Primo maggio
La Redazione - 28-04-2008
"... la nostra epoca è la prima a chiedere l'omologazione di tutti gli uomini come condizione della loro esistenza...": così stralcia la
Fondazione Franceschi
nell'inviarci un pezzo di Galimberti. Parole, per i quali li ringraziamo, attualissime anche se risalgono a 6 anni fa, tempi sospetti o non sospetti? Tempi comunque in cui già una strada, quella della gabbia globalizzante, si era trasformata in autostrada: la migliore possibile, probabilmente l'unica, per una costituzione sociale "buona". Ma buona per chi, ci chiediamo alla vigilia della nuova festa, la festa del lavoro? E buona fino a quando? Forse fino al momento in cui consumo, azienda, capitale, dovranno arrendersi ai propri stessi limiti e cominciare, lentamente, a decrescere...

La Redazione




Umberto Galimberti: La grande tribù dei prevedibili

A nessuno è data la possibilità di scegliersi l'epoca in cui vivere, né la possibilità di vivere senza l'epoca in cui è nato, non c'è uomo che non sia figlio del suo tempo e quindi in qualche modo "omologato". Accade però che, rispetto alle epoche che l'hanno preceduta, la nostra epoca è la prima a chiedere l'omologazione di tutti gli uomini come condizione della loro esistenza. Non dunque un'omologazione come "dato di fatto", ma un'omologazione "di principio", le cui ragioni vanno ricercate in quella condizione per cui, nell'età della tecnica e dell'economia globale, "lavorare" significa "collaborare" all'interno di un apparato, dove le azioni di ciascuno sono già anticipatamente descritte e prescritte dall'organigramma per il buon funzionamento dell'apparato stesso.

1. La coscienza omologata.
Un'azione è omologata quando è conforme a una norma che la prescrive, quindi quando non è un'azione, ma una conformazione. E conformazioni sono tutte le azioni che si compiono in un apparato e in funzione dell'apparato, al cui interno il fare da sé cessa dove incomincia ciò che deve essere fatto in perfetto accordo con le altre componenti dell'apparato. Gli scopi che l'apparato si propone non rientrano nelle competenze del singolo individuo e talvolta, stante l'alta sofisticazione tecnica, nelle possibilità della sua competenza. Ciò comporta che la "coscienza" dell'individuo si riduce alla "coscienziosità" nell'esecuzione del suo lavoro, e in questa riduzione è l'atto di nascita della "coscienza conformista", a cui viene richiesta solo una buona qualità di collaborazione, indipendente dagli scopi che sono di competenza dell'apparato.

2. Il sano realismo.
Sarà per questo che fin da piccoli ci siamo sentiti dire che il successo si consegue più facilmente se ci si adatta alle esigenze degli altri (rinunciando ovviamente a realizzare se stessi), e così abbiamo fatto quando imitavamo i tratti e gli atteggiamenti di tutte le collettività in cui entravamo a far parte. Dal gruppo dei bambini con cui giocavamo, ai compagni di classe, ai gruppi di lavoro, a nostre spese abbiamo imparato che ciò che paga è l'uniformità più rigorosa, dove la capacità di adattarsi all'organizzazione appariva come l'unica condizione per avere una certa influenza su di essa. Alla minima obiezioni c'era sempre chi ci ricordava che questo atteggiamento si chiama "sano realismo", mentre in noi sorgeva il sospetto che con questa espressione non ci si riferiva tanto a una rappresentazione fedele del reale, ma a quella determinata presa di posizione surreale che è l'accettazione indiscussa dell'esistente. Il cui valore consiste semplicemente nell'essere così come esso è, senza la minima cura della sua qualità morale.

3. L'incoscienza della coscienza omologata.
Affinché l'adattamento non venga avvertito come una coercizione è necessario che il mondo in cui viviamo, che è poi il mondo della tecnica e dell'economia globale, non venga avvertito come uno dei "possibili" mondi, ma come l'"unico" mondo fuori dal quale non si danno migliori possibilità d'esistenza. Allora e solo allora l'ordine e l'obbedienza non saranno più percepiti come fatti coercitivi, allo stesso modo di come i pesci del fondo marino non percepiscono come coercizione la pressione dell'acqua e gli animali di terra la pressione atmosferica. Se il mondo dei beni da produrre e consumare riesce a costituirsi come mondo coeso senza lacune, senza interruzioni, senza alternative, gli obblighi imposti da questo mondo e le obbedienze richieste non saranno più avvertiti come tali, bensì come "condizioni naturali" di essere nel mondo. Ma quando un mondo riesce a farsi passare come l'unico mondo, l'omologazione degli individui raggiunge livelli di perfezione tali che i regimi assoluti o dittatoriali delle epoche che ci hanno preceduto neppure lontanamente avrebbero sospettato di poter realizzare.

