Don Milani, la scuola e la parola
Giuseppe Aragno - 08-12-2007
Sul "Manifesto" di domenica due dicembre, Enzo Mazzi scrive che un'affermazione ha in sé il "senso di don Milani": quella in cui si dice che "il mondo ingiusto l'hanno da raddrizzare i poveri e lo raddrizzeranno solo quando l'avranno giudicato e condannato con mente aperta e sveglia come la può avere solo un povero ch'è stato a scuola". Letta oggi, è "una frase problematica, perché i poveri hanno avuto ed hanno la scuola. Ma il mondo non sembra che sia stato raddrizzato".
Non per polemica - riconosco a Enzo Mazzi animo e religione civile - ma non credo che don Milani sia tutto in quell'affermazione e trovo faticosa la sua lettura della storia, come sempre più spesso mi accade coi cattolici d'avanguardia. Una fatica ch'è segno certamente d'un rispettabile travaglio umano, ma anche della difficoltà di tenere nel campo delle speranze legate alla fede la disumana realtà dei fatti del nostro tempo. Sia come sia, non è vero - e non capisco come faccia a crederlo - che i poveri abbiano avuto scuola e parola. Non è vero nemmeno che la questione stia tutta nella maniera in cui "la scuola fa scuola", o si ponga "come fondamentale l'obbiettivo di levatrice dell'intreccio fra le culture che non hanno avuto accesso alla visibilità".
I poveri non ce l'hanno la parola. Non possono averla in una scuola che opera secondo i criteri d'una azienda e che vede buona parte delle sue scarse risorse economiche destinate a rimpinguare le casse delle scuole confessionali. Non ce l'hanno la parola, e spesso non si sa nemmeno come dargliela, perché, agli ostacoli posti da una crescente penuria di risorse, si aggiunge il fatto che un numero crescente di poveri ha lingua e cultura diverse dalla nostra. E spesso, sempre più spesso, "diverso" equivale a "nemico".
Non ce l'hanno la parola i poveri, la perdono nella ferocia organizzata a Scampia, al Cep, al Librino, allo Zen, nel terrore dei naufragi nel Mediterraneo, nella violenza dei centri d'accoglienza, nel tragico silenzio dei tir che li trasportano - spesso cadaveri - fino alle soglie delle nostre scuole, nella "legalità" delle espulsioni più o meno di massa. Non hanno scuola e parola, i poveri. Non possono averle - Enzo Mazzi con la storia che ha dovrebbe convenire - se la Chiesa "scomunica" l'Onu, invitando i fedeli a far muro ovunque e comunque contro il relativismo e lo Stato laico, nella presunzione che non sia possibile realizzare una crescita morale dell'umanità fuori del mondo cattolico. Quel mondo da cui il papa e l'intera gerarchia vaticana allontanano dio per riportarlo in cielo e toglierlo ai poveri che vorrebbero invece incontrarlo sulla terra.
Le bestie non hanno scuole e non parlano, e come bestie vivono i poveri sul nostro pianeta, col papa tornato crociato e col povero don Milani ridotto a un mito. In questo sì, in questo Mazzi ha certo ragione: occorre evitare che il priore di Barbiana si riduca ad un fiore all'occhiello da sfruttare e far cassa. E se è così, se non vogliamo farne un mito, per quanto mi riguarda, preferisco credere che il "senso" di don Milani sia meglio cercarlo in quel suo voler morire da imputato, quasi ad ammettere, alla fine della vita, che la parola non basta a chi è povero o sta dalla parte dei poveri. Avuta scuola e parola, perché pronuncino la loro sentenza, ai poveri occorre un tribunale. Qui è forse l'essenza di don Milani, qui allo stesso tempo, il suo dramma umano. La scuola che i borghesi danno ai poveri è storicamente costruita per giudicare, non per esser giudicata. Occorrerebbe allora che le parole diventassero sassi, ma qui don Milani si fermava. A torto o a ragione, non importa, qui egli si fermava.
Don Milani - non aveva torto Gaetano Arfè che lo conobbe bene e che con lui collaborò - fu estraneo al mondo ideale che è proprio delle dottrine politiche tradizionali: libertà, eguaglianza, giustizia furono per lui valori che fanno dell'uomo il figlio di Dio e la Chiesa, al di là degli errori di chi la rappresenta, è la depositaria, l'interprete, l'amministratrice del messaggio divino. In questo senso, l'eresia di fronte alla Chiesa fu per lui inammissibile. Egli, perciò - anche su questo Enzo Mazzi dovrebbe esser d'accordo - non appare voce del dissenso cattolico, ma rigoroso assertore di una tormentata ortodossia. Di qui, credo, insuperabili contraddizioni etiche come quella, di tutte forse la più significativa, di un pacifista che rifiuta con estrema coerenza ogni forma di violenza, ma accetta il patrimonio morale della Resistenza. Che però, non si può ignorarlo, è stata anche lotta armata.
Non facciamo di Don Milani un mito, mandiamo via gli incensatori. D'accordo. E allora diciamolo: a osservare con onestà intellettuale quel che accade nel paese, è evidente: una scuola che dia la parola ai poveri non c'è ed è difficile credere che possa nascere dalla volontà di Dio. Occorre una durissima e umanissima battaglia politica. I privilegi, racconta la storia, sono duri a morire e, per spazzarli via, è raro che bastino le parole.

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 Antonella Caggiano    - 09-12-2007
La lettura dell'articolo mi ha profondamente colpita...Sono in gioco visioni fondamentali che riguardano la vita degli esseri umani, in assoluto. La storia, la politica, le lotte sociali, l'ideologia cambiano mutano e la natura umana sembra rifarsi a quel lucido pensiero di Machiavelli...
E a proposito della parola che i poveri ancora non hanno e sembra che mai avranno, riporto un altro passo di Don Milani che, letto ora, risuona come una amara contraddizione:
"Perché è solo la lingua che fa uguali. Eguale è chi sa esprimersi ed intende l'espressione altrui, che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli".

 Francesca Aliota    - 09-12-2007
Un articolo che ha suscitato davvero il mio interesse e mi ha fatto riflettere. I punti di vista da cui si guardano le cose possono davvero essere molti e questo non è certo banale. Credo che andrò a rileggere don Milani

 Elena Fait    - 11-12-2007
Non posso che essere d'accordo. Come è lontana una scuola democratica. A quattordici anni i ragazzi sono inseriti in un sistema diviso in serie A, B, C, D, con pochi spazi di recupero. "Vincono" i figli dei ricchi, di quelli che possono permettersi ripetizioni a 50 euro l'ora, che in casa hanno una biblioteca da cinquemila volumi, ecc. Tutti gli altri dalla serie A passano alla B, poi alla C, quindi alla D e poi al lavoro. Con gioia del ministro Fioroni che ha riesumato un vergognoso "esame a settembre" che sembra fatto apposta per riprodurre questo sistema.