A ciascuno il suo (se è permesso)
Cosimo De Nitto - 01-02-2008

Il mio precedente articolo "Povera scuola!" ha suscitato diversi commenti. Oltre quelli pubblici, molti commenti privati mi hanno espresso apprezzamento e condivisione. Ringrazio coloro che mi hanno letto e, sperando di non annoiare nessuno, rispondo per tutti alla gentilissima d.s. Anna Durantini, approfondendo un po' le mie riflessioni.

Lei ha scritto:

Sono una d.s. di un istituto Comprensivo e voglio esprimere il mio ringraziamento al dott. De Nitto.
Bravo! Lei ha espresso un disagio molto diffuso e molto sentito. Mentre leggevo il suo articolo mi dicevo:"Allora non sono la sola"!
E come lei suggerisce io avevo già in mente di fare: la "nuova" vera riforma dovrà essere per noi che amiamo la scuola la nostra Carta Costituzionale.
Con rispetto
Annarita Durantini



Gentile Annarita Durantini,
sono davvero contento che il vero messaggio del mio articolo sia venuto fuori. Il mio amico Maurizio Tiriticco mi ha risposto preoccupato del fatto che il mio fosse un "grido di dolore" con poca speranza "politica", almeno così ho inteso io le sue parole. Per la verità, ho solo cercato di dar voce ad una catena di ragionamenti, e sentimenti, che provengono dall'interno della scuola ed esorcizzano il pessimismo dell'intelligenza con l'ottimismo di una volontà mai doma. E, infatti, come può essere doma la volontà di tanti veri professionisti che vogliono dare le migliori risposte possibili al bisogno di crescere e migliorare dei propri alunni?

Il dialogo tra sordi

Chi fa l'insegnante o il dirigente oggi nota un'asimmetria preoccupante tra codici comunicativi, stati d'animo, obiettivi, a volte persino finalità di chi opera nella scuola, nel "mondo della politica" e nel mondo sociale (famiglie, territorio, media ecc...).
Sicuramente non si può fare di tutte le erbe un fascio, ma un fatto è certo: la scuola non comunica più con i suoi interlocutori naturali. E la colpa non è certo della scuola se segnali precisi di malessere, critiche anche pubbliche e dure, resistenze educate, ma forti, alle cosiddette "riforme", non sono recepiti, interpretati. La centenaria saggezza della scuola viene letta, così fa comodo, come resistenza al cambiamento, come corporativismo, a volte come voglia di far niente e tirare a campare. A questo stato di cose è data una mano, complice e colpevole, da parte di mass media molto superficiali e poco professionali, come sono quelli italiani.

Comunicare senza comunicare.

Il nostro mondo della carta stampata e della televisione è un circolo che vive di se stesso. Comunicare, ora, è impressionare, scandalizzare, coinvolgere emotivamente, fare "scoop" e anticipare la concorrenza. Le notizie non sono informazioni che devono dare il via alla riflessione pacata per poter leggere il complesso ed articolato mondo in cui viviamo. Sono fucilate sparate nella mente che viene offuscata e confusa, se non si aiuta il lettore a capire che gli episodi, sono tali e non vanno erroneamente generalizzati, e pertanto non possono essere usati come paradigmi per dare un giudizio di valore sul tutto.
Gli errori, anche gravi, che talvolta qualche insegnante inesperto compie, assurti alla ribalta della cronaca sono trattati e riportati in modo tale da diventare un marchio d'infamia per tutta la scuola. La superficialità e insieme la tendenza a generalizzazioni indebite e senza senso sono, per me, il vero male di questa società. Dovesse essere il compito della scuola solo la creazione di "anticorpi critici" per questo male e già ci troveremmo di fronte ad un compito necessario, socialmente e civilmente utile, insostituibile, Costituzionale.
La scuola merita almeno rispetto e comprensione, se non aiuto e risorse per funzionare meglio.

Non si aiuta il paese aggravando i problemi della scuola.

