L'Italia di Berlusconi
La Redazione - 25-08-2008
Le vacanze sono giunte al termine, il lavoro riprende dentro le scuole, la domanda sul futuro del Paese si impone. Partiamo con un'analisi lucida e critica sulla situazione dentro la quale ci troviamo. Un'analisi che si apre, come sempre, al confronto e al dibattito, ma che soprattutto fa emergere alcuni nodi del linguaggio politico. Si parla di liberalismo e riformismo per descrivere la tendenza della nostra politica, ma le parole paiono non corrispondere ai fatti che le accompagnano. Occorre riaprire il dizionario della storia e cercare di capire.
Buon anno. Scolastico e non solo.
La Redazione



L'Italia dei valori vaticani e confindustriali, messa in onda più volte al giorno dai velinari del circo mediatico, i direttori di telegiornali, ispirati alla lezione dell'Istituto Luce, i cabarettisti e i saltimbanchi che fanno i "maître à penser" nel salotto dell'inossidabile Vespa, tutti sono pronti a giurarlo: nell'età di Berlusconi in Parlamento ormai ci sono solo liberali e riformisti. L'opposizione fantasma di Casini, l'ombra di opposizione di Veltroni, i superstiti della diaspora socialista, i secessionisti travestiti da federalisti, i democristiani riciclati, i fascisti rinsaviti e i comunisti pentiti: tutti liberali e riformisti.
La teologia dei miracoli svelerà domani la natura del prodigio, ma l'indagine storica può dare sin da oggi un valido contributo. Qui da noi il riformismo liberale nasce nell'età di Giolitti, come esito naturale di una consapevole scelta di classe, di un'opzione strategica dell'ala progressista dei ceti imprenditoriali che ha maturato una lucida convinzione: la supremazia della democrazia borghese non si costruisce utilizzando la forza contro le classi povere e subalterne, ma isolando politicamente le forze che esprimono le istanze di un più radicale rinnovamento. Occorre, quindi, la mediazione delle organizzazioni dei lavoratori condotte sul terreno "legalitario" da uno Stato che si dichiari neutrale nel conflitto sociale. E' su questa linea di principio, prima ancora che su un concreto programma politico, che ai primi del Novecento buon parte dei liberali si apre al dialogo coi socialisti di Filippo Turati e scrive con loro una pagina nuova nella storia del nostro Paese.
Il liberalismo riformista, sostiene Giolitti nel 1899, non può fare a meno di dialogare coi socialisti. "La via della reazione - egli afferma con singolare acume politico - sarebbe fatale alle nostre istituzioni, [...] perché le porrebbe al servizio degli interessi di una esigua minoranza e spingerebbe contro di esse le forze più vive e irresistibili della società moderna, cioè l'interesse delle classi più numerose e il sentimento degli uomini più colti. [...] Da noi si confonde la forza del governo con la violenza, e si considera governo forte quello che al primo stormire di fronda proclama lo stato d'assedio, sospende la giustizia ordinaria, istituisce tribunali militari e calpesta tutte le franchigie costituzionali. Questa invece non è la forza, ma è debolezza della peggiore specie, debolezza giunta a tal punto da far perdere la visione esatta delle cose" [1].
Una linea, come si vede, apertamente classista e borghese, che, tuttavia, non solo rompe con le scelte reazionarie di Crispi, Rudinì e Pelloux, ma rivendica con così forte convinzione il primato della politica sull'economia, che anni dopo, di fronte all'occupazione delle fabbriche, non a caso, Giolitti minaccerà di sciogliere la Confindustria che gli chiede di difendere a cannonate la proprietà privata.
Ognuno potrà leggere i fatti come meglio crede, ma la storia è questa e questo il termine di confronto col quale si misura la consistenza delle affermazioni di pennivendoli e velinari, che esaltano l'Italia liberale e riformista di Bossi, Berlusconi, Fini e Veltroni. Quest'ultimo, prima di tutti, che, capovolgendo la filosofia politica di Giolitti, ha lavorato per cancellare dal Parlamento anche solo l'idea di socialismo e ha così consegnato il Paese in mano alla reazione.
