Slow politics, please
Alfio Mastropaolo - 10-05-2008
La sinistra - e il centrosinistra - sono affondati. Anzi, si sono autoaffondati. Non gloriosamente, come le vecchie corazzate che non volevano cadere in mano al nemico, ma come una imbarcazione da fumetti, dove l'equipaggio litiga a morte e si lascia sopraffare dalle onde. Ci sarà tempo per analizzare il risultato, di cui un aspetto appare particolarmente significativo: c'è stato un trasferimento secco di voti, dal versante sinistro al versante destro del sistema politico, che calcolato grossolanamente si aggira intorno al milione di voti. Non è poco. Per dirla in termini più espliciti: si sono rotti gli argini. E' un fenomeno piuttosto raro, probabilmente la migrazione è stata mediata in parte dall'Udc, ma solo in parte. Questo comunque significa una sola cosa: a sinistra di Casini, che mezzo milione di voti li ha persi pure lui, Di Pietro ha quasi raddoppiato, ma gli altri hanno perso tutti. Veltroni non ha nulla di cui rallegrarsi. Ha preso più o meno gli stessi voti che aveva preso l'Ulivo la volta scorsa. Qualche voto rubacchiato a sinistra, e il soccorso dei radicali, hanno solo mascherato la sua sconfitta e sono voti peraltro prontissimi a tornare al punto di partenza o a finire nel non voto. Mentre la verità è che Berlusconi come leader supremo, la Lega e l'astensione sono riusciti a sfondare.

Le cause di tale sfondamento sono tante e più profonde della campagna elettorale. Che Veltroni ha volutamente trasformato in uno spietato regolamento di conti finalizzato a cancellare un concorrente odiato e a mascherare la pochezza del neonato Pd. Ma se ha corteggiato alcuni (gli imprenditori), ricattato molti (gli elettori di sinistra), ha persuaso pochissimo. A parte la cannibalizzazione della cosiddetta sinistra radicale, senza guadagnare un voto che sia un voto da altre parti, il solo risultato ottenuto è stato una distribuzione dei seggi dissennata, che ha cancellato la sinistra radicale dal parlamento ed ha concesso, quando non ce n'era bisogno, un sovrappiù di vantaggio ai vincitori.

In questo c'è qualche corresponsabilità della sinistra radicale, la quale, persuasa di superare anch'essa il quorum, ha accettato una separazione consensuale. Bastava un accordo tecnico in alcune regioni per limitare di molto i danni. Ma la campagna elettorale e la competizione entro la sinistra non sono né le ragioni prossime e nemmeno quelle vere della sconfitta. Qualunque fosse stata la campagna elettorale, Berlusconi avrebbe vinto. E avrebbe vinto anzitutto perché la destra in questo paese, per l'acquiescenza della sinistra (e del centrosinistra) è diventata culturalmente egemone. E' la destra che detta l'agenda su un'infinità di temi: l'immigrazione, la sicurezza, il carovita. La accusano snobisticamente di populismo, ma è assai più popolare di quanto non lo sia la sinistra (o il centrosinistra). Rinchiuso nel più arcigno rigore, il governo Prodi si era con eccessivo impeto sul suo programma di risanamento, sfidando, forte di un solo voto di maggioranza al senato, ogni rischio di impopolarità e anche in campagna elettorale si è preoccupato più di accattivarsi gli imprenditori che non la gente comune.

Le responsabilità della sconfitta sono di tutti, ma alcune si segnalano in special modo. Si prenda ad esempio la subalternità allo stereotipo neo liberista sulla tassazione. Da un lato il governo Prodi ha promosso - finalmente - una politica fiscale determinata e rigorosa. Dall'altra né esso, né la sua maggioranza mai hanno speso una parola per giustificarla, per spiegare agli italiani i danni lasciati dal precedente governo e che sono le tasse che pagano a permetter loro di beneficiare di uno dei più efficienti sistemi sanitari del pianeta e di molti altri servizi ed hanno anzi legittimato essi stessi l'idea contraria: quella di una fiscalità rapace, che andava rapidamente ridimensionata. Non a caso Veltroni ha messo la riduzione delle imposte in cima al suo programma di governo.