La scuola ha i suoi problemi, che, fra l'altro, nessuno sembra in grado di voler vedere fino in fondo, ma non è una grande ammalata cronica, né terminale, ma forse è un'ammalata consapevole delle cause in gran parte esogene volutamente misconosciute dai più.
Quanto meno non è più ammalata della "politica" (le virgolette perchè non uso questo termine in modo assoluto), dei media, del mondo economico, istituzionale, sociale.
Il paradosso in una società che si autodefinisce dell'informazione e della conoscenza è che si comunica senza comunicare, si informa senza formare, si fa conoscere aumentando l'ignoranza. Non si può comunicare, infatti, se non c'è voglia, ed umiltà, aggiungo io, di ascoltare l'"altro", non si può informare senza prendere in carico la coscienza e la responsabilità della valenza formativa dell'informazione, non si può usare la conoscenza in modo strumentale per chiudere le menti ed il cuore anziché aprirli.
In una situazione di grave incomunicabilità si ha il dovere dell'ascolto.

L'ascolto prima di tutto

La scuola deve ascoltare la società, e lo fa, tramite i bambini e direttamente, quando possibile, i genitori.
La "politica" deve saper ascoltare la scuola e la società. Purtroppo "questa politica" non appare in grado nemmeno di ascoltare se stessa. Da qui espressioni come "casta", classe ecc... esprimono la crisi delle persone e dei gruppi che dovrebbero governare il paese, ma non appaiono all'altezza.
La società dovrebbe ascoltare la scuola anziché darle addosso incitata dai cattivi maestri, i media.
In una situazione così, cosa si può dire altro se non che ciascuno faccia il proprio mestiere. I meccanismi ed i processi con cui si forma una classe dirigente non sono compito specifico della scuola. La Costituzione prevede altro, come sappiamo.
Certo la scuola può dare una mano: come? Facendo bene il proprio mestiere, se glielo fanno fare.
Era soprattutto questo il senso del mio articolo, con la drammatica consapevolezza che comunque si gioca in difesa e non su un terreno ottimale in cui scuola, politica e società riescono ad interloquire, interagire, collaborare e cooperare, sia pure restando ciascuno nel proprio ruolo.

Purtroppo viviamo tempi magri, ma non è certo la scuola che segna l'agenda della società e della politica, semmai la subisce.

La dispersione scolastica

Prendiamo ad esempio il preoccupante fenomeno della dispersione, di cui tanto si parla in questi ultimi tempi sulla stampa, che spara statistiche che andrebbero "lette", discusse, interpretate, anziché essere usate come armi improprie per condannare senza appello la scuola.
Quasi sempre dietro la dispersione ci sono crisi familiari, problemi psicologici di origine sociale, mancanza di motivazione dovuta a falsi modelli sociali, mancanza di reti sociali di protezione ecc... Ci sono anche gli errori e le inadeguatezze di una scuola talvolta disattenta alle carenze metodologiche e strumentali degli allievi, alle difficoltà di apprendimento, di inserimento in ambienti motivanti e sicuri, accoglienti.
Mi chiedo, se le cose stanno così, perché dare la croce alla scuola e non ricavare ciascuno il proprio spazio di competenze e doveri aiutandola a fare di più e meglio? Magari con iniziative mirate in cui si investono risorse, che ora vengono lesinate per le attività curriculari, mentre sono sperperate in progetti e progettini che non servono. Magari promuovendo un aggiornamento specifico dei docenti su indirizzi programmatici metodologici e didattici mirati, a richiesta delle scuole autonome.

Apprendere ed insegnare prima di tutto

Davanti a questa realtà cosa fare se non prendere realisticamente atto dell'isolamento in cui versa la scuola e appellarsi alle forze sane, che in essa ci sono, e sono tante, come sono tante nel Paese, affinché non perdano di vista il "leggere, scrivere, far di conto in modo significativo", l'essenziale cioè dell'apprendere e dell'insegnare in una situazione in cui l'accessorio rischia di sostituire l'essenziale.
E l'essenziale rischia di perdersi irrimediabilmente.


Cosimo De Nitto

01 febbraio 2008

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf