Napoli: una battaglia di civiltà politica
Giuseppe Aragno - 02-02-2008
Lo sanno tutti. Occorre essere numerosi e prudenti, perché domani non si possa dire che in piazza sono scesi "i soliti facinorosi". Lo hanno capito i vecchi militanti divisi dall'eterna contrapposizione tra partito e movimento, organizzazione e spontaneismo, uniti come per incanto in una battaglia di civiltà che mette insieme Zanotelli, Scalzone e i centri sociali. Il "diavolo e l'acqua santa, perché la politica ha un'etica e Cristo non s'è fermato in Vaticano", osserva una signora di mezza età che una storia di lotte alla spalle deve averla, se un attimo dopo afferra il bordo di uno striscione, si inquadra ardita nel corteo che si avvia e grida con passione contenuta: "Controllo, controllo, controllo popolare: Bassolino in galera e De Gennaro a mare". Le fanno coro in tanti: "Gianturco, Gianturco, resisterà! Reddito, diritti e libertà".
Lo sanno tutti,. Bisogna essere numerosi e ordinati, perché nessuno domani possa dire che in strada ci sono solo "i soliti provocatori". Lo sa perfettamente l'assemblea delle reti e dei comitati campani contro i rifiuti, lo sanno i ragazzi dei centri sociali, del Damm, di Insurgencia e di Officina 99 che, assieme a gente mai vista in piazza, sostengono da giorni l'urto impari con forze di polizia armate sino ai denti, eternamente imbelli nello scontro con la malavita organizzata, puntualmente intimidatorie e brutali contro i cittadini che protestano democraticamente. Bisogna essere numerosi e civili, contro il braccio armato d'un potere politico che versa in stato confusionale e ha messo i suoi uomini in mano a De Gennaro e a un onnipresente generale in tuta mimetica, quasi che lo Stato fosse in guerra con la sua gente. E in guerra, si sa, gli ordini non si discutono con la popolazione, si tace perché il nemico ci ascolta e non si parla in pubblico degli interessi in gioco, della violenza di marca fascista che a Ferradelle, a Pianura e a Santa Maria la Fossa si rivolge contro i cittadini "protetti" a manganellate. Una violenza cieca, che si scatena su donne, vecchi e persino bambini, e che, tuttavia, non piega la resistenza opposta a Pianura di nuovo presidiata, a Marigliano, ad Acerra, a Gianturco, all'ex Manifattura dei Tabacchi, dove per anni politici e velinari si sono riempiti la bocca di paroloni: il "Museo-laboratorio", gli spazi "ri-creati" il "luogo senza barriere" che avrebbe dovuto "accogliere l'altro" e che invece continua a morire tra le balle di rifiuti, lo scarto-spazzatura, e la protervia di gente che ha sbandierato ai quattro venti una pretesa "cultura di governo", ma confonde governo e governance, interessi pubblici e privati e ha perso ogni contatto col paese reale.
Piazza del Gesù offre il colpo d'occhio delle occasioni che contano e la gente che sfila innervosisce il generale mandato alla guerra per spezzare le reni alla Grecia. C'è tutta la gente capace di partecipare, in un paese costruito apposta per impedire la partecipazione. E' un punto d'onore - l'uomo di Genova non fa paura - e una questione politica: di fronte a poca gente, sarebbe stato lui, l'eroe di Genova, a non aver paura della protesta che monta. Anche il cielo riconosce ormai le ragioni e i torti, se la pioggia minacciosa, che pure l'ha gonfiato per ore, d'un tratto se ne va, conquistata dagli striscioni, dal coraggio della gente, dalla incalzante musicalità degli slogan, dalla crescente consapevolezza di giovani e vecchi, di uomini e donne decisi a non mollare. E' una piena contenuta che non s'arresta, che si autoregolamenta e fa sognare. Nessun politico con la bandiera. E' il tempo della base, il tempo della gente che torna a far politica fuori da partiti sordi e ciechi. E' il tempo della figlia di militanti come Enzo Esca - lui non c'è, non può esserci, se l'è portato via un tumore - è il tempo di Gemma Gentile che nemmeno la febbre tiene a casa, il tempo dei giovani come Manuela, dolcissima e tenace, che ha scoperto di avere un sogno: un mondo migliore, che non ha nulla a che vedere con Bassolino, D'Alema, Ruini e Berlusconi. E' un tempo che annuncia mutamenti; ci si riappropria di se stessi, anche se nessuno si fa illusioni: la lotta è appena cominciata, l'esito è incerto e i padroni del vapore cercano lo scontro.
La conferma viene a Piazza Matteotti, l'antica piazza dei comizi in città, quando viveva la democrazia e gli operai, vittoriosi o sconfitti, mettevano paura alla camorra. Una fila di guerrieri che il buio fa più neri di militi fascisti, sbarra il passo al corteo. Il fiume colorato ondeggia, si compatta, si ferma. La tensione si tocca con mano. I più intraprendenti passano avanti a tutti e sono lì, a pochi metri dagli uomini armati e minacciosi. E' un parlottare fitto che percorre il corteo: l'uomo di Genova e il patetico generale in tuta mimetica che non capisce bene dove sia il campo di battaglia, non intendono lasciar passare il grande camion coi sacchetti pieni di vetro, plastica, cartoni e lattine, che punta diritto sul palazzo del sedicente "Governatore". Napoli ha nella sua storia lampi che i generali non conoscono. Il camion, muovendosi con insospettata agilità, parcheggia tranquillamente davanti alla Questura. Subito dopo ha inizio una singolare processione. Dal camion ai manifestanti, è un correre i sacchetti e in un momento ognuno ha in mano il suo e ritorna nei ranghi. Il generale è sconcertato e gli uomini armati fanno fatica a reggere il peso schiacciante del ridicolo che li avvolge nell'umido della sera. Venuti per circondare, bloccare e manganellare, sono circondati, bloccati e moralmente manganellati dalla folla che si inquadra, ognuno un sacchetto, tutti decisi a passare. Sotto gli occhi di telecamere e giornalisti stranieri pronti a mandare in giro per il mondo le immagini dell'aggressione, i guerrieri sbandano. Da Roma, Amato strepita impotente: non un blak blok, pronto per l'inattesa bisogna, non un incappucciato che azzardi una scorribanda. La città ha in mano la piazza, in un delirio di lazzi e bandiere festose e sventolanti. Il resto sarà storia: in piazza del Plebiscito, dov'è trincerato Bassolino, il "nuovo" di Veltroni qui in Campania, la gente recita composta la sua parte e la raccolta differenziata, che non sa, si maligna, o non vuole fare, si compie rapida e ordinata: lentamente, ma inesorabilmente cumuli di bottiglie di vetro affiancano montagne di cartone e mentre una pira di bottiglie di plastica si leva fino al cielo, squadre di celerini mortificati fronteggiano interdette la spazzatura che sale. E non ci sono dubbi, non basta manganellare: in quella spazzatura va affondando il Palazzo.

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