Ma emblematico è anche il modo in cui è stata trattata la cosiddetta questione settentrionale. Che è una questione inesistente. Nel Mezzogiorno mancano le infrastrutture, la disoccupazione è altissima, la criminalità organizzata imperversa, la classe dirigente è di infima qualità. La questione settentrionale è invece solo l'egoismo di chi ha la pancia piena, che gode di una condizione di vantaggio e non vuole cederne nemmeno un pezzettino. Bene: un po' di soloni neoliberal e sinistramente chic ed un pezzo di centrosinistra hanno riconosciuto a gran voce che la questione settentrionale esisteva ed era urgente e perciò in due anni di governo se ne sono infischiati del Mezzogiorno, mentre infine Veltroni ha aperto a nord, simbolicamente, la campagna elettorale. Complimenti: il malato immaginario del nord si è sempre più convinto delle sue sofferenze e ha votato Lega e il Sud, che soffre davvero e che nessuno aiuta, ha concesso un massiccio smottamento di voti verso il centrodestra.

Insomma, molte mosse dell'ex-Unione hanno posto le premesse di una rivincita della destra, ulteriormente favorita dalle goffaggini del governo Prodi e dalla spietata litigiosità dei sodali dell'Unione stessa, ma anche dalla disinvoltura con cui Veltroni ha sconfessato l'operato di quel governo e le non poche cose buone che aveva fatto. E' la seconda volta. Il centrosinistra che ha governato corre scusandosi di ciò che ha fatto e perde puntualmente. Quando imparerà a essere un po' meno draconiano e un pochino più coerente?

Qualcuno ha la faccia di bronzo di dire che c'è pur tuttavia da rallegrarsi della semplificazione del sistema politico. Invece la situazione, sebbene ipersemplificata, è disastrosa, anche se forse meno consolidata di quanto non appaia a prima vista. Intanto, un dato merita considerazione: i due partiti di protesta inclusi nei due schieramenti - Idv e Lega - sono i soli a poter cantare legittimamente vittoria. Hanno quasi raddoppiato i loro voti. E, naturalmente, hanno tutta la convenienza ad utilizzare ancora questo registro.

D'altra parte, il Partito democratico si conferma quel che qualcuno aveva osservato in partenza: una fusione azionaria e nient'altro. E se Veltroni ha profittato di una pessima legge elettorale per modellare la rappresentanza parlamentare a sua immagine, c'è motivo di pensare che qualche contraddizione presto o tale esploda. E' una vicenda misteriosa, quella della sua designazione come leader. Forse è stato scelto sol perché, vista l'impopolarità del governo Prodi, lui appariva la figura più distante, per di più corroborata dai successi elettorali conseguiti a Roma. Ma non è detto che tale distanza gli abbia realmente giovato, anche se adesso, ingenerosamente, addossa a Prodi ogni responsabilità della sconfitta.

Quanto alla cancellazione della sinistra , essa è un danno anzitutto simbolico: effetto, conviene dirlo, non solo del ricatto del voto utile, ma anche della modestia del suo ceto dirigente e dei propri contrasti interni, e sopra ogni cosa dell'inesistenza di uno stile e di un discorso politico in grado di persuadere i ceti popolari. Se la sua attenzione - invero minoritaria - nei confronti di tali ceti è apprezzabile, non lo sono state talune sue smanie movimentiste e la sua incapacità di operare, anzitutto in termini di stile, quale forza di governo responsabile, ma anche sul piano della sostanza, ove i risultati della sua presenza al governo sono stati invero magri. E' verosimile che sia essa la prima vittima dell'incremento cospicuo dell'astensione che si è registrato il 13 e il 14 aprile.

La sinistra cosiddetta radicale in fondo non è troppo diversa dal Pd. Il suo radicamento sociale è debolissimo, per nulla più profondo di quello, vergognosamente debole anch'esso, del Pd. E' anch'essa ceto politico ed anch'essa da troppo tempo gioca la carta della politica televisiva, e di qualche esibizione di radicalismo, avendo totalmente rinunciato ad una capillare presenza su territorio e in quegli strati della società ove essa sarebbe più necessaria. Lasciati a se stessi, i ceti popolari o cedono alle più triviali suggestioni televisive - la paura degli immigrati - o si rinchiudono nel non voto. Figurarsi quando incontrano al mercato qualche tenace militante leghista che si preoccupa dei loro problemi.

