La Costituzione ha sessant'anni
Giuseppe Aragno - 03-01-2008
La Costituzione ha sessant'anni. Pochi o molti non importa sapere. Conta - è molto meno opinabile d'una presunta senilità - un dato, allo stesso tempo etico e politico, che è sotto gli occhi di tutti e ci coinvolge molto più direttamente di una futile e strumentale questione di età: alcuni dei suoi principi fondamentali, quelli che, per la loro natura particolare di "elementi fondanti," non trovarono collocazione in nessuno dei "titoli" in cui si suddivide l'edificio costituzionale, sono violati. Non occorre una specifica conoscenza del diritto costituzionale per ricavare da questa constatazione una conclusione a dir poco devastante: il volto della Repubblica è sfigurato. Una condizione di fatto in cui l'esperienza storica e la cultura giuridica non fanno fatica a individuare i caratteri di una crisi istituzionale aperta ad esiti autoritari. Gianni Ferrara lo scrive lucidamente: "è in atto un'azione eversiva del sistema politico per instaurarne un altro". [Giovane, sana e robusta, "Il Manifesto", 2 gennaio 2008]. Non si tenterà una "marcia su Roma" - i tempi non lo consentono e la storia non si ripete - ma, dopo le bombe sulla Serbia, i fatti di "Genova 2001" sono per la Costituzione della Repubblica l'equivalente del "maggio '98": un colpo micidiale, dal quale non si è ripresa.
Il presidente Giorgio Napolitano lo nasconde sistematicamente al Paese: l'Italia è malata. Dopo i fatti di Genova, la sovranità politica non appartiene più al popolo, ma all'Esecutivo e a corpi armati dello Stato che non rendono conto ai cittadini anche perché il Parlamento, inteso come assemblea chiamata per delega a gestire la sovranità popolare, non esiste più. Per la prima volta nella storia della Repubblica, non abbiamo eletto i nostri rappresentanti. Una ferita gravissima alla democrazia e l'inizio d'un pericoloso circolo vizioso. Le "riforme di struttura" che invoca il Presidente Napolitano sono di fatto affidate a funzionari di partiti che nascono e muoiono come funghi al di fuori o contro la storia e la cultura politica del paese, in nome e per conto di questo o quel gruppo di potere, di lobby, e persino di individui che rappresentano solo se stessi e le proprie "clientele". A ben vedere, non c'è da meravigliarsi nemmeno che il Presidente della Repubblica ignori, o finga d'ignorare, la stato patologico della nostra vita politica. Egli stesso, infatti, è espressione della crisi: alla sua carica lo ha condotto un ceto politico di autonominati. Si limita perciò a rilevare la gravità del malessere legato alla disoccupazione e alla scarsa tutela del lavoro, ma elogia la "ricca cultura creativa" degli imprenditori e non ricorda loro il dovere di tenersi nei confini segnati dalle prime otto parole della Costituzione: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Confini che, è vero, non hanno carattere di classe, ma rifiutano anche perentoriamente una politica del lavoro classista, che non segnano i limiti d'uno spazio ideale e morale, ma quelli concreti della legalità repubblicana. Una legalità che non ammette titubanze o scorciatoie: pretende semplicemente che ci si stia dentro e pone al bando, in quanto criminali, quanti pervicacemente se ne tengono fuori. Non aveva torto l'on. Caruso a scandalizzare i "benpensanti", dichiarando che gli incidenti sul lavoro sono omicidi di cui tutti conoscono i mandanti; ha torto a starsene dov'è, sul suo seggio di deputato mai eletto, a sostegno d'un governo che nulla ha fatto e nulla intende fare perché la legalità sia ripristinata. Un governo del quale è dubbia la stessa legittimità costituzionale per la maniera in cui è stata costituita, senza voto popolare, la sua maggioranza.
Il lavoro, posto a fondamento dell'edificio repubblicano, è diritto riconosciuto tra quelli inviolabili e consente alla Repubblica di domandare l'adempimento inderogabile dei doveri. Non si può, quindi, fare finta d'ignorarlo: quando si negano i diritti, non si ha diritto di richiamare ai doveri.
Dopo Genova 2001, l'impalcatura morale su cui poggia la Costituzione vacilla. Dalla caserma Diaz alla riconferma dei centri d'accoglienza, al decreto sui rumeni, agli accordi con la dittatura libica, la cancellazione di fatto dell'articolo 3 della Costituzione è stata sempre più evidente: oggi non è vero che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali". Non è vero che "la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto". Non è vero nemmeno che ripudia la guerra e "promuove lo sviluppo della cultura provvedendo alla formazione dei cittadini e sostenendo le spese per la scuola dello Stato". Non è vero. La Repubblica sostiene ormai le spese delle scuole confessionali e lascia le università in balia dello strapotere dei "baroni".
Sessant'anni dopo la sua nascita, pochi o molti che siano, la Costituzione della Repubblica, mai completamente attuata, viene fatta passare da politici e imprenditori come un ferrovecchio da rottamare. Sono appena pochi mesi, però, che un referendum ha espresso a chiare lettere il fortissimo consenso popolare alla Carta costituzionale. Sarebbe un errore gravissimo coltivare sterili paure e inutili pessimismi. Il Paese c'è, è vivo. Può contare ancora sulla sua forte coscienza civile e sulla Consulta che ha gli strumenti per chiarire la natura del male e avviare il processo di guarigione. Non è da escludere: una classe dirigente che sembra fuori dalla storia potrebbe azzardarsi ad aprire lo scontro. Peggio per gli interessi che la muovono e per i ceti che rappresenta. C'è nella storia una logica che è follia ignorare.

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