La notte della Repubblica
Giuseppe Aragno - 18-01-2008
Non rischierò di apparire anticlericale e qualunquista perché colgo nelle intese extraparlamentari tra Berlusconi e Veltroni una commistione spuria che non riguarda, come ci si fa credere, le regole del gioco, ma la filosofia che le ispira e che si pone, nel suo insieme, contro i principi della Carta costituzionale. Sarebbe sin troppo facile replicare che, fino a quando l'omicidio Matteotti non diede la misura esatta dell'abisso in cui era precipitato il Paese, di "qualunquismo ante litteram" furono accusati i pochi che ebbero mente e cuore per dichiarare che, di fatto, la collaborazione di De Nicola e Croce con Balbo, Bottai, De Vecchi e Mussolini, apriva la via a un regime. Sarebbe facile, ma non serve: tutti sanno come andò a finire. I fatti compiuti, ci si può poi dividere sulla loro interpretazione, sono, per chi osserva la realtà, ciò che i "corollari" rappresentano per la matematica: una verità condivisa, una proposizione che risulta logicamente da una verità dimostrata in precedenza e che non esige, quindi, una nuova dimostrazione.
Si può discutere sull'opportunità "tattica" di criticare un papa invitato ad inaugurare l'anno accademico di una università pubblica e si può condividere l'opinione che meglio sarebbe stato attaccare a fondo il rettore che ha ritenuto d'invitarlo. Si può convenire sulla valutazione negativa d'una protesta laica che, sbagliando obiettivo, consente ai clericali un'offensiva mediatica micidiale e chiaramente vittoriosa. Tutto questo si può e si deve fare in un dibattito serio tra cittadini che discutano sul sistema di valori che è alla base della Repubblica. Meglio ancora, tuttavia, e direi anzi doveroso, sarebbe sforzarsi di inserire il fatto nel contesto che lo determina.
S'è detto: altri papi l'hanno fatto e nessuno ha protestato. Non ci si è chiesti il perché e non si è preso atto che si stanno confrontando due poteri che possono convivere pacificamente solo se l'uno riconosce e rispetta le prerogative e i diritti dell'altro.
Benedetto Croce non l'ho mai amato. Chi andasse a leggere però - non è un'impresa folle, ci sono i documenti originali, ma anche libri che li riportano - ciò che ebbe l'animo di dire nel senato fascista al momento della discussione sui Patti del Laterano, troverebbe miserevole e miserabile il fatto che da destra come da sinistra - e scelgo non a caso due nomi: Berlusconi e Veltroni - sul discorso di Croce si sia passati con uno schiacciasassi, con più violenza e virulenza di quanto non fecero i fascisti. Berlusconi e Veltroni, che tengono a farsi passare per esponenti del pensiero liberale, che si sono eletti salvatori della Repubblica e si incontrano più o meno quotidianamente fuori delle sedi istituzionali per disegnare una legge che - a sentirli parlare anche il fascista Acerbo impallidirebbe - avvii la rifondazione della Repubblica dalle radici, bene, Berlusconi e Veltroni hanno cantato in coro, gridando allo scandalo per la tattica dei laici che è stata sicuramente errata, ma hanno lasciato volutamente in ombra la ragione della guerra. Ora io non spero che Berlusconi e Veltroni - e tutto quello che si muove attorno ai salvatori della patria - siano informati di quanto ebbe a dire il socialista Jaurès in Francia in tema di rapporti tra il potere politico e quello religioso all'alba di quel maledetto Novecento che, temo fortemente, i nostri figli rimpiangeranno. Non pretendo nemmeno che si impegnino in una discussione