In quanto alla maggioranza berlusconiana che, a sentire i giullari di corte, costiuterebbe il nerbo delle forze liberali e riformiste, basta ascoltare i ministri - quelli che talvolta per caso hanno qualcosa di politico di dire - e si capisce dove andiamo a parare. Il ministro Saccone, per citarne uno, può certamente legare il destino dei salari alla "produttività", e intervenire così, di fatto, per tenerli bassi. Farlo è nelle sue competenze, ma è evidente: il rapporto tra economia e politica su cui fonda l'esperienza giolittiana ne esce sostanzialmente stravolto. Un governo che tiene bassi i salari, compie, infatti, per Giolitti, tre grossolani errori: in primo luogo, non è imparziale nello scontro di interessi tra i cittadini e si squalifica sul piano etico perché, schierandosi a favore di una classe sociale, compie un'evidente ingiustizia; in quanto al terreno meramente economico, il ministro, per favorire gli imprenditori, altera patentemente le regole del gioco. Nel sistema economico borghese, infatti, il lavoro è una merce e, come tale, regola il suo prezzo, ossia la misura del salario, in base alle dinamiche della domanda e dell'offerta. Il terzo errore, infine, di natura squisitamente politica, è il più grave e pericoloso per il futuro del Paese, perché il governo, di fatto, si propone come un vero e proprio nemico delle classi lavoratrici, che pure rappresentano la stragrande maggioranza dei cittadini.
La verità è che dietro le chiacchiere e la propaganda, si intravede con chiarezza una forte volontà di indebolire i lavoratori a vantaggio degli imprenditori. I fatti parlano da soli. Giolitti nazionalizzava, i suoi sedicenti epigoni privatizzano, Giolitti gli acquedotti li costruiva - e con i fondi pubblici - la maggiominoranza di Berlusconi e Veltroni li regala al capitale privato che, in ossequio alla feroce tradizione nostrana, come sta accadendo ad Aprilia, taglieggia i cittadini in nome del profitto. I nuovi riformisti liberali, levato il vessillo della "sicurezza", non solo ignorano il tragico stillicidio delle morti sul lavoro, ma consentono alla imprese di colpire i lavoratori con una impressionante serie di licenziamenti "politici", come quelli voluti dalla Fiat a Pomigliano e Melfi. Proprio in questi giorni, con la benedizione del Governo, Trenitalia ha mandato a casa il macchinista Dante De Angelis, rappresentante sindacale della sicurezza, perché, dopo numerosi e pericolosi incidenti, ha accusato l'azienda di risparmiare sulla manutenzione. Mack Smith, uno storico evidentemente estraneo alle polemiche di casa nostra, molti anni fa rilevò che, per il liberismo riformista inaugurato da Giolitti, che pure fu molto attento al ruolo della politica, "le questioni sociali erano [...] più importanti di quelle politiche e [...] sarebbero state esse in avvenire a differenziare i vari gruppi politici gli uni dagli altri". Giolitti, egli scrisse, "avanzò pure la teoria del tutto nuova che i sindacati dovevano essere benvenuti come una valvola di sicurezza contro le agitazioni sociali, in quanto le forze organizzate erano meno pericolose di quelle disorganizzate" [2].
La propaganda non basta. L'Italia di Bossi, Fini, Veltroni e Berlusconi, non è solo un pericoloso guazzabuglio di valori vaticani e confindustriali. Il primato dell'economia sulla politica, l'attacco senza precedenti sferrato ai diritti dei lavoratori, il bavaglio che, con la legge 112, si mette a quel tanto di stampa libera che ancora sopravvive, la militarizzazione delle città col corredo di leggi sull'ordine pubblico, le manette che tintinnano per intimidire i dissidenti, le impronte prese ai rom, il culto del capo, i giornalisti "organici" posti nei gangli cruciali del sistema di informazione, le dichiarazioni irresponsabil e razziste sugli insegnanti meridionali e i colpi mortali inferti alla scuola e all'università, tutto questo dà ampiamente ragione a "Famiglia Cristiana": liberali e riformisti non c'entrano nulla. E' fascismo. Un nuovo e moderno fascismo.
Prenderne coscienza è già iniziare a combatterlo.


