La Gelmini, Tremonti e il pretesto del '68
Gianni Gandola - 08-09-2008
Le recenti scelte di politica scolastica del duo Gelmini-Tremonti, dettate principalmente da ragioni di carattere economico (la riduzione della spesa pubblica), vengono spesso accompagnate da considerazioni di natura culturale e pedagogica. Il Tremonti pensiero è a questo proposito di una chiarezza adamantina (esemplare l'articolo-intervento sul Corriere della sera del 22/8). Si riafferma la necessità di un ritorno al passato e di un azzeramento degli ultimi quarant'anni. Per restare in ambito numerico, l'ambito prediletto dal ministro dell'economia, 2008 meno 40 fa 1968. Occorre tornare a prima del '68, additato come data di origine di una vera e propria devastazione culturale protrattasi per un quarantennio con l'egemonia della sinistra nelle scuole, nelle università, nei luoghi di riproduzione del sapere.
Anche la Gelmini in questo è esplicita e titola, non a caso, un suo articolo (sempre sul Corriere) "Quarant'anni da smantellare".

Il problema è che siamo di fronte ad un'operazione sostanzialmente ideologica, chiaramente pretestuosa, per giustificare altri obiettivi di fondo. Un po' come quando Berlusconi agita lo spauracchio dei comunisti. Stupisce in particolare l'accanimento di Tremonti contro il '68 in quanto è del tutto fuori luogo. Il punto è che con l'evoluzione degli ordinamenti della scuola italiana, primaria in particolare, il '68 c'entra molto poco e molto indirettamente. E' utile, a questo proposito, fare un po' di cronistoria dei fatti, anzi, di storia degli avvenimenti.

Ricostruiamo allora, per sommi capi, alcuni passaggi significativi. La questione dei voti, ad esempio, invocati da Tremonti contro i giudizi. Nel '68 e negli anni immediatamente successivi si affermò in qualche università (non certo nella scuola di base!) la pratica del voto unico o del voto di gruppo agli esami, pratica per la verità che non durò molto nel tempo. Ma il ripensamento delle modalità di valutazione degli apprendimenti degli alunni che portò poi alla legge 4 agosto 1977 n.517 ("Norme sulla valutazione degli alunni"), con l'introduzione dei giudizi informativi, ebbe tutt'altro spessore culturale e altre motivazioni! Giova ricordare, tra l'altro, che questa legge è firmata da un ministro della Pubblica Istruzione democristiano (Franco Maria Malfatti, governo Andreotti III) e che resta una delle norme più avanzate della nostra legislazione scolastica.

E veniamo al maestro unico, chiave di volta del pensiero pedagogico gelminiano-tremontiano. Che c'entra il '68? Le prime esperienze di lavoro cooperativo e solidaristico fra gli insegnanti risalgono al M.C.E. (Movimento di Cooperazione Educativa, fondato addirittura nel 1951!) e all'impegno di maestri progressisti di area cattolica e/o laica o di sinistra riformista, come pure le prime, originali, esperienze di scuola a tempo pieno (a Rho, provincia di Milano, un grande direttore didattico come Silvano Federici non era certo comunista né, tantomeno, sessantottino, ma di area cattolica e CISL).

Ma vediamo, soprattutto, come si afferma nella scuola italiana la proposta pedagogica del "gruppo docente", della pluralità delle figure educative, che sicuramente ha comportato un consolidamento degli organici dei docenti ma che non è riconducibile solo a quell'aspetto. I tempi di gestazione, innanzi tutto. Nel 1981 il ministro della P.I. Bodrato, democristiano, istituisce una commissione di lavoro (commissione alla cui presidenza fu chiamato l'On. Giuseppe Fassino, sottosegretario al MPI e che ebbe come segretario il pedagogista M.Laeng) allo scopo di procedere all'elaborazione in via preliminare delle linee fondamentali e generali dei programmi d'insegnamento nella scuola elementare, superamento dei vecchi programmi del 1955. Quattro anni dopo i Programmi vengono approvati da un'ampia maggioranza parlamentare (DPR 12 febbraio 1985 n.104, ministro P.I. Franca Falcucci, governo Craxi I). Essi si fondano sulla definizione delle aree disciplinari, poi raggruppate in ambiti, e delle educazioni. Una volta ridefiniti contenuti e obiettivi dell'insegnamento e le strategie educative, ci si pone il problema di qual è la figura docente più adatta e il modello organizzativo più funzionale per attuarle. Si apre quindi un dibattito e si inizia una sperimentazione con la suddivisione degli ambiti disciplinari fra più docenti e l'aumento del tempo scuola (la sperimentazione dei "moduli", limitata ad un certo numero di istituti scolastici e avviata dal ministro Giovanni Galloni, anch'esso D.C., dura tre anni).
A conclusione di questo percorso sperimentale, assistito e monitorato, si decide che il modello del team di docenti, con la suddivisione degli ambiti disciplinari, è meglio dell'insegnante "costellato" (vale a dire della proposta, sostenuta allora dalla stessa Falcucci, di un insegnante titolare di classe affiancato da alcuni docenti specialisti). Il superamento del maestro unico e "tuttologo" é comunque il risultato di un grande dibattito che vede una intensa partecipazione di pedagogisti, del mondo accademico, delle associazioni professionali degli insegnanti, delle riviste didattiche (L'Educatore, Scuola italiana moderna, ecc.), delle forze politiche e sindacali.
Nel 1990 viene approvata la legge di riforma n.148 che introduce i moduli su tutto il territorio nazionale e che conferma la prosecuzione del tempo pieno in alcune realtà territoriali. Ministro della pubblica istruzione Sergio Mattarella, sottosegretario Beniamino Brocca, uno dei principali estensori della legge, governo Andreotti VI. Tutti democristiani. Altro che sessantotto!

Tutto questo per dire che moduli e tempo pieno hanno alle spalle una cultura pedagogica e le esperienze didattiche più avanzate di quegli anni e che non sono solo, come si vuol far credere, un espediente per andare incontro alle richieste sindacali di mantenimento dei posti di lavoro dei docenti a fronte del calo demografico. O meglio: il numero dei docenti e il loro organico corrispondevano alle esigenze di un modello di scuola innovativo e pedagogicamente avanzato (e una volta tanto si investe nell'istruzione!). E in ogni caso la storia della scuola elementare in Italia e della sua organizzazione didattica con il '68 c'entra molto poco, altri erano i filoni culturali e le correnti di pensiero in gioco.

Ora succede esattamente il contrario. Fondamentalmente si vuole tagliare la spesa nel settore dell'istruzione pubblica, riducendo il numero dei docenti nella scuola primaria. Quindi si sostiene che un solo docente per classe basta e avanza e che più docenti sono un inutile spreco. Il tutto ammantato da motivazioni pseudopedagogiche, del tutto improponibili e retrograde. Come se, nel 2008 (quarant'anni dopo), un solo docente fosse in grado di riassumere in sé la complessità dei saperi, delle discipline e delle nuove tecnologie. E in una realtà sociale profondamente mutata, resa più difficile e complessa per la presenza nelle classi di alunni stranieri, casi di disagio, fenomeni di bullismo, ecc.
Il risultato è evidente: un impoverimento culturale (e di risorse) micidiale per la scuola pubblica che dovrebbe a questo punto limitarsi ad impartire superficiali nozioni di base. Tanto poi, chi può, in base al censo e all'estrazione sociale, ha altre opportunità di apprendimento..! Una volta si sarebbe detto - questo sì nel '68, ma anche prima con don Milani! - la riaffermazione di una "scuola di classe". Il ritorno al passato, appunto.

Gianni Gandola


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