Nella società della conoscenza... quale posto per l'istruzione?
Maurizio Tiriticco - 21-02-2008
Un impegno per il Partito Democratico!

Ciò che non convince nei programmi elettorali a proposito di quella cosa che tutti continuano a chiamare scuola e che invece in una società avanzata dovrebbe costituire un vero e proprio Sistema educativo nazionale di istruzione e formazione è che si avanzano proposte, anche interessanti, le quali, però, non sempre hanno buone gambe per marciare! Due sono le considerazioni da fare, la prima riguarda il breve termine, la seconda, invece - ed è quella che conta di più - riguarda il lungo termine.
Il breve termine è costituito da tutti i pesanti limiti posti dalla Finanziaria 2008, nella quale, alla luce della necessità del risparmio generale della spesa pubblica, non c'è voce che per i settori riguardanti la Pubblica Istruzione non indichi solo tagli e decurtazioni. Quelle rare volte che si parla di efficienza ed efficacia del servizio reso, l'obiettivo non è la "promozione" dell'alunno, ma il conseguimento delle rigide economie di spesa. Appare quindi estremamente improbabile che, con un anno all'insegna di un'economia fino all'osso, sia possibile realizzare ambiziosi obiettivi di promozione educativa e culturale, di recupero degli alunni più deboli, di integrazione dei diversamente abili e dei sempre più numerosi stranieri. Siamo anche a ridosso dei traguardi propostici da Lisbona per il 2010, ma ne siamo ancora molto lontani!
Ma guardiamo all'oggi! Abbiamo lanciato due sfide importanti e cruciali per lo sviluppo del nostro Sistema di istruzione: la ricerca/azione per mettere alla prova nuove indicazioni per il curricolo delle scuole dell'infanzia e del primo ciclo; l'avvio dell'innalzamento dell'obbligo di istruzione. Sono operazioni che richiedono interventi onerosi e per certi versi coraggiosi nei confronti delle unità scolastiche e del personale educativo, in ordine alle risorse di cui dovrebbero disporre e ai trend di formazione cui dovrebbero sottoporsi, operazioni che reclamano anche l'attenzione e l'impegno attivo degli studenti stessi e delle loro famiglie. Il che significa organizzare iniziative che coinvolgano i protagonisti dell'innovazione nelle loro realtà territoriali. E sono iniziative che richiedono non solo capacità organizzative, ma anche e soprattutto stanziamenti di tutto rilievo. E, se questi non ci sono, e per quest'anno saranno minimi, le innovazioni rischiamo non solo di rimanere sulla carta, ma di ingenerare frustrazioni e pericolose onde di ritorno.
Ma è il lungo termine quello che desta maggiori preoccupazioni! In effetti, le difficoltà che dipendono da una difficile congiuntura potrebbero anche giustificarsi ed accettarsi, anche se con molte remore, perché resterebbe pur sempre aperta una prospettiva di ampio respiro. Ma è questa prospettiva che è palesemente assente! E perfino nelle pratiche correnti, eccessivamente limitate e costrette a rappezzare toppe più che a tessere tele.
E la tela che occorre tessere riguarda la consapevolezza che investire nella conoscenza significa investire nello sviluppo. Non è un'affermazione di maniera, ma una realtà! Esiste ormai una pubblicistica vasta al proposito, fondata per altro su ricerche di tutto rispetto, anche e soprattutto internazionali. Da Beck a Giddens, da Morin a Rifkin e a Rorty, da Bandura a De Kerckhove: sono in tanti ad affrontare il nuovo e problematico rapporto che corre tra conoscenza, società e sviluppo in un mondo sempre più complesso e globalizzato, in cui c'è anche un web che implementa giorno dopo giorno nuove forme di acquisizione dei saperi. Si veda anche quel pregevole volume di Francesco Vespasiano, La società della conoscenza come metafora dello sviluppo, edito da Franco Angeli qualche anno fa. Mi piace citare anche il recentissimo Umanesimo tecnologico e istruzione tecnica di Claudio Gentili, edito da Armando, che, anche se ha come focus il versante istruzione, rinvia pur sempre al nesso che corre tra conoscenze, competenze professionali e civiche. Se queste ricerche e queste suggestioni hanno un fondamento, allora viene da chiedersi: perché alla conoscenza non si riconosce il valore che ha assunto e che ancora assumerà ai fini dello sviluppo? Perché sulla conoscenza non si investe?
Ma che cos'è la conoscenza? Non è solo l'insieme dei risultati sempre più sorprendenti che la ricerca scientifica ci propone giorno dopo giorno ed in misura sempre più esponenziale. E' anche il concreto insieme delle teste pensanti delle persone che di questa società sono partecipi e di cui dovrebbero essere protagoniste. Sostenere che le teste pensanti sono oggi, nella società dell'informazione, ciò che una volta, nella società dell'industrializzazione, erano il carbone è l'acciaio, è molto più di una metafora, è una realtà. Il motore del postindustriale, del postmoderno o del surmorderno - la ricerca sociologica oggi è raffinatissima al riguardo - è dato oggi non dalle braccia dei molti, ma dalle teste di tutti. Investire sulla conoscenza, quindi sull'istruzione delle persone, nessuna esclusa - e non si tratta di un buonistico moralismo, una sorta di lettura al ribasso della Lettera a una professoressa - sembrerebbe un qualcosa di assolutamente scontato.
