Benny
Pierangelo Indolfi - 28-11-2007


Trent'anni fa Benny aveva l'età mia; io avevo iniziato il quinto al Panetti, lui lavorava già.
Si chiamava Benedetto Petrone, abitava a Barivecchia, strada Arco Alto, ed era zoppo. Eravamo una generazione di passaggio, troppo piccoli quando c'era il '68, aspettavamo che arrivasse il nostro momento pensando, chissà perché, che il '78 che stava per arrivare, il decennale della contestazione, avrebbe significato una nuova primavera, che non arrivò mai più grazie alle Brigate Rosse che rapirono Aldo Moro. Di passaggio anche dal punto di vista sanitario: quello zuccherino che non valse il premio Nobel a Sabin eravamo i primi ad averlo sperimentato (lo adoravamo, mica come l'antidifterica che ti faceva un bubbone sul culo o l'antivaiolosa che ti sfregiava il braccio quando cacati sotto ci si metteva in coda all'ufficio igiene di piazza Chiurlia) e purtroppo ancora in ogni classe scolastica c'era un compagno più o meno zoppo, alcuni anche gravi che non si mettevano in piedi senza l'aiuto di un tutore e di orribili scarponi o che addirittura andavano con i due bastoni sviluppando spalle enormi che trascinavano quelle gambe atrofizzate e sospese nel vuoto. Era la polio: guardavi il compagno e pensavi che culo che mi ha fatto effetto lo zuccherino, a volte da dietro scimmiottavamo gli zoppetti ma se il maestro ci scopriva ci faceva un sermone da vergognarsi per tutta la vita. Lì al Panetti avevamo come bidello il signor Dellino, invalido per la polio, grande amico di tutti, che aveva una camminata esilarante e che simpaticamente, in faccia, avevamo soprannominato "twist again", tanto sapevamo che lui non si offendeva. Arrapati cronici come stavamo, apprezzavamo quell'ancheggiamento involontariamente ammiccante nelle nostre coetanee colpite da quel male, ma nessuno di noi sani, razzisti come eravamo, ne avrebbe mai corteggiata una. Le vedevamo "diverse" e la sofferenza altrui ci faceva schifo. Ora è tutta un'altra cosa: una processione di ragazzi e ragazze down che fanno audience da Maria De Filippi, ma allora si chiamavano mongoloidi e spastici, mica era tempo di politically correct. Ancora adesso a Bari per dire ad uno che non capisce un cazzo gli dicono in dialetto "Mocc' a te, ci si' mongoloid", ma i miei studenti davanti a me non lo possono dire, né gli può scappare di chiamare "ricchione" nessun compagno, altrimenti ci arrabbiamo.

Insomma, Benny se doveva correre correva, ma inevitabilmente correva più lento di tutti. Là alla sezione della FGCI di Barivecchia i problemi che si affrontavano erano che il quartiere era degradato apposta per favorire deportazioni in massa al CEP, un quartiere dormitorio con le case popolari con i muri di cartone fatte a grattacielo, privo allora anche del mercato rionale. che le femmine dovevano prendere il numero 3 per andare a fare la spesa a Bari. Dicevano che era tutta una manovra per favorire gli speculatori. Avevano ragione, perché oggi Barivecchia è bellissima, ma non ci stanno più i barivecchiani.

Al Panetti c'era gente che faceva proselitismo. Quelli di CL, che pregavano le lodi mattutine in palestra alle otto meno un quarto e ti avvicinavano rendendoti partecipe di come dopo aver incontrato Cristo la loro vita fosse cambiata, in tutto, anche con le ragazze era tutta un'altra cosa, quasi quasi avevano risolto pure il problema dei brufoli. E i fascisti, quelli del "Fronte della gioventù", gente rozza, ciucci matricolati e pluriripetenti e perciò attraenti per molti di noi che dovevamo ancora realizzare la nostra mascolinità. Si avvicinavano infatti soprattutto ai bimbetti del biennio, offrendo la loro protezione. Se eri amico loro nessuno si sarebbe permesso di picchiarti all'uscita o nell'intervallo. Quando facevo il biennio al Marconi il massimo della politica che furono capaci di esprimere fu la scritta sul muro "bastardo, ti ammazzeremo" indirizzata ad un prof di Fisica, colpevole di essere omosessuale e del Pdup.

