Riparliamo di scuola 5
Roberto Renzetti - 10-12-2007
Parte quinta

CULTURA SCUOLA PERSONA

Vi è poi l'altro documento, Cultura Scuola Persona, un bignami di psicologia dell'età evolutiva, antropologia, sociologia e pedagogia per maggior gloria di Morin(si, perché questi fanno le commissioni e chiudono con documenti ormai obsoleti anche in pseudoscienza tratti da insegnamenti universitari mai aggiornati per le troppe commissioni in cui sono impegnati). I dotti commissari dicono:

La scuola deve offrire agli studenti occasioni di apprendimento dei saperi e dei linguaggi culturali di base; deve far sì che gli studenti acquisiscano gli strumenti di pensiero necessari per apprendere a selezionare le informazioni; deve promuovere negli studenti la capacità di elaborare metodi e categorie che siano in grado di fare da bussola negli itinerari personali; deve favorire l'autonomia di pensiero degli studenti, orientando la propria didattica alla costruzione di saperi a partire da concreti bisogni formativi. La scuola realizza appieno la propria funzione pubblica impegnandosi, in questa prospettiva, per il successo scolastico di tutti gli studenti, con una particolare attenzione al sostegno delle varie forme di diversità o di svantaggio. Questo comporta saper accettare la sfida che la diversità pone: innanzi tutto nella classe, dove le diverse situazioni individuali vanno riconosciute e valorizzate, evitando che la differenza si trasformi in disuguaglianza; inoltre nel Paese, affinché le penalizzazioni sociali, economiche, culturali non impediscano il raggiungimento degli essenziali obiettivi di qualità che è doveroso garantire.

Arrivano poi le affermazioni cattocomuniste tranquillizzanti i genitori ansiosi:

Lo studente è posto al centro dell'azione educativa [...] In questa prospettiva, i docenti dovranno pensare e realizzare i loro progetti educativi e didattici non per individui astratti, ma per persone che vivono qui e ora [...] La scuola si deve costruire come luogo accogliente, coinvolgendo in questo compito gli studenti stessi. [...] La formazione di importanti legami di gruppo non contraddice la scelta di porre la persona al centro dell'azione educativa (sic !) ...

Viene infine la famiglia con la:

necessità di un'attenta collaborazione fra la scuola e gli attori extrascolastici con funzioni a vario titolo educative: la famiglia in primo luogo [...] La scuola perseguirà costantemente l'obiettivo di costruire un'alleanza educativa con i genitori. Non si tratta di rapporti da stringere solo in momenti critici, ma di relazioni costanti che riconoscano i reciproci ruoli e che si supportino vicendevolmente nelle comuni finalità educative. La scuola si apre alle famiglie e al territorio circostante, facendo perno sugli strumenti forniti dall'autonomia scolastica ...

Più o meno questi sono i contenuti dei due documenti che sono del tutto insoddisfacenti, equivoci, silenti, ammiccanti a chi di dovere. Ma Ceruti ha sentito l'esigenza di andare a spiegare all'assemblea diocesana il mancato inserimento tra le aree nelle Indicazioni ministeriali della religione cattolica. Sabato 8 settembre, circa 800 insegnanti di religione cattolica del Lazio, si sono ritrovati al Santuario del Divino Amore per il convegno dal titolo «Educare (nel)la scuola?» per sentire Ceruti. Il problema, ha detto Ceruti, è che «la scuola non può più controllare i percorsi di apprendimento, e deve limitarsi a individuare dei saperi essenziali». E soprattutto deve assumere la funzione educativa, proponendo «una cultura che sappia fornire dei filtri per consentire di unificare le esperienze del bambino». Da qui l'importanza dell'insegnamento della religione, che «deve svolgere un compito privilegiato all'interno di tutte le discipline». Perché «l'educazione della persona attraverso l'esperienza religiosa è fondamentale per procedere al compito di unificazione delle esperienze personali». Ciò premesso, proprio per rispondere alle preoccupazioni sollevate a proposito del documento, Ceruti ha lanciato una contro -provocazione: «Come cattolici e come insegnanti - ha detto - dobbiamo porci noi per primi il problema della qualità, prima che della quantità dell'insegnamento della religione cattolica». E ha incalzato: il vero problema è l'«impoverimento della nostra cultura cattolica nel declinare i principi cristiani nella società d'oggi». L'esortazione di Ceruti è risuonata tra gli insegnanti come un vero e proprio incoraggiamento a essere più incisivi in prima persona. «L'insegnamento della religione cattolica resterà nella cultura italiana finché la cultura religiosa sarà presente e forte», ha commentato alla fine dei lavori monsignor Manlio Asta, direttore dell'Ufficio diocesano, che ha aggiunto: «La tensione per portare ad una dovuta attenzione al cattolicesimo va fatta scuola per scuola».