Note
1) Discorso agli elettori del collegio di Dronero, Busca, 20 ottobre 1899, in Giovanni Giolititi, Discorsi extraparlamentari, a cura di Nino Valeri, Einaudi, Torino, 1952, pp. 211-233.
2) Denis Mack Smith, Storia d'Italia dal 1861 al 1958, Laterza, Bari, 1959.

Giuseppe Aragno

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 ilaria ricciotti    - 26-08-2008
Il nuovo fascismo fa paura perchè c'è ma non si vede;
il nuovo fascismo disorienta perchè camuffato da buoni propositi;
il nuovo fascismo risucchia in quanto appare come il salvatore della patria;
il nuovo fascismo omologa coscienze e menti di un'opinione pubblica che non ha più un'opinione perchè schiava di un sistema televisivo ormai imperante che educa ed indirizza dove esso vuole.
Che fare?
Ragionare con la propria mente, analizzare, criticare, resistere e contrastare.

 ilaria ricciotti    - 26-08-2008
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Corriere della Sera > Politica >
Cascini: «Rischio fascismo se la politica entra nel Csm» Politica il segretario dell’Anm: «Magistratura non indipendente, cittadini non garantiti»
Cascini: «Rischio fascismo
se la politica entra nel Csm»
«Nella Sinistra c'è chi in malafede non vuole giudici indipendenti». Quagliariello (Pdl): «Non sa di cosa parla»

ROMA - «Se introduciamo la politica nel Csm (e mi pare evidente che si miri a questo) rischiamo di richiamarci ad un modello autoritario, ovverosia quello fascista, dove la magistratura non è indipendente dal potere politico e quindi non tutti i cittadini sono garantiti allo stesso modo»: lo dichiara Giuseppe Cascini, segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm), intervistato da Klaus Davi su Youtube. «Non dobbiamo dimenticare che il sistema giudiziario attuale che garantisce l’autonomia della magistratura è stato scritto sulla base delle vicende storiche del ’48», prosegue il segretario dell’Anm. «I tribunali speciali del regime fascista condannavano i nemici politici del governo. I giudici in passato obbedivano al governo fascista. La scelta di una magistratura indipendente che si governa da sola è stata fatta sulla base di quella esperienza. Aggiungo che la corte Europea potrebbe avere delle riserve, nel senso che alcuni principi della costituzione come quello di uguaglianza non sono modificabili. E’ quindi possibile - prosegue Cascini - che si apra una discussione molto seria a livello di corte di giustizia europea, proprio sulla compatibilità di questo modello con i principi della convenzione europea».

A SINISTRA C'È CHI NON VUOLE GIUDICI INDIPENDENTI - Giuseppe Cascini punta il dito anche sulla sinistra italiana: «Nella Sinistra, c'è chi crede che il tema della riforma della giustizia sia troppo complicato e difficile da risolvere e chi, invece, in malafede non vuole giudici indipendenti. È molto preoccupante la mancanza di posizione da parte dell'opposizione sul progetto di riforma della giustizia auspicato dal Governo». Lamenta il segretario dell'Anm: «Noi non conosciamo l'opinione della Sinistra, quanto meno delle forze maggiori, del Partito democratico, su quanto sta annunciando il Governo. Anzi, sul tema della riforma della giustizia, abbiamo letto un documento scritto da alcuni esponenti politici, la maggioranza dei quali dell'opposizione, che ha delle tesi veramente poco condivisibili. Una parte di questi promotori -osserva- sono Radicali: una componente politica che ha avuto sempre un rapporto problematico con la magistratura, ma ci sono anche esponenti del Pd». Cascini interviene anche sul tema «intercettazioni»: «Un politico non deve temerle. Nessuno può essere contento dell'idea di essere intercettato, ma dobbiamo affidarci alla giustizia e alla magistratura: il nostro è l'unico Paese del mondo in cui le sole intercettazioni possibili sono quelle consentite dalle autorità giudiziarie; in tutti gli altri Paesi, le fanno la politica, la polizia e i servizi segreti. C'è bisogno -continua- di una seconda legge sulle intercettazioni che regolamenti la loro pubblicazione, permettendo la divulgazione degli atti processuali e non dei fatti personali dell'indagato». L'intervista si chiude con un'annotazione finale: «Ci sono magistrati omosessuali e se facessero «coming out» sarebbe una cosa buona e consentirebbe di evitare o limitare casi, se ce ne sono, di discriminazione».

QUAGLIARIELLO (PDL) - «Le dichiarazioni del segretario dell'Anm sono il frutto di un cocktail diabolico fatto di ignoranza, presunzione corporativa e disprezzo della sovranita popolare». Lo afferma Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori PdL. «Cascini - aggiunge Quagliariello - non sa di cosa parla, e pur di non riconoscere la legittimità che deriva direttamente dalla sovranità del popolo invoca qualsiasi fonte di legittimità alternativa: la giurisprudenza, l'Europa, la storia usata a sproposito. Gli vorremmo ricordare che i magistrati in Italia non sono, come in altri sistemi, espressione della sovranità popolare; dunque le loro sentenze devono restare rigorosamente nell'ambito dei principi fissati dall'ordinamento. Ancora più grave, inoltre, è il fatto che vengano espressi giudizi su una riforma, quella del Csm, di cui il Parlamento deve ancora iniziare a discutere e della quale Cascini, come chiunque altro, non conosce ancora i termini». «La Costituzione - conclude Quagliariello - non è certo immodificabile, ma è un cosa seria: non può essere utilizzata come un tempo si usava il manganello, per sostenere a priori posizioni deboli sotto il profilo corporativo, ridicole sotto il profilo storico, inaccettabili sotto il profilo istituzionale e di una corretta dialettica tra i poteri»



21 agosto 2008 ( dal Corriere della Sera)