4. Il conformismo come condizione d'esistenza.
Senza interruzione, senza lacune, senza sospensione, non ci rendiamo conto da quante catene ci ha reso dipendenti l'età della tecnica e dell'economia globale e, se nel secolo scorso Marx poteva dire che la maggioranza dell'umanità "non aveva niente da perdere tranne le sue catene", oggi si dovrebbe dire che senza queste catene non avrebbe di che sopravvivere. Questa è la ragione per cui, quando le catene si spezzano (sciopero dei mezzi di trasporto, interruzione dell'energia elettrica, ritardo nei rifornimenti alimentari), da parte di tutti ne viene invocata subito la saldatura. Questa richiesta è l'indice non solo del tasso di dipendenza di ciascun individuo dal mondo della tecnica e dell'economia globale, ma anche del tasso di collaborazione spontanea, quindi di omologazione e di conformismo, affinché questo mondo permanga il più possibile garantito e assicurato senza interruzioni, rischi o possibilità di cedimento, anche se al suo interno non è preclusa, anzi è sollecitata, la possibilità di continuare a ripetere il vocabolario dell'individuo.

5. I mezzi di comunicazione come mezzi di omologazione.
La società conformista, nonostante l'enorme quantità di voci diffuse dai media, o forse proprio per questo, parla nel suo insieme solo con se stessa. Alla base infatti di chi parla e di chi ascolta non c'è, come un tempo, una diversa esperienza del mondo, perché sempre più identico è il mondo a tutti fornito dai media, così come sempre più identiche sono le parole messe a disposizione per descriverlo. Il risultato è una sorta di comunicazione tautologica, dove chi ascolta finisce con l'ascoltare le identiche cose che egli stesso potrebbe tranquillamente dire, e chi parla dice le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque. In un certo senso si può avanzare l'ipotesi che la diffusione dei mezzi di comunicazione che la tecnica ha reso esponenziale tende ad abolire la necessità della comunicazione perché non si dà esigenza di comunicazione là dove è abolita la differenza specifica tra le esperienze del mondo che sono alla base di ogni bisogno comunicativo. Con il loro rincorrersi, infatti, le mille voci che riempiono l'etere aboliscono progressivamente le differenze che ancora sussistono tra gli uomini, e perfezionando la loro omologazione, rendono superfluo, se non impossibile, parlare in prima persona. In questo modo i mezzi di comunicazione cessano di essere dei "mezzi", perché nel loro insieme compongono quel "mondo" fuori dal quale non è dato avere altra e diversa esperienza. Questa è la ragione per cui in una società omologata come la nostra, "parlare" non significa come ha sempre significato "comunicare", ma eliminare le differenze che ancora potrebbero sussistere con i nostri simili, in modo che l'anima di ciascuno, già coestensiva al mondo di tutti, diventi coestensiva e al limite sovrapponibile all'anima di chiunque.

6. Cognitivismo e comportamentismo come psicologie del conformismo.
Questo spiega perché nella nostra epoca sono diventate egemoni quelle "psicologie dell'adattamento" il cui implicito invito è di essere sempre meno se stessi e sempre più congruenti all'apparato. Non diversamente si spiega il declino della psicoanalisi come indagine sul proprio profondo, e il successo del cognitivismo e del comportamentismo. Il primo per aggiustare le proprie idee e a ridurre le proprie dissonanze cognitive in modo da armonizzarle all'ordinamento funzionale del mondo; il secondo per adeguare le proprie condotte, indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi, sono tollerati solo se confinati nel privato e coltivati come tratto "originale" della propria identità, purché non abbiano ricadute pubbliche. Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l'"autenticità", l'"essere se stesso", il "conoscere se stesso", che l'antico oracolo di Delfi indicava come la via della salute dell'anima, diventa nelle società conformiste e omologate qualcosa di patologico, come può esserlo l'esser centrati su di sé (selfcentred), la scarsa capacità di adattamento (poor adaptation) il complesso di inferiorità (inferiority complex). Quest'ultima patologia lascia intendere che è inferiore chi non è adattato, e quindi che "essere se stesso" e non rinunciare alla specificità della propria identità è una patologia. E in tutto ciò c'è anche del vero, nel senso che sia il cognitivismo sia il comportamentismo, in quanto "psicologia del conformismo" assumono come ideale di salute proprio quell'esser conformi che, da un punto di vista esistenziale, è invece il tratto tipico della malattia. Dal canto loro i singoli individui, interiorizzando i modelli indicati dal cognitivismo e dal comportamentismo, respingono qualsiasi processo individuativo che risulti non funzionale alla società omologata, dove la differenza, la specificità e la peculiarità individuale, oltre a non essere remunerative, destano persino qualche sospetto.