L'ISPIRATORE EDGAR MORIN

Edgar Morin è un sociologo apprezzato da intellettuali radical chic ed anche dalla CGIL Scuola che dà, nelle bibliografie per la preparazione dei concorsi, anche qualche sua opera. Il personaggio ha tra l'altro scritto Il metodo. Ordine, disordine, organizzazione (1977, Feltrinelli 1983). Anche qui si intravede la termodinamica in chiave sociologica, poiché ogni conoscenza, anche quella di tipo fisico, subisce una determinazione sociologica (il nostro critica la scienza da una base sociologica che gli è fornita da Comte, tutto un programma coerente, ndr). L'autore si domanda subito:

Come accade che la scienza sia incapace di comprendersi quale prassi sociale ? Come è possibile che sia incapace non soltanto di controllare, ma anche di comprendere il proprio potere di manipolazione e la manipolazione che su di essa esercitano i poteri ? Come accade che gli scienziati siano incapaci di comprendere il legame fra la ricerca "disinteressata" e la ricerca dell'interesse ? Perché essi sono anche totalmente incapaci di esaminare in termini scientifici il rapporto tra sapere e potere ? (ed infatti aspettavamo Morin per capire qualcosa, ndr). (...) In seno all'istituzione scientifica regna la più antiscientifica delle illusioni: quella di considerare come assoluti ed eterni quei caratteri della scienza che sono i più dipendenti dall'organizzazione tecnico-burocratica delle società. (che uomo! ndr).

Anche Morin ci intima di cambiare al più presto: occorre smetterla con le spiegazioni razionalizzanti convincendoci che non c'è ordine nella natura, ma caos. Per Morin tutto iniziò con una catastrofe iniziale e questo solo fatto scalza dalle fondamenta l'antica visione deterministica del mondo, che era di ghiaccio e non di fuoco (non vi è dubbio che questi personaggi rimpiangono la magia, ndr). Questa illuminante spiegazione del mondo viene illustrata così:

All'origine generatrice della cosmogenesi si trova il disordine nella sua forma di evento, di rottura - la catastrofe - e nella sua forma energetica - il calore. In seguito i disordini si sono moltiplicati, nel e per mezzo del disordine delle trasformazioni, e le trasformazioni del disordine, nella e per mezzo dell'ineguaglianza dello sviluppo: il disordine dei disordini è diventato cosmogenico.

Vere e proprie parole in libertà che, se le dicesse un fisico, sarebbe subito internato in qualche casa di cura per malattie mentali. Ma Morin è un sociologo ed ha ammirevole audience tra i nostri intellettuali e non, tra cui Fioroni. E, poiché le cose stanno così e l'ordine della fisica è un falso:

Occorre cambiare il mondo. L'universo ereditato da Keplero, Galileo, Copernico, Newton, Laplace era un universo freddo, gelato, di sfere celesti, di movimenti perpetui, d'ordine impeccabile, di misura, d'equilibrio. Dobbiamo barattarlo con un universo caldo, composto da una nube ardente, da sfere di fuoco, da movimenti irreversibili, da ordine mischiato al disordine, da spesa, spreco, squilibrio (...). Il nuovo universo non è razionale, ma il vecchio lo era di meno. (...) Come non aver capito che l'ordine puro è la peggiore follia che esista, quella dell'astrazione, e la peggiore morte che esista, quella che non ha mai conosciuto la vita ?

