggi. Forse lui andrà a digiunare davanti al «prefetto» che
non fa chiudere come dovrebbe gli allevamenti industriali di gamberetti.
Oppure chiamerà la gente dei villaggi per un'ennesima marcia di protesta
nell'afa soleggiata di quest'area costiera. O magari detterà un pamphlet
sull'organizzazione del gram swaraj o autonomia di villaggio, con un'economia
swadeshi (autonoma) semplice ed egualitaria; in più, scriverà una lettera
alle autorità indiane e agli amici all'estero sull'assurdità criminale della
guerra «al terrorismo». O infine salirà su diversi treni, le cuccette di
seconda che per lui sono gratis - unico privilegio dei freedom fighters (i
partigiani dell'indipendenza indiana) - e in due giorni arriverà lassù, nella
burocratica New Delhi, a insistere con i giudici della Corte Suprema o con
qualche parlamentare.

E Krishnammal, forse oggi tratterà con un proprietario terriero il prezzo di
alcuni acri da assegnare a braccianti; nel tempo, l'organizzazione che ha
fondato con Jagannathan, il Lafti (Land for Tillers Freedom: terra per la
liberazione dei braccianti) è riuscita ad assegnare quasi 5.000 ettari a
10mila famiglie senzaterra del Tamil Nadu. Oppure andrà a verificare se le
donne hanno migliorato il metodo di compostaggio degli scarti vegetali. O
magari passerà la mattinata nel collegio delle bambine orfane, ritrovando il
piacere di insegnare. O ancora, dovrà dare un'occhiata all'autocostruzione -
da parte dei contadini della zona, improvvisati muratori - di case pakka in
materiali durevoli e locali, per sostituire paglie e frasche ogni anno
atterrate dal monsone. O dovrà aiutare una donna malmenata dal marito
alcolizzato - l'alcol fermentato dal riso è una piaga sociale dei villaggi. O
infine, accucciata a mattarellare il pane chapati, racconterà del Bihar, di
quando - fra il 1973 e il 1975 - andarono a strappare 30.000 acri di terra
detenuti da un medioevale monastero indù i cui monaci tiranni sfruttavano 60
villaggi di intoccabili: «Per un anno e mezzo dormii con loro, fra le pulci.
Bisognava dar fiducia alla gente, terrorizzata e denutrita. Partimmo dalle
donne, con proteste pacifiche di massa, e un certo numero di acri furono
assegnati». Intanto Jagannathan organizzava il janata sarka , il governo del
popolo in 300 villaggi, contro l'Emergenza (una semi-dittatura) dichiarata da
Indira Gandhi; e per questo finì in carcere. Krishnammal sa che il Bihar è
ancora lo stato più violento e discriminatorio dell'India, e ogni tanto dice
sognante: «Vorrei tornarci, c'è tanto da fare là...».

Ecco, nella descrizione di qualche ora, la quotidianità di un'epopea molto
spirituale e molto pratica che ha visto questi coniugi partecipare a quasi 70
anni di storia indiana. Due in uno, uno in due. Senza proprietà alcuna
(eppure chi, conoscendoli, non vorrebbe aver vissuto come loro?). «Gli ultimi
dei gandhiani», titola un giornale di là. Jagannathan e Krishnammal - che là
tutti chiamano appa e amma : papà e mamma - continuano a volere un'India «dal
grande pensiero e dalla semplice vita». Coerenti nel pensiero, nell'azione e
negli stili di vita.

Laura Coppo, italiana, ha registrato i loro racconti e li ha tradotti in un
libro (Terra gamberi contadini ed eroi, Emi 2002, pp. 222, 10 euro; con la
collaborazione di Overseas e Centro Regis). Menomale, perché loro due,
definiti dal figlio doers (gente che agisce), hanno tempo solo di scrivere
articoli di denuncia, lettere di protesta, petizioni.In un'India fondata
sulle caste e sui matrimoni combinati dalle famiglie, quei due erano nati per
non toccarsi nemmeno. Lei, intoccabile per l'appunto, fu la prima ragazza
della sua comunità a studiare, «adottata» da una dottoressa nazionalista.
Lui, rampollo di casta alta, lasciò il college per la lotta indipendendista
bruciando la sua elegante camicia inglese. Sulla via di Gandhi si
incontrarono. Lui la volle come compagna perché «era buona e generosa, si
batteva per le donne povere» e «...non portava nemmeno un gioiello». Lei lo
accettò perché «condividevamo gli stessi obiettivi nella vita» (nonviolenza,
giustizia sociale, terra a chi la lavora, abolizione delle caste, economia di
villaggio). Non che le famiglie fossero contente. Per quella di lui
Krishnammal era un'intoccabile. Per quella di lei Jagannathan era un
sanyasin, un asceta digiunatore di studi interrotti che in quel periodo
mangiava solo verdure e frutta crude («per non buttare nel fuoco
l'intelligenza e il tempo delle donne»). Si sposarono nel 1950 alla gandhiana
senza feste né fasti. Subito dopo lui partì con il gandhiano Vinoba Bhave
che, camminando a piedi (padyatra), reclamava dai ricchi il bhoodan: dono
della terra per chi non ne aveva.Ma Vinoba e gli altri marciatori volevano di
più: volevano il gramdan, una rinuncia collettiva alla proprietà terriera in
favore della comunità (intercastale) di villaggio. Il primo caso fu
entusiasmante: un ricco di casta alta, tal Reddy, diede tutto e poi «si chinò
a toccare i piedi degli intoccabili e si abbracciarono tutti, un incredibile
cambiamento sociale». Altri gramdan seguirono. Ma franarono tutti perché,
dice appa, «solo una rivoluzione parallela a livello di governo avrebbe
potuto sostenerli».