sulla separazione tra Stato e Chiesa intesa come reciproca garanzia di libertà. Nulla di tutto questo. Per togliermi dalla testa il sospetto che l'accordo per salvare la patria nasconda un patto scellerato che punta a costruire un moderno sistema autoritario, mi contenterei che sapessero e volessero porre il problema nel contesto politico in cui si inserisce. E sarebbe auspicabile che questo facesse anche la stampa - che tende a fare persino di Eugenio Scalfari un mangiapreti - e, perché no?, noi insegnanti della scuola pubblica, per la delicatezza del nostro ruolo. Né Alcide De Gasperi, né Andreotti si sarebbero sognati di invitare alla Sapienza Ratzinger, dopo un pontificato che si caratterizza sinora per una scelta di totale chiusura entro l'area cristiana; Giovanni XXIII si sarebbe scandalizzato per il ritorno alla liturgia pre-conciliare e Giovanni Paolo II avrebbe nutrito molti dubbi sulla cambiale in bianco rilasciata ai seguaci di Levfebre e avrebbe trattenuto a stento un moto di stizza per l'attacco inconsulto mosso all'Islam da Ratisbona.
E non è tutto. Benedetto Croce, Arturo Labriola, Francesco Saverio Nitti, Calamandrei e, perché no? Dossetti, si sarebbero levati in armi - basta leggere i resoconti delle discussioni della Costituente per rendersene conto - di fronte ad un papa che - qui le diversità delle posizioni politiche non contano - interviene quotidianamente, personalmente o per bocca dei suoi proconsoli, nelle scelte politiche dello Stato italiano. Un papa - questo è il contesto - che agita lo spauracchio dell'inferno non davanti agli omosessuali, ma ai parlamentari che fanno - o dovrebbero fare - leggi che si occupano degli omosessuali; un papa che entra fallosamente, a piedi uniti, precettando i deputati cattolici, ogni volta che è in discussione una questione che coinvolge più direttamente la coscienza e apertamente dichiara che esiste una sola etica: quella religiosa.
Questo è il contesto. Una situazione in cui, prima che tra Stato e Chiesa, il contrasto nasce tra la Chiesa di Giovanni XXIII e quella di Benedetto non so quanto; una situazione in cui il contrasto nasce tra lo Stato di Nenni e De Gasperi e quello che hanno in mente Berlusconi e Veltroni; tra lo Stato democratico che, prima di Luigi Berlinguer, rispettoso del dettato costituzionale, non s'era mai azzardato a finanziare le scuole private, per lo più confessionali e cattoliche, e quello che, passando per Moratti, è giunto a Fioroni e non solo finanzia le scuole private, ma pensa di assegnare cattedre a insegnati di religione nominati dalla curia, per affidare loro la formazione filosofica dei nostri giovani.
Tutto questo accade, mentre i salvatori della patria fanno a gara nella recita delle giaculatorie vaticane.
Se è anticlericalismo o qualunquismo prendere atto che due signori che nessuno ha mandato in Parlamento, perché nessuno ha potuto scegliere i propri rappresentanti, stanno facendo e disfacendo la Repubblica, non si sa bene in nome e per conto di chi, mentre un governo paralizzato dagli scandali, dallo scontro con la Magistratura e dalla sua congenita debolezza organica, sopravvive a se stesso in attesa che i due signori trovino un accordo, bene, io dico con Arfè e sottoscrivo amaramente: beato quel paese cui non occorrono eroi, ma guai a quella terra che non ne trova, pur avendone disperatamente bisogno.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Maria    - 19-01-2008
L'intervento è esaustivo, condivisibile, perfetto!

