Femminismo e femminilizzazione nella scuola italiana
Lucio Garofalo - 19-02-2008
Probabilmente, occuparsi oggi di "femminismo" potrebbe risultare addirittura demodé. Nel senso che, per quanto si possa sollevare un problema reale, oggettivo, l'approccio rischierebbe di essere già superato e "scorretto" in partenza.
Non c'è dubbio che numerosi segnali anche recenti indicano in modo inequivocabile come, malgrado la presenza femminile nei diversi settori lavorativi della nostra società sia in netto aumento, quando si tratta di ruoli decisionali, l'uguaglianza tra i sessi sembra essere un traguardo ancora distante. E' assolutamente innegabile come in tutti gli ambiti lavorativi e sociali i maschi detengano e proteggano a denti stretti le posizioni di maggior prestigio, privilegio e potere. La discriminazione diventa un dato ancora più evidente quando ci si addentra nel campo della politica, ma soprattutto ai vertici del potere politico. Infatti, tranne rare eccezioni, i vari "boss" dei partiti politici più diffusi ed egemoni in Italia sono quasi tutti elementi maschili(sti). Ciò è purtroppo vero anche per gli ambienti della cosiddetta "sinistra radicale", compresa Rifondazione (ex)comunista, i cui quadri dirigenti sono stabilmente in mano agli uomini.
Nel contempo, laddove esiste una netta prevalenza femminile, ad esempio nel settore della scuola, il rapporto di potere è inevitabilmente rovesciato: infatti, sono in crescente aumento i dirigenti scolastici donna. Tuttavia, a riguardo mi sono formato alcune convinzioni che, all'apparenza, potrebbero risultare invise alle più accese "femministe". Mi riferisco alla realtà della scuola italiana, soprattutto a livello dei primi ordini di scolarità: scuola dell'infanzia, scuola primaria e secondaria di I grado. In tale contesto la femminilizzazione è un dato dominante, quasi assoluto. Si pensi alle scuole materne, laddove gli elementi maschili sono completamente assenti, oppure alle scuole elementari, dove i maestri costituiscono una nettissima minoranza. Ebbene, io sono convinto che uno tra i principali problemi della scuola italiana (non l'unico, è ovvio) sia rappresentato proprio dall'eccessiva femminilizzazione.

Mi spiego meglio. Altrove, ad esempio in Francia o in altri stati nord-europei (in modo particolare nei paesi scandinavi) la presenza maschile è senza dubbio più consistente e, in alcuni casi (si pensi ad esempio alla Norvegia), addirittura massiccia. La ragione si intuisce e si spiega abbastanza facilmente. In tali paesi gli emolumenti assegnati agli insegnanti sono indubbiamente più convenienti ed appetibili, per cui gli uomini aspirano in maggior numero ai posti di insegnamento, a differenza del nostro paese, dove gli stipendi retribuiti alla classe magistrale sono a dir poco indecenti e miserabili. Ebbene, lo scarso valore (anche e soprattutto economico) riconosciuto alla professione docente in Italia, deriva (almeno in parte) proprio dalla eccessiva femminilizzazione presente nella scuola.
Infatti, le donne che insegnano sono nella quasi totalità madri e donne sposate, ossia impegnate ad attendere alle faccende domestiche e ad accudire la prole, relegate dunque in ruoli marginali e secondari rispetto ai coniugi, che magari svolgono funzioni più "importanti" e più remunerative sul piano economico-professionale. Pertanto, le insegnanti che sono anche mogli e madri non hanno molto tempo, né voglia per dedicarsi ad attività sindacali e sociali, e tanto meno per occuparsi di politica. Per le medesime ragioni, quando si tratta di lottare, di scioperare e rivendicare i propri sacrosanti diritti sindacali, per ottenere miglioramenti nella propria condizione economico-lavorativa, le insegnanti (in gran parte mogli e madri) tendono a sottrarsi e a disimpegnarsi in modo determinante, per cui il potere contrattuale e sindacale della categoria si è ridotto progressivamente. Non a caso le adesioni agli scioperi nel comparto scuola sono sempre molto più basse rispetto ad altri settori lavorativi, laddove la presenza maschile è nettamente più elevata. Si pensi ad esempio alle industrie metalmeccaniche o ad altri ambienti di lavoro.
Naturalmente, il mio non vuol essere un atto d'accusa nei confronti della presenza femminile nella scuola e nella società italiana, anzi.
Il mio intento è esattamente quello di ridestare le coscienze assopite, o distratte da troppi impegni (familiari e di altra natura), delle donne, siano esse insegnanti, madri e mogli, siano esse single, perché la liberazione della società passa anche e soprattutto attraverso l'emancipazione crescente ed effettiva delle donne dalla condizione di marginalità e subalternità a cui ancora sembrano essere costrette in gran parte della società italiana, nei vari ambiti lavorativi e professionali, ma ancor più sul versante del potere politico-decisionale.