Il capitalismo ha scatenato guerre fratricide a non finire per appropriarsi delle materie prime, ha prodotto anche quel colonialismo di cui i Paesi africani ancora pagano dolorosissime conseguenze! Il capitale sapeva che la sua sopravvivenza e il suo sviluppo dipendevano da quelle precise scelte politiche e militari. Per giustificare le sue rapine e per mobilitare le persone, ha inventato i confini nazionali, l'eroismo e l'amor di patria, ha inventato finanche il razzismo, il tutto in funzione della progressiva conquista di terre, braccia e mercati al fine di un'oculata incetta delle materie prime e dei metalli preziosi. La "guerra" che la democrazia, che i Paesi democratici, dovrebbero oggi condurre è quella della promozione delle teste dei cittadini, finalizzata ad allargare fino agli estremi limiti l'area delle conoscenze individuali e collettive, perché è l'insieme di queste che oggi può garantire lo sviluppo della ricerca, delle tecnologie, della crescita economica e della ricchezza collettiva. E le conoscenze sono anche i fattori che permettono a ciascuno di noi di comprendere come e perché un simile sviluppo sia nell'interesse di tutti in quella prospettiva planetaria che gli studiosi contemporanei più attenti ci segnalano e ci additano anche con dovizia di dettagli.
Di fatto, la conoscenza, se correttamente sollecitata e diffusa, produce anche quell'etica pubblica di cui abbiamo assolutamente necessità in una sorta di rinnovato intellettualismo etico. E - se è lecito comparare "cose" grandi con "cose" piccole - non è un caso che, nelle nostre Indicazioni per il curricolo, le cosiddette Educazioni non sono né indicate né descritte, in quanto sono completamente diffuse all'interno dei saperi delle aree disciplinari. Se un'istruzione è correttamente finalizzata, è anche educazione, e formazione! E non è un caso che le competenze chiave per l'esercizio della cittadinanza attiva, che l'Unione europea propone a tutti i suoi cittadini al termine dell'obbligo di istruzione, nella scelta effettuata dal nostro Paese costituiscono l'esito di un percorso di studi largamente pluridisciplinare.
Se è vero che il sapere nelle società ad alto sviluppo è la prima fonte di ricchezza, non solo nel settore lavorativo, ma anche nel campo dell'etica pubblica, non si capisce perché nel sapere non si investe quanto è necessario e più del necessario, nei tempi lunghi e con lungimiranti progettazioni pluriennali. Una società sempre più complessa e sistemica non si governa con i tumultuosi e ripetitivi chiacchiericci dei Porta Porta e dei Ballarò! Anche le campagne elettorali devono guardare lontano e non le pagliuzze nell'occhio dell'avversario di turno! La scelta di un governo responsabile deve essere in primo luogo quella della promozione delle teste dei suoi cittadini. E deve essere una scelta fortemente motivata come quella che una volta - e lo ribadisco - era alla base di una guerra di conquista. I Ministeri della Guerra - e non solo nel nostro Paese - avevano questa precisa funzione. E a questi ministeri non si lesinavano i finanziamenti: e i mercanti di cannoni facevano affari d'oro. Ed oggi i mercanti di libri sono invece costretti a tirare la cinghia! Il nostro è diventato un Paese dove molti scrivono, e di tutto, e nessuno legge!
Affari d'oro potremmo fare se investissimo nell'istruzione quanto si conviene. Che senso ha parlare di istruzione obbligatoria per tutti, anzi di istruzione per tutta la vita, se poi non si agisce di conseguenza? L'istruzione paga ed anche se paga in differita è sempre un investimento sicuro! Se questo assunto è vero - e sta scritto dappertutto ed anche i nostri politici sono sempre pronti a sottoscriverlo - la scelta da fare è una sola: investire in via prioritaria nell'istruzione. Ma per far ciò occorre pensare alla grande! Occorre guardare lontano nel tempo! La Finanziaria per quest'anno è ormai andata ed avremo ancora un anno di magra.
E' importante e decisivo che fin da adesso il partito che aspira a governare il Paese avverta la necessità di una svolta radicale! E' necessario che si assuma il settore dell'istruzione come una priorità per andare lontano! In primo luogo dobbiamo essere veramente convinti che non esiste più quell'edificio che si chiama scuola in cui si mandano i bambini a studiare finché non diventano grandi per poi mandarli a lavorare. Perché non è più così! Esiste - e lo ribadisco - un Sistema costituito di tanti elementi strettamente interagenti tra loro, dei quali ciascuno di noi deve fruire dalla nascita e per tutta la vita, perché la conoscenza è per ciascuno di noi la condizione prima per essere, per lavorare e per lavorare con gli altri. E compito del Sistema non è solo quello di promuovere apprendimenti, ma anche di intercettare quelli che in misura sempre maggiore sono sollecitati dai settori extrascolastici, dell'informale e del non formale
Se non condividiamo questa convinzione, se non ci adoperiamo per costruire questo Sistema, continueranno a sopravvivere le tante nostre scuole, costrette a far miracoli con i pochi mezzi di cui dispongono! Tante cenerentole che non diventano mai principesse! E per tutti i cinque anni della nuova legislatura continueremo a barcamenarci con i problemi di sempre. Tante nostre scuole fanno miracoli nonostante le scelte politiche miopi che da sempre vengono effettuate! Occorre una svolta, occorre guardare lontano, se vogliamo costruire il futuro! E' una battaglia che non si vince se non la si combatte!

Roma, 20 febbraio 2008


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