Proviamo comunque a riflettere sui possibili scenari per il prossimo avvenire. Sempre che non intendiamo rassegnarci. Allora: donde si ricomincia?

Innanzitutto dal realismo. Prendiamo atto dell'umore politico della società italiana. La quale, piaccia o non piaccia, è una società politicamente moderata. Vai a capirne le ragioni: il cattolicesimo, le partite Iva, mille altri motivi. Ma così è. Cosa può fare allora la sinistra in un paese cosiffatto?

La prima possibilità è quella antica: una sinistra che interagisce con la destra, o coi i moderati, in termini conflittuali e negoziali ad un tempo. E' la soluzione esperita per quarant'anni. Il Pci salvaguardava la sua identità, ma otteneva tantissimo, lavorando di organizzazione, di egemonia, di occupazione del territorio, di presenza parlamentare o negli enti locali. Certo, in termini di potere politico, era una soluzione poco redditizia: il Pci restava sempre fuori del governo. Un po' dipendeva anche dalla conventio ad excludendum, ma molto di più dipendeva dal fatto che la Dci era elettoralmente maggioritaria. Dandosi tuttavia un gran daffare, il Pci tutelava e coltivava la sua constituency. Era un contropotere, profondamente insediato nella società italiana, mediante il sindacato, le organizzazioni collaterali, il partito, che dava filo da torcere a chicchessia e otteneva moltissimo. Se in Italia si è costruito uno stato sociale, lo si deve a questa sinistra.

La seconda possibilità è una sinistra che si allarga verso la destra, che modera le sue pretese. E' la strada della socialdemocrazia. Mai tentata fino in fondo in Italia, salvo che a livello locale, dove la sinistra negli anni Settanta soprattutto ottenne eccellenti risultati, riuscendo anche, nella stagione dei diritti, a erodere un pezzo di elettorato intermedio. Allargarsi verso il centro senza sconfessare la propria storia, ma giocando anche di egemonia. A complicare le cose, negli ultimi anni, ci si è però messo il senso comune neoliberalista: il collasso delle socialdemocrazie nei grandi paesi europei ne è la prova.

La terza possibilità è che la sinistra accetti l'egemonia della destra: che in nome della modernità, o della modernizzazione, diventi una destra di ricambio, ovviamente più cauta e più sensibile ai problemi dei ceti popolari, lentamente trascinando verso destra il suo elettorato, e cercando di conquistare una fettina di elettorato moderato, magari puntando sulle défaillance della destra in termini di capacità di
governo. Questo ha fatto Blair e questo ha provato a fare la classe dirigente del Pci
dal 1989, seguendo le orme di Craxi. Peccato che il Pci si è dissolto, ha cambiato nome, ne ha fatte più di Bertoldo, ma, mentre ha perso un pezzo della sua sinistra, a destra non ha guadagnato nulla. Si è solo sposato con la parte di sinistra della vecchia Dc.

La tragedia italiana è che la prima soluzione era quella che c'era: era sicuramente invecchiata e bisognosa di un radicale rinnovamento, ma la si è lasciata invecchiare ulteriormente e poi abbandonata. C'era poi qualche chance di esperire la seconda soluzione, ma si è invece preferito buttarsi alla cieca sulla terza, mediante quella mostruosa scempiaggine che sono state le riforme elettorali e la creazione del Pds. Pensavano che la Dc fosse ormai esaurita e che il vuoto che si sarebbe prodotto sulla destra avrebbe reso inevitabile il successo di una sinistra moderata, anzi moderatissima. Purtroppo in politica i vuoti non esistono. Negli anni Ottanta la sinistra, e tutta la politica italiana, hanno giocato la carta dell'uomo forte. E questo è puntualmente arrivato, ma a destra. Hanno pure pensato che il partito di massa fosse un ferrovecchio e che ormai era tempo di politica televisiva per accreditare la loro nuova immagine moderatissima. Mal gliene incolse.