Aggiungerei che lo stesso registro verbale, lo stesso stile trash dei "rappresentanti" del popolo mi fa rabbrividere perchè ricorda l'atmosfera di una certa epoca storica, persino il non raro riferimento nel confrontarsi a santi e a figure sacre a vario titolo, costante di uomini e donne di evidente mediocrità intellettuale e politica.
Cosa vuol dire poi "anticlericale e qualunquista", siamo all'assurdo: io cittadina di una repubblica che si dovrebbe reggere su una carta costituzionale che la definisce quale stato laico, mi devo preoccupare di giustificare, o addirittura vergognarmi di dichiarare che la presenza di questo papa nell'occasione dell'apertura dell'anno accademico è quantomeno inopportuna!???

 da Altrenotizie    - 19-01-2008
IL PAPA RE E I CORTIGIANI

E' in corso una discreta mobilitazione mediatica per non far finire nel dimenticatoio l'incidente dell'apertura dell'anno accademico alla Sapienza di Roma dove - è bene ribadirlo - il Papa non è andato perchè non voleva essere contestato dagli studenti e anche da qualche professore. Con maggiore astuzia e conoscenza dell'utilizzazione dei media e delle coscienze, Benedetto XVI (e con lui soprattutto il cardinal Ruini) ha capito che il declinare l'invito del Rettore Guarini alla Sapienza lo avrebbe trasformato in un martire dell'intolleranza laicista, consentendogli di alzare ulteriormente l'asticella dello scontro contro la laicità dello Stato e le sue leggi. Il disegno è stato subito chiaro non appena il medesimo cardinal Ruini, manovratore di piazze al pari di un politico populista, ha immediatamente chiamato a raccolta le legioni dei cattolici integralisti ( e non solo) invitandoli a rendere omaggio al pontefice “oltraggiato” domenica prossima all'Angelus. L'intento è chiaro, fin troppo: portare un nuovo, pesante attacco al “contropotere” laico per riaffermare con grande forza che d'ora in poi, e sempre di più, la politica di questo Paese dovrà fare i conti con un nuovo, temibilissimo partito politico, di stampo reazionario, che strizza l'occhio alle frange più dure della destra e tende la mano ai fautori dell'integralismo a cui le aperture del Concilio Vaticano II non sono mai andate a genio.

Dietro la convocazione plebiscitaria di domenica prossima si intravede nettamente il desiderio del Papa e delle più alte gerarchie vaticane a diventare artefici della partita politica giocata soprattutto su quei temi etici su cui la sinistra (e soprattutto il Pd) non riescono a controbattere se non balbettando fragili slogan d'altri tempi, tipo “la 194 non si tocca”, che davvero non possono considerarsi una risposta. E' indubbio che davanti all'aggressione di un Papa, intellettuale e filosofo di valore, su temi che più stanno a cuore ed entrano nella vita delle persone, il dare per acquisita e scontata la vittoria su temi sensibili come aborto, divorzio e laicità dello Stato, può rivelarsi un errore clamoroso per la sinistra italiana di ogni ordine e grado. E, dunque, per il Paese intero.

Il pericolo è straordinariamente evidente proprio in questi tentativi del Vaticano di radicalizzare lo scontro, vista anche la reazione eccessiva che si è creata rispetto a ciò che è avvenuto alla Sapienza. Stiamo assistendo, infatti, a cattolici moderati insieme a parte di laici (i cosiddetti teo-con o atei devoti) intenzionati a far leva sul caso Sapienza per serrare ulteriormente le fila e sentirsi sempre più estranei nella società pluralistica.

Il rischio è che un episodio increscioso e mal gestito da un'inadeguato rettore della principale università italiana, si trasformi in una questione politica capace di spaccare ulteriormente il Paese: è evidente che questa circostanza negativa diventa un motivo per rafforzare steccati tra aree culturali e politiche vitali per il Paese, alimentando a vari livelli divisioni e contrapposizioni. Proprio quello di cui non si sente il bisogno. E' bene ricordare, per coloro che non lo vedessero con chiarezza, che negli ambienti ecclesiali è diffusa da tempo l’idea che i temi cari al mondo cattolico (vita, bioetica, famiglia, scuola, ecc.) siano promossi e difesi molto più dalla destra politica che dalla sinistra, per la naturale propensione della prima a sottolineare le condizioni dell’integrazione sociale e la vocazione particolare della seconda a farsi carico delle istanze radical-libertarie. C’è dunque il rischio che la contestazione del Papa all’Università di Roma alimenti queste convinzioni, spingendo ulteriormente la Chiesa a una scelta di parte che non le compete.