Questo personaggio, non so bene se sappia cosa dice. Ha comunque un degno posto tra maghi ed alchimisti rinascimentali, tutti rigorosamente pregalileiani perché, come dice il sociologo:

Galileo, nel suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, non fornisce una parola di spiegazione su ciò che intende per sistema (e qui si capisce l'amore che i teodem - ma non solo - hanno per Morin).
E dopo questa sottile e profonda osservazione del Morin, passo rapidamente ad un'altra sua opera, scritta con la critica letteraria Anne Brigitte Kern: Terra-Patria (Cortina 1994). Secondo questi sciocchini, addirittura incapaci di far di conto,
l'astrazione matematica è una pratica che genera una scissione con il concreto. Il meccanismo del tagliare ed isolare della matematica è tipico delle menti parcellizzate e tecno-burocratizzate che sono cieche e percepiscono le realtà viventi e sociali secondo la concezione meccanicistica/deterministica, valida soltanto per le macchine artificiali.

La razionalizzazione astratta e unidimensionale genera catastrofi umane e naturali. Essa è una forma degenere dell'intelligenza. E' un'intelligenza nello stesso tempo miope, presbite, daltonica, monocola; finisce il più delle volte per essere cieca. Distrugge in embrione tutte le possibilità di comprensione e di riflessione, eliminando così tutte le opportunità di un giudizio correttivo e di una vista a lungo termine (...). Incapace di considerare il contesto ed il complesso planetario. l'intelligenza cieca rende incoscienti ed irresponsabili. E' diventata mortifera. (...) la tecno-scienza è il nucleo ed il motore dell'agonia planetaria.

Le cose si commentano da sole. Viene solo in mente un qualche trauma matematico che questi personaggi hanno avuto in gioventù. Uno psicanalista spiegherebbe la cosa in termini di invidia per la privazione di un qualcosa. Ma il peggio è che per fornire le indicazioni nazionali della nostra scuola PUBBLICA ci si è ispirati a costui!
Nella conferenza che ha tenuto per aprire i lavori della Commissione il Morin ha detto cose sconvolgenti:

E' necessaria un'alleanza educativa tra cultura umanistica e cultura scientifica. Una mancanza di congiunzione tra le due infatti non può servire ad una adeguata maturazione morale e spirituale. Ma ci sono delle difficoltà in questo percorso, che sono date in primo luogo dalla iper specializzazione che impedisce il necessario "dialogo" tra i saperi. Dove andremo senza unità di saperi? In una stella possiamo analizzare le particelle, possiamo conoscere delle cose estremamente interessanti sul suo essere fisico ma, senza la soggettività umana che si esprime nella letteratura e nell'arte, rimarrebbe sterile. È necessario umanizzare i saperi per limitare la dispersione della conoscenza: questo è un problema da affrontare già nei primi anni di scuola e deve proseguire lungo tutto il percorso degli studi.
Una conoscenza priva di contestualizzazione è una conoscenza povera. Come fare a riunire i saperi delle varie discipline? Serve un pensiero complesso che permetta di unire ciò che è separato.


