La Cina, il Tibet e...le Olimpiadi
Giocondo Talamonti - 21-03-2008
Il Tibet sta vivendo il periodo più difficile del suo processo autonomista. La sua controparte ha poca dimestichezza con la comprensione dei problemi sociali e con gli aneliti di libertà di una popolazione che prima di guardare ai suoi interessi economici, vuole dissociarsi dagli indirizzi politici assunti dal governo cinese. La disputa non è nuova. Si trascina da anni nel silenzio dei media e nella sopportazione dei monaci, oggi simbolo di una lotta matura per evolvere in insurrezione.
Alla base della suppurazione della vicenda sta l'imminenza delle Olimpiadi, intese come potenziale eco di un disagio sociale ed economico.
Il Dalai Lama, Nobel per la Pace, premio guadagnatosi a seguito di soprusi sofferti dai monaci e dalla popolazione tibetana, ha sensibilizzato l'occidente sulle ragioni della battaglia visitando i paesi più evoluti alla ricerca di un consenso morale e di opinione e ricevendo spesso un'accoglienza non proprio calorosa.
La Cina accusa i tibetani di voler boicottare le Olimpiadi e creare un danno materiale e di immagine ad una nazione che solo da poco è entrata nella competizione economica mondiale. Non è dato sapere se questa sia la verità, anche se si fa fatica a credere che tanto spargimento di sangue possa trovare giustificazione nella banalità dell'accusa.
Ma non è certo questa la sede per approfondire i dissapori. Qui si vuol far notare che lo Sport non merita di essere strumentalizzato per contrasti che gli sono estranei.
Per sua natura, esso aggrega, livella le differenze, premia il sacrificio e l'impegno, dà dignità agli uomini, senza distinguere l'origine, il credo, il colore della pelle e la cultura.
Un occidente maturo non dovrebbe neppure minimamente lasciarsi tentare dall'idea di aderire al boicottaggio, perché si priverebbe di uno dei pochi strumenti di cui il mondo dispone per intrecciare dialoghi di pace, comprensione fra i popoli, confronto culturale.
In questo senso, la rinuncia alla partecipazione ai giochi risulterebbe essere il fallimento degli ideali di libertà, la perdita dei valori basilari di equità e di giustizia, l'abbandono di ogni possibilità di perseguire, attraverso il confronto sportivo, la volontà di affermare i principi di fratellanza che devono animare tutti i popoli della terra.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Alfio Simeoni    - 30-03-2008
Invece il boicottaggio è l'unica maniera per far capire anche alla Cina comunista che i diritti delle persone e delle comunità vanno rispettati. Vogliamo la guerra? No! Vogliamo la pace, sì, ma la pace senza rispetto della persona è fasulla. Quindi l'unica protesta possibile è il boicottaggio. Lo dice uno che ama lo sport in generale e le Olimpiadi e le attende spasmodicamente ogni 4 anni.