Umberto Galimberti*


da "la Repubblica", 15 agosto 2002

* Umberto Galimberti, uno fra i più affermati filosofi italiani, nato a Monza nel 1942, è titolare della cattedra di Filosofia della storia all'Università Ca' Foscari di Venezia. Firma fra le più autorevoli de La Repubblica, è autore di libri di grande successo tradotti in svariate lingue, fra cui Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica (1999) ed il recente L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (2007). Altre sue importanti opere sono Heidegger, Jaspers e il tramonto dell'Occidente (1975), Psichiatria e fenomenologia (1979), Il corpo (1983), La terra senza il male. Jung dall'inconscio al simbolo (1984) e Gli equivoci dell'anima (1987).


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 ilaria ricciotti    - 30-04-2008
I° maggio 2008: nero, nero, nero

La festa quest’anno è molto amara
ogni giorno qua e là c’è una bara.

Ogni giorno un uomo muore
lascia in cantiere il suo cuore.

“Quel lavoro tanto desiderato
il mio carnefice è diventato,

esso è al servizio del padrone
sua fonte di guadagno,
per me disperazione,

ma, senza non potrò di certo campare
metter su famiglia e i figli far studiare”.

Una domanda mi attanaglia la mente:”
Perché qualcuno nasconde o mente?”

Perché in questa società civile e progredita
ancora troppi son coloro che perdono la vita?

Perché ci si dispera e si piange chi s’è ne è andato
ma non si fa nulla per rimediare al danno annunciato?

Perché non si perseguono negligenze ed illegalità
e si permette che certe carogne siano in libertà?

 da Peace reporter    - 01-05-2008
Negli Usa, per la prima volta, il Primo maggio si sciopera contro la guerra


Negli Usa il primo maggio è un giorno come un altro: si lavora. Ma quest'anno promette di non essere così per molti, almeno lungo la progressista costa ovest degli States. Decine di migliaia di lavoratori portuali hanno infatti deciso di scioperare proprio nel May Day, per protestare contro le guerre in Iraq e in Afghanistan. E' la prima volta che negli Usa si incrociano le braccia per un conflitto.


Lo sciopero. Il sindacato dei lavoratori portuali della costa occidentale, l'International Longshore and Warehouse Union, ha deciso a larga maggioranza nell'ultima assemblea lo sciopero, dichiarando per il primo maggio una giornata di "No Peace, No Work". Nel dibattito all'interno del sindacato, che rappresenta 42.000 lavoratori portuali, sono stati decisivi gli interventi di alcuni veterani del Vietnam. In passato l'Ilwu ha preso posizione su altre cause legate ai diritti umani e sociali. Nel 1978 i lavoratori portuali si rifiutarono di caricare le bombe sui cargo diretti al Cile di Pinochet, sei anni dopo incrociarono le braccia contro l'apartheid in Sudafrica, e nel 2001 bloccarono gli scali marittimi della costa occidentale in protesta contro il vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio a Seattle. Mai, però, è capitato che si scioperasse contro una guerra.

Le proteste. A San Francisco, epicentro dell'evento, si terrà una marcia che attraverserà la città, con la partecipazione di icone pacifiste come Cindy Sheehan e l'attore Danny Glover. In tutto, gli organizzatori calcolano che almeno 15.000 lavoratori incroceranno le braccia in 29 porti della costa ovest. Ma il fronte della protesta potrebbe essere più diffuso, perché molti lavoratori non iscritti al sindacato hanno annunciato di volersi unire, anche in scali del Golfo del Messico o della costa orientale. Altri sindacati hanno inoltre annunciato il loro sostegno con forme differenti: a New York e San Francisco, per esempio, i postini osserveranno due minuti di silenzio a ogni cambio di turno.

Frustrazione e speranza. Perché proprio quest'anno una protesta del genere, dato che la guerra in Iraq dura da cinque anni? Jack Heyman, un membro del consiglio direttivo dell'Ilwu di San Francisco, lo spiega con la frustrazione dei lavoratori contro i Democratici (il sindacato è schierato con Obama). "A noi dicono di essere contro la guerra, poi controllano il Congresso e non fanno niente per fermare il finanziamento del conflitto", dice a PeaceReporter. "Allora abbiamo deciso che, come lavoratori, potevamo fare qualcosa per dare un segnale". Finora il segnale non è stato diffuso granché, i media statunitensi non coprono l'evento come sperato. "Un giornalista del New York Times era presente alla nostra assemblea. Gli ho chiesto: 'Ci farete un articolo?'. Lui ha risposto 'Vediamo se è degno di notizia'. Ci sarebbe da mettersi a ridere. Degno di notizia? E' un fatto storico", conclude Heyman. Che però non perde la speranza. Anche perché nel sindacato è iniziata a girare la voce che l'idea dello sciopero sarà raccolta anche dove la guerra c'è ancora: in Iraq, dai lavoratori del porto di Umm Qasr.

Alessandro Ursic