Morin, che pure mostra di sapere che ci si occupava dei primi anni di scuola, deve parlarci dell'iperspecializzazione che si vince con la soggettività umana che si forma con l'educazione umanistica. E' questo un chiodo fisso di chi non conosce le scienze e neppure immagina quale formazione umana venga dalle equazioni con nucleo risolvente di Volterra. Questi nuovi stregoni si chiudono nel loro povero orticello e dal buco della serratura tentano di descrivere la basilica di San Pietro. Come fa Fioroni del resto che resta addirittura un apprendista stregone al quale farebbe da utile ninna nanna Una notte sul Monte Calvo. Per capire il mondo serve il pensiero complesso che, miracoli della fede, ci apre agli spazi vettoriali ed alle equazioni di Maxwell. E sono miracoli della fede perché, se qualcuno si è avventurato nei vaniloqui di Morin, avrà scoperto che il pensiero complesso non ha nulla a che vedere con la comprensione dell'iperspecializzazione ma è solo una fuga nell'irrazionale, condita da bassa cialtroneria (voglio ma non posso perché non conosco uno dei due argomenti del contendere). Ma queste sono le persone apprezzate dai nostri ministri, leader e dirigenti vari, che mostrano addirittura servilismo verso queste forme primitive di pensiero. Perché se gli amici miei marxisti immaginari non hanno ancora capito (Morin non lo ha mai capito. E Ceruti ?) che la separazione tra le due culture è un portato del capitalismo, dell'efficienza produttiva, hanno grossi problemi. Qualcuno dovrebbe spiegar loro che queste ricomposizioni non possono essere frutto di declamazioni o di buona volontà ma di improbabili rivoluzioni sociali. In ogni caso non sono i nuovi umanesimi (bella parola ma richiamata nel suo significato letterario o storico ? ambedue comunque del tutto fuori luogo) a risolvere i gravi problemi della globalizzazione. Se qualcuno ha il coraggio di avventurarsi nel libro che Ceruti ha scritto con Bocchi (Educazione e Globalizzazione) (3), scopre che ciò che dice Morin si ritrova pari pari e con esemplificazioni scientifiche vecchie, veramente troppo antiche, tipiche di chi queste cose non le conosce ma cita, soprattutto dalle introduzioni e da chi non ha mai usato la matematica. Con questi presupposti si ritorna a prima della Rivoluzione Industriale di metà Ottocento ed allora risulta addirittura inutile porsi il problema di educare nella società globalizzata. Serve impegno politico e non certo genuflessione ad una qualche religione.
E dopo tutte le analisi sulle complessità, sorge spontanea una domanda: ma le tabelline le studiamo?, e facciamo ancora i riassunti?, e le frazioni? impariamo dei brani a memoria? ci avviamo alle analisi logica e grammaticale? che ne facciamo della geometria? A leggere le indicazioni viene da piangere. La scuola è solo un gioco dove vale ancora la lapidaria frase di Maragliano: occorre fare una scuola che non sappia di scuola. Neanche a pensare che esiste quello che M. A. Manacorda ha definito il principio educativo di Gramsci (chi era mai costui?) secondo il quale (Volume III dei Quaderni dal Carcere):
"Oggi la tendenza è di abolire ogni tipo di scuola "disinteressata" (non immediatamente interessata) e "formativa" o di lasciarne solo un esemplare ridotto per una piccola élite di signori e di donne che non devono pensare a prepararsi un avvenire professionale e di diffondere sempre più le scuole professionali specializzate in cui il destino dell'allievo e la sua futura attività sono predeterminati."
Studiare non è un gioco, è fatica. Solo chi non ha studiato può affermare il contrario. Continua Gramsci:
"Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza. ... Occorrerà resistere alla tendenza di render facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato."

Roberto Renzetti

PS. Data questa situazione, se qualcuno mi chiedesse Che fare ? non saprei rispondere. Mi sembra che noi si sia già al punto di non ritorno. Ci siamo persi un bene eccellente per le fregole di quattro cialtroni. Risento ancora le parole del mio maestro Giorgio Salvini (1968): Renzetti, per distruggere una scuola ci vuole pochissimo, per costruirla possono non bastare cento anni!



NOTE

(3) Ho citato questo libro in una bibliografia di tre anni fa: . Scrivevo così: G. Bocchi, M. Ceruti - Educazione e globalizzazione - Raffaello Cortina, 2004 (cito questo libro per completezza ma si tratta di uno dei libri costruiti per addestrare alla scuola della Moratti, cioè inutile. Il capostipite di questo tipo di testi è Edgar Morin - I sette saperi necessari all'educazione del futuro - Raffaello Cortina, 2001).



Qui la prima parte

Qui la seconda parte

Qui la terza parte

Qui la quarta parte


FINE

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