Terzo millennio, e l'avventuroso e nobile movimento graw swaraj (per
l'autonomia dei villaggi) di Jagannathan e Krishnammal continua. Sempre
aggregando grandi masse - a livello dei villaggi - per azioni dirette
nonviolente (occupazioni, marce, proteste), spesso entrando e uscendo da una
prigione o da un digiuno, non si contano le terre che nei decenni scorsi il
movimento è riuscito a far assegnare ai braccianti, in Tamil Nadu e in Bihar.
Nel mezzo, le lotte contro i soprusi del governo centrale, ieri con Indira,
oggi con la svolta liberista globalista multinazionale («Dov'è
l'indipendenza, dov'è l'autogestione?» scrive Jagannathan ogni anno il 15
agosto). Interessante il rapporto con i «comunisti»: alla fin fine, obiettivi
simili ma metodi diversi (l'assoluta nonviolenza di appa e amma) hanno
portato a incomprensioni e separazioni. Adesso, però, solo la sinistra -
partitica o di movimento - appoggia le lotte ambientaliste, sociali,
piuttosto «no global» della coppia.

Come l'ultima battaglia. Contro l'acquacoltura industriale, le multinazionali
e i capitalisti locali che hanno acquistato terre fertili sulla costa indiana
per farne vasche da gamberetti, scopo export. Una tragedia socioambientale.
Distrutte le foreste di mangrovie, salinizzati e distrutti i terreni
circostanti, ridotti alla fame i braccianti perché, mentre nei campi di riso
si trova lavoro, nelle prawn farms ce n'è molto meno. Jagannathan è riuscito
a portare il caso alla Corte Suprema a New Delhi, grazie a un avvocato
ambientalista, M. C. Mehta, famoso come guerriero verde, che l'ha assistito
con gratuità e competenza assolute, tanto che nel dicembre 1996 la Corte ha
ordinato la chiusura rapida di tutte le industrie di gamberetti. Purtroppo
sono forti le connivenze fra politici, uomini d'affari, funzionari e perfino
rappresentanti dei villaggi. Così, nel 2002, Jagannathan e la gente che ha
perso la terra continuano a lottare contro queste (inconsapevoli) cavallette
ambientali.

L'epopea di appa e amma è popolata di persone speciali, in primo luogo
Gandhi, e le contadine e i contadini tamil senza i quali non avrebbero fatto
nulla! L'impegno di Krishnammal e il suo profondo amore per le donne dei
villaggi nasce da sua madre, vedova di un alcolizzato; faticava notte e
giorno come bracciante ma era «avventurosa per natura, forte nel fisico e
nella mente, capace di assumere una molteplicità di ruoli: madre, curatrice
con le erbe, nutrice degli affamati». Quel «nutrire» sembra essere la
vocazione della stessa Krishnammal; viene da una tradizione in cui le donne
nutrono anche passerotti e formiche. Infatti, spiega Krishnammal, i
bellissimi disegni di polvere bianca tracciati davanti alle soglie, un tempo
erano fatti con la farina di riso a vantaggio di uccelli e insetti. Del
resto, la karuna o compassione per tutti i viventi è un riferimento ideale
per amma: per questo ha eletto il pensatore indù Ramalingam a suo riferimento
spirituale. Ma karuna è anche tolleranza e così, in nome dell'ospitalità,
amma si è preoccupata che la sua biografa non vegetariana potesse «gustare»
almeno una volta il pesce locale. Però non nella cucina dell'ashram: là non
si sono mai visti animali sviscerati e sangue e ossa.

Jagannathan apprezzava molto J. C. Kumarappa. Economista, diventato seguace
di Gandhi, sostenne un modello di economia decentrata, anticapitalista.
Socialismo di villaggio, più la proprietà statale delle industrie di base e
dei servizi come poste e ferrovie. Organizzò molte piccole industrie locali;
ideò mulini, macchine tessili e da carta...; uomo gentile e di grande
intelligenza, aderì convinto al movimento bhoodan per la sua portata
anticapitalista. Poi se ne ritrasse disilluso. Spiega Jagannathan: «Il
movimento di Vinoba era divino e filosofico, ma io e Kumarappa volevamo
vedere le condizioni dei contadini migliorare subito...Se Vinoba avesse dato
a Kumarappa il lavoro di assegnazione delle terre e di sviluppo agricolo,
forse...ma non lo fece». E fu un male per il movimento. Vinoba, poi, era
attento a non scontentare il governo centrale. Rispetto a lui, Jagannathan
era, ed è, al tempo stesso più rivoluzionario e più pratico. Ma quelli come
appa non vincono sempre. Anzi.
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