La storia non fa sconti
Giuseppe Aragno - 14-12-2007
Fino a novembre del 1960 antifascismo e Resistenza non entrarono a scuola. Per "defascistizzare" l'insegnamento della storia, all'indomani del 25 luglio del 1943, Badoglio fermò il mondo al 1919, ma i fascisti rimasero in cattedra e gli "scienziati" che avevano firmato il "Manifesto della razza" andarono in pensione all'alba del Sessantotto.
Ci educammo all'idealismo crociano, usammo testi voluti da Gentile e Bottai e, mentre i preti scomunicavano i comunisti, facemmo catechismo. Su Gramsci e sulla dignità politica della storia delle classi subalterne, silenzio di tomba. Se trovammo in famiglia qualcuno che raccontasse, ci evitammo i palpiti neofascisti per "l'Istria italiana" e andò bene a chi, nel '59, ascoltò le lezioni tenute da storici militanti: scoprì che Giorgio Almirante, maestro di Gianfranco Fini, che alla televisione sputava veleno sulla Resistenza, era stato a Salò con Mussolini e aveva messo a morte partigiani catturati.
Oggi, con singolare improntitudine, gli storici "moderati" accusano la sinistra di aver fatto un "uso politico" della storia e assolvono la DC che difese Badoglio e la regola fascista. In realtà, fosse andata diversamente, nel 1960 Tambroni sarebbe passato, la Resistenza chissà quando sarebbe entrata nelle aule e in piazza non sarebbe sceso, valore fondante della repubblica, un antifascismo giovane e inatteso, cresciuto per vie semiclandestine nei discorsi coi vecchi militanti o alla scuola di docenti impavidi e dimenticati, come Mario Benvenuto e Giuseppe Grizzuti, prematuramente scomparsi, e Errico Tecce che, se lo incontri, ancora è maestro.
Cestinammo così Morghen e Barbadoro che, superato il fatidico '19, scusavano la ferocia d'Etiopia col "naturale sfogo della pressione demografica" e, senza dirci chi uccise Matteotti, ci parlavano d'un paese che nel 1924 aveva "confermato la fiducia a Mussolini". Ci volle tempo, ma infine cogliemmo il nesso ideale tra lotta partigiana, repubblica e Costituzione, nell'Europa sorta in armi per la democrazia. Quella democrazia -qui è il presente, qui penso a Veltroni e soci - che muore senza la centralità del lavoro, la pari dignità di uomini e popoli diversi tra loro per religione e razza, la laicità dello Stato, il ripudio della guerra e istituzioni che assicurino formazione ai giovani e decoro agli anziani.
Dal 1960 è trascorsa una vita. Abbiamo visto Gorbaciov fallire, il muro di Berlino cadere, l'Urss cedere sotto il peso delle sue contraddizioni e il capitale vittorioso dettare le sue atroci condizioni. Una rivoluzione tecnologica di dimensioni epocali sconvolge rapporti economici e modi di produzione, scuote alla base le relazioni sociali e spegne gli ideali in nome di un pragmatismo intriso d'opportunismo.
Tutto è in moto, tutto muta sotto i nostri occhi: costumi, mentalità, sistema di valori, modo di pensare e vivere la politica. In una sorta di caos primigenio, l'antifascismo, che solo avrebbe potuto unire forze di progresso, è ridotto a icona da una sinistra incapace di fare i conti con una storia che l'ha vista garante della legalità repubblicana contro la destra eversiva e stragista. Un revisionismo dai tratti eversivi mira a delegittimare l'etica della Resistenza, per tagliare alla radice i legami tra cultura storica e pratica politica della sinistra e colpire la Costituzione: si equipara il fascismo all'antifascismo e la Resistenza - dal cui seno nasce l'idea di un'Europa unita - è ridotta ad una sporca guerra civile, una rissa paesana in cui la conta dei morti decide le ragioni e i torti. Fascisti in doppiopetto riesumano un anticomunismo da guerra fredda in sintonia con Veltroni che, novello Saulo folgorato sulla via di Damasco, dopo una vita vissuta nel PCI, mette insieme Hitler e Berlinguer e racconta a se stesso di avere trascorsi nazisti. Nel mirino non è l'antifascismo, ma l'ethos politico di cui vive la repubblica: libertà, pace, giustizia, i valori che il fascismo negò scegliendo la vergogna. Dietro l'azienda Italia, per dirla con Arfè, cui la morte ha evitato l'estrema ingiuria, si cela l'ombra di "un moderno fascismo, di un paese di cittadini senza storia le cui intelligenze e le cui coscienze siano plasmabili e governabili con le tecniche della comunicazione di massa, proni al culto del mercato, incatenati all'economia dello sperpero, membri di una società [...] sempre più sazia e sempre più disperata" .
Ho vissuto da giovane in un paese che rifondava faticosamente se stesso, aprendosi alla democrazia. Una stagione irripetibile. Uomini e partiti della sinistra hanno pesantissime responsabilità per questa crisi prolungata che appare quasi un'agonia. Tuttavia, non c'è scelta: è la Costituzione il terreno dello scontro decisivo. Difendendo le ragioni della Resistenza, difenderemo le generazioni venture che ci domandano un mondo migliore di quello che trovammo da giovani. Non ce la faremo, lo so: la vicenda umana non è solo progresso e ai giovani chiederemo scusa. La storia però non fa sconti: ci condannerà se non sapremo difendere almeno la loro libertà nelle scelte future.

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