Ma la realtà è che la Chiesa sta dando un’interpretazione politica dei fatti della Sapienza, nel tentativo, tutt'altro che maldestro, di accrescere il livello del conflitto: il tutto per essere sempre più soggetto politico capace di pesare nell'arco costituzionale più di qualsivoglia partito di ispirazione cattolica. Il Papa, insomma, non è affatto quel mite professore tedesco esperto di studi e libri che qualche facinoroso ha voluto tenere lontano da un tempio della cultura, cui lui è senz'altro più avvezzo del medesimo facinoroso sordo al suono di parole di “verità”.

Ratzinger è, oggi, un Papa-Re che ha tutte le intenzioni di infilare i piedi nel piatto della convivenza civile per imporre la sua verità in modo arrogante al pari dei suoi più stretti sodali: la chiamata di domenica prossima del gregge cattolico al soglio pontificio ha il sapore di un'antica adunata in cui il popolo, disobbediente, chiede perdono al proprio signore e padrone per averlo offeso. Una genuflessione collettiva non certo a Dio, solo a Ratzinger e alla sua insaziabile sete di potere.

E' quindi con sincera apprensione che guardiamo a questa nuova puntata domenicale della scalata al potere temporale di Benedetto XVI, a questo nuovo inizio di crociata che in sé non può avere nulla di buono, come una rapida lettura della storia può agevolmente insegnare senza sforzo. Ed è ancora con maggiore angoscia che assistiamo al silenzio della sinistra nel ribattere con altrettanto vigore intellettuale e filosofico a tesi che minano la propria storia e il proprio futuro politico.

E' stato raccapricciante osservare due dei principali esponenti dell'attuale sinistra, Mussi e Veltroni, cadere nella trappola di osannare, nell'Aula Magna della Sapienza, il grande assente d'Oltre Tevere, santificandone ulteriormente l'alta figura intellettuale e, contemporaneamente, benedicendolo come avversario politico o alleato da tenere in grande considerazione.

L'errore dei due esponenti della sinistra, pressati dalla gogna mediatica che li voleva corresponsabili di una contestazione inesistente sotto il profilo dei numeri e della logica politica, è stato quello di non aver voluto trovare argomenti per tracciare, nei loro discorsi, la doverosa rivendicazione della laicità dello Stato e della libertà della sua ricerca scientifica, che certo non merita di vedersi bloccata nel suo sviluppo da chi ha paura che venga dimostrata la fragilità del proprio credo.

Mussi e Veltroni, invece di chiedere scusa, avrebbero dovuto dire a Santa Romana Chiesa di mostrare rispetto per la Repubblica Italiana e per i suoi esponenti, per la Costituzione e le sue norme. Dove, all'articolo 21, si ribadisce la libertà di espressione. Che vale, certo, per il Papa, ma anche per chi intende contestare un dotto professore. Uno che, malgrado i proclami, non ama affatto i compromessi ed ha tutte le intenzione di imporre a tutti la sua verità.

Giovanna Pavani


 tina    - 20-01-2008
Condivido pienemente tutto, sono stupita del comportamento dei nostri politici che pur di non perdere la poltrona scendono a compromessi a cui nessuno sarebbe sceso.
Le nuove generazioni sono cresciute in questa confusione fra potere politico e religioso pensano che sia giusto che il Papa o chi per lui interferisca sulle decisioni dello stato.
provate a fare delle domande in classe, la cosa peggiore è che per loro è normale..stiamo rovinado una generazione, l'abbiamo plagiata e creata in modo che non siano in grado di prendere decisioni che si adattino a qualunque scelta.
la cosa che più mi irrit è che molti nostri politici parlano bene e razzolano male, sono divorziati e prendono la comunione, sono sposati con figli ed hanno più amanti, processano i giudici che fanno solo il loro dovere..................... speriamo che almeno qualcuno si salvi