Né col tempo - quindi anni, purtroppo - ci sono stati ripensamenti. L'uomo forte si è rivelato un pericoloso pasticcione, ma, lungi dal profittare dagli scempi che ha più volte combinato, l'ormai centrosinistra si è dimostrato incapace di agire come responsabile coalizione di governo. Due volte gli ha sottratto il potere e due volte si è incartato, per beghe interne e per l'incapacità di prender atto che un accordo tra centrosinistra e sinistra cosiddetta radicale fosse la via obbligata per contrastarlo. Veltroni ha riprodotto anche lui il terzo schema, ma esasperandolo al ribasso e con gli effetti che stiamo qui a contemplare.

Quindi, ripartiamo da zero. Sullo sfondo c'è un'opportunità. La situazione economica e sociale del pianeta dopo venticinque anni di neoliberismo è allo sfascio. Lo riconosce pure Tremonti, che predica una soluzione neocons - un mix di autoritarismo, populismo, identitarismo - che però ha già fatto fallimento oltre Atlantico. Se avessimo a che fare con una sinistra seria (dal Pd all'Arcobaleno), appresa la lezione, torneremmo verso la prima soluzione. Si fa politica non solo dal governo ma pure dall'opposizione e, naturalmente, anche dalla società. Si può presumere, visto che abbiamo a che fare con gente testarda nella sua ottusità, che il Pd di Veltroni punterà invece su un'ulteriore cannibalizzazione della sinistra radicale, riproponendo per la prossima volta l' Ok Corral con Berlusconi, magari puntando sui pasticci che avrà nel frattempo combinato..

Niente vieta tuttavia di pensare a un gioco diverso. Donde si possa iniziarlo a giocarlo è molto difficile a dirsi. Dubitiamo si possa farlo solo dagli scompaginati ranghi della Sinistra arcobaleno. Semmai lo si può fare dalle viscere stesse della società italiana, coagulando quella sinistra diffusa che si annida nelle sue pieghe. Ma serve uno scatto d'intelligenza, che rifiuti il gioco come si va configurando.

Una delle più geniali invenzioni degli ultimi decenni è stato il movimento Slow food. Riscoprire i sapori di una volta, le cucine di territorio, i prodotti genuini. L'autenticità dell'alimentazione contro la produzione industriale. Bene, perché non si dovrebbe riscoprire una politica autentica, competitiva con quella drogata dai media, fatta non di leadership e di personaggi mediatici, che esibiscono in piazza le loro private traversie, bensì di azione collettiva, di iniziative solidali, dei bisogni di una larga parte della società molto sofferente e di un'altra fortemente a rischio di mobilità discendente? L'emergenza ambientale incombe su tutti noi. La sottooccupazione è un dato diffuso. I disastri della finanza globale sono sotto gli occhi di tutti. Una qualche forma di redistribuzione prima o poi si imporrà: all'interno dei paesi ricchi, ove la forbice dei redditi è diventata larghissima, e tra paesi ricchi e paesi poveri, dove nuove rivolte per fame stanno scoppiando ogni giorno. Insomma, dopo lo Slow food, serve la Slow politics: non spettacoli senza contenuti e intrisi di volgarità, e nemmeno obsolete suggestioni ideologiche, ma una politica di contatti umani, di ribellioni pacifiche, ma determinate, di luoghi di aggregazione e di piccoli passi, purché in avanti, purché concreti, il tutto corroborato dalla capacità di fare opposizione malgrado la debolezza della rappresentanza parlamentare. Serve una politica che riscopra il mandato affidatole dall'inizio della modernità: quello di contrastare il disordine spontaneo della vita collettiva e di costruire artificialmente una qualche condizione di ordine. Una politica infine condivisa, ove nessuno si senta più solo nel momento in cui deposita la sua scheda nell'urna. Che ricominci dall'egemonia. Qui c'è tutta una cultura da cambiare.


Editoriale del n° 30 della rivista on line Nuvole.it

discussione chiusa  condividi pdf

 Savoca Rosaria    - 11-05-2008
Condivido pienamente questa lucida ed efficace analisi della drammatica situazione in cui versa il nostro paese e spero che siano tanti a leggere e a far proprio l'articolo; sicchè le proposte in esso contenute costituiscano uno stimolo ad agire, ognuno nel proprio ambiente perchè qualcosa cambi. E' evidente che ci vorrà del tempo per ricostruire ciò che è stato distrutto, ma bisogna lottare per poter dare un senso alla nostra vita e, soprattutto per i nostri figli e nipoti.