L'arte della discriminazione
Emanuela Cerutti - 24-05-2008
In un articolo apparso di recente sull'Espresso online, Umberto Eco mette in guardia dai pericoli di una rete senza rete, a cominciare da Wikipedia. L'enciclopedia libera è un'ottima iniziativa, ben fatta e precisa, ma occorre di continuo controllarla per essere certi che le notizie riportate non siano false o tendenziose. E poi controllare che le correzioni apportate non vengano di nuovo stravolte. Nuovi controlli: un lavoraccio.

D'altra parte, avverte il semiologo, su Internet è così: "Accanto a siti attendibilissimi fatti da persone competenti esistono in linea siti del tutto fasulli, elaborati da pasticcioni, squilibrati o addirittura da criminal nazisti, e non tutti gli utenti del Web sono capaci di stabilire se a un sito bisogna dare fiducia o meno." Che fare allora?
Una soluzione ci sarebbe, continua, e la scuola potrebbe farsene carico: basterebbe affidare agli studenti di vari ordini e gradi il compito di reperire, su un argomento dato "una serie di trattazioni inattendibili a disposizione su Internet, e spiegare perché sono inattendibili'. Ecco una ricerca che richiede capacità critica e abilità nel confrontare fonti diverse - e che eserciterebbe gli studenti nell'arte della discriminazione."

Una bella responsabilità, mi dico, per gli studenti, impegnati ad armonizzare spirito critico e controllo arrivando a discriminare (distinguere, differenziare secondo il De Mauro online, che esemplifica: la storia non può d. i fatti in buoni e cattivi) il vero e utile dal falso e dannoso. Una bella responsabilità perché potrebbe portare a sviluppare un concetto di errore troppo rigido per un'epoca che nella complessità, nel mutamento e nella varianza vede i suoi caratteri propri, e quindi restituire alla scuola quel senso di inutilità contro cui così spesso combatte.

Ma è un'altra la riflessione che mi preme e che parte, per contrasto, dalle parole di Pierre Lévy, filosofo della comunicazione virtuale. Durante una vecchia intervista diceva: "Il genere di comunicazione che si stabilisce nella cybercultura è al tempo stesso reciproco, interattivo e comunitario. Questa comunicazione...è universale perché tende all'universalità, per cui chiunque può virtualmente diventare emittente, non in direzione di un singolo individuo, ma di un insieme di individui. L'estensione dell'interconnessione manifesta il fatto che l'umanità sia una; ...universalità nel senso illuministico di porsi come compito l'unità del genere umano e affermare principi universali come i diritti dell'uomo."

Ho l'impressione che i due pensieri non si incontrino: come si fa a discriminare se si vuole costruire insieme? E come si può costruire insieme se non cercando modelli diversi da quelli che separano e dividono? E perché una rete, che evoca passaggi e nodi, relazioni e connessioni, può diventare in realtà quello che il suo etimo profetizzava più di sessant'anni fa: una grande ragnatela intorno al mondo?

Internet, il mondo della libertà e della democrazia, è un paese orizzontale, dove ognuno porta il suo contributo, aperto, ipertestuale, logico, potenzialmente infinito, come la conoscenza. La tecnologia, magia del possibile, è uno strumento che avvicina persone, eventi, idee e permette loro scambi e interscambi. Che succede se alla libertà si sostituisce il controllo, se lo scambio induce paura, se la vicinanza chiama a raccolta difese e costruisce muri?

Ed è a qui che, questa volta per analogia, penso al problema della biometria a scuola; problema forse più presente in altri paesi, ma non per questo eludibile. Il dibattito esiste e occorrerebbe svilupparlo attorno a quelli che ne costituiscono i nodi: i rischi per la salute, l'abitudine passiva a un'esistenza costantemente "pedinata" e spesso a nostra insaputa, ma soprattutto l'idea dell'"altro" (una tesi o una persona) come nemico, da cui devo difendermi, riconoscendolo grazie ai suoi sbagli e dimostrando soprattutto che io non erro, quindi non lo sono, nemico.

Ma nemico di chi? Forse bisognerebbe partire da questa domanda.
Della verità e del pressappochismo, potrebbe rispondere Eco. E avrebbe le sue ragioni.
E se Lévy ribattesse: della capacità di cooperare?

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 Adriana D'Amico    - 25-05-2008
A me pare abbastanza chiaro che nel mirino c'è proprio la capacità di cooperare. Eco segnala problemi seri, ma è stupefacente che non si lasci nemmeno per un momento prendere dalla curiosità e dalla voglia di andare oltre quello che è tutto sommato ovvvio e scontato. Il rischio che l'articolo segnala è molto concreto e pericoloso e occorrerebbe che la grande stampa ne parlasse e lavorasse per aprire un dibattito.