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 Ester Villa    - 24-02-2008
Sono una insegnante "datata". Ho frequentato, e mi sono guadagnata il ruolo, con i "corsi abilitanti" del 1975/76.... nella tesina finale, presentata dal mio gruppo di lavoro, si sosteneva che con gli anni l'insegnante avrebbe perso "potere" sociale (ed economico) a causa della crescente presenza femminile... erano gli anni del femminismo e si doveva ancora lottare molto per ottenere una parvenza di uguaglianza......
Ora sono la vicaria della mia scuola (142 insegnanti su tre ordini, di cui solo 8 maschi e tutti nella secondaria 1g) noto la sfiducia nel proprio ruolo, il considerare il proprio impegno un "non lavoro" come vieni considerato all'esterno. C'è stato un adeguarsi, una accettazione passiva a ciò che la società pensa del lavoro dell'insegnante. Eppure le insegnanti lavorano! e molto! Il loro impegno è, oltre che pratico, anche emotivo, a volte dobbiamo sostenere anche le famiglie, aiutarle, guidarle!
Tutto questo per uno stipendio ridicolo... ma all'esterno dicono : "cosa pretendi per 18 o 22 ore alla settimana con tutte le vacanze che avete! " Fare sciopero, lottare per un riconoscimento non servirà fino a che saremo "attaccate" dall'opinione pubblica e dai media.

 Francesca Contarello    - 24-02-2008
...e allora, non mi sembra che tu abbia detto molto in questo articolo se non descrivere una situazione che noi maestre, mamme e mogli conosciamo già fin troppo bene.

 Angela Russo    - 24-02-2008
Mi permetto di suggerire la lettura del bel saggio di Rose-Marie Lagrave, "Un 'emanciapzione sotto tutela. Educazione e lavoro delle donne nel XX secolo" in "Storia delle donne. Il Novecento", a cura di Duby-Perrot, Laterza, 1992, in cui la questione della femminilizzazione di alcune professioni e della relativa svalutazione è ben sviscerata. "Nel mondo dell'educazione e del lavoro la legge dell'alternanza non vale. Le posizioni dominanti sono sempre occupate dagli uomini, le posizioni svalutate dalle donne. Un mestiere femminilizzato non si mascolinizza più. Allorchè le donne progrediscono in un mestiere o una disciplina, gli uomini disertano o l'hanno già disertata. Non è una situazione di rivalità, e neanche di giusta concorrenza, è una defezione silenziosa". (p. 485) Il motivo di questa defezione silenziosa è, come scrive Garofalo, di natura economica, innanzitutto. Le donne, a tutt'oggi, vengono retribuite meno degli uomini. Un lavoro che si femminilizza viene retribuito meno, il che determina la fuga maschile. Questo meccanismo è spiegato bene da Lagrave nelle sue motivazioni non solo economiche ma politiche e sociali. Ma da qui a sostenere che uno dei problemi della scuola italiana sia la sua femminilizzazione ce ne corre. Presentare le donne che insegnano prevalentemente come mogli e madri, magari sposate ad uomini con lavori più "importanti" mi sembra che faccia emergere ancora una volta l'idea dell'insegnamento come un prolungamento del ruolo materno e il lavoro delle donne come un lavoro sussidiario ed integrativo rispetto al vero lavoro, quello maschile, quello "importante" (il che poi era la motivazione per cui le donne venivano pagate meno all'inizio del '900, il loro stipendio era considerato integrativo rispetto a quello del capo famiglia, il vero bread winner). Capisco che l'intenzione di Garofalo non fosse questa, lo capisco dalla premura con cui cerca di spiegare che il suo scopo è quello di scuotere le coscienze femminili... Eppure io, che non sono, per motivi anagrafici, una femminista accesa degli anni '70, ma una studiosa del femminismo e una docente di lettere (nè moglie nè madre) vi ho letto questo, e lo trovo pericoloso. La scuola ha tanti problemi, inclusa forse la femminilizzazione. Ma non credo che le motivazioni si possano ridurre a insegnanti passive e poco interessate a lottare per i propri diritti.

 Maria Bonini    - 29-02-2008
Trovo che Angela Russo abbia ragione quando dice che tutto ciò è molto pericoloso, le maestrine che descrive Garofalo non esistono più, lavoriamo per uno stipendio che non è certo integrativo ma fondamentale, forse non si è accorto che la famiglia che descrive è diventata quasi una minoranza...le maestrine nel frattempo si sono evolute, laureate, informate/formate e fronteggiano il cambiamento continuo della scuola, della cultura e della famiglia, tra l'altro con risultati di gran lunga migliori di quelli della scuola secondaria, dove la presenza maschile è molto più consistente. Forse sarebbe opppurtuno invece di spronare le coscienze "femminili assopite", chiedere il ruolo unico e riconoscere pari dignità allo stesso lavoro.