Ma che ne sapevamo noi di antifascismo? Si pensava che in fin dei conti can che abbaia non morde e si tirava avanti. Nell'aria si annusava qualcosa però. C'era già stata Piazza Fontana, Piazza della Loggia e l'Italicus. Grazie alla noiosa musica degli Inti Illimani si era anche capito che la libertà è una conquista sulla quale se non vigili la perdi e che è minacciata a livello mondiale. Un po' si iniziava ad intuire che gli esecutori sono quelli che sono, ma dietro di loro ci sono i mandanti e che niente avviene per caso. Ero un ragazzo cattolico (però il problema dei brufoli non l'avevo risolto). Grande soddisfazione quando convincemmo il parroco a rifiutarsi che ancora una volta per Natale si presentasse l'esponente missino che riuniva i poveri e consegnava loro una pacca sulla spalla ed il famigerato "panettone tricolore". Vestivo allora un eskimo innocente (eheh) e gli scarponcini scamosciati, non le Clarks che costavano assai, quelli del mercato che facevano presto i buchi sotto la suola di para e che io bucavo sistematicamente dopo un mese all'altezza del pollicione. Qualche settimana prima del fattaccio, solo perché ero vestito così, mi presero in mezzo sull'autobus, apostrofandomi come compagno comunista. Erano sei sette, ma mi sono rimaste impresse le facce adoranti delle due ragazze del loro gruppo. Una di queste l'ho vista poi che era entrata in Polizia. Stavo con la mia ragazza, non reagii agli insulti e corsi avanti vicino al conducente. Scesero prima. Mi trovai incasinato che era tardi (c'era il problema della ritirata) ed ero dovuto arrivare quasi fino al capolinea e bisognava tornare indietro verso casa. Niente di grave, fesseria, ragazzi fuori come ce ne sono tanti.

Però qualcuno in quei mesi i ragazzi fuori li aveva reclutati e li aveva organizzati. La sezione Andrea Passaquindici caduto della Folgore del Fronte della Gioventù - Movimento Sociale Italiano, in via Gabrieli, segretario Giuseppe Incardona, ora con Rauti, ma assai cara a Pinuccio Tatarella. Quel Tatarella che poi, bevuta l'acqua di Fiuggi, diventò moderatissimo ministro delle poste e vicepresidente del consiglio del primo governo Berlusconi del 1994. Da lì partiva l'incubo delle squadracce di picchiatori.

Quella sera del 28 novembre da lì partì il gruppo capeggiato da Pino Piccolo, uno spostato che poi ha fatto una brutta fine. Spedizione punitiva a Barivecchia, i ragazzi di sinistra scappano, Benny scappa un po' meno, viene raggiunto e sventrato con un cacciavite.

La reazione della città fu enorme, non ho mai più visto una manifestazione così. Uscimmo tutti da scuola senza chiedere il permesso e ci precipitammo in piazza prefettura. Il comizio di Franco Giordano sul palco a pochi metri dal luogo del delitto, il suo invito "Compagni non fate fesserie" quando qualcuno reagì devastando la vicina sede della CISNAL, i lacrimogeni e gli idranti, cacchio grazie Benny, ci hai fatto diventare grandi dall'oggi al domani, ci hai insegnato a correre veloce. A distanza di trent'anni, siamo noi che ancora ti veniamo appresso col fiatone, cercando di tenere il tuo passo.


Altre testimonianze, ben più autorevoli della mia, le trovate qui, qui e qui.

 Le due città - I giorni di Benedetto Petrone
interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Grazia Perrone    - 02-12-2007
Consentimi, caro Pierangelo, alcune integrazioni alla tua bella testimonianza.

In primo luogo per quanto attiene l’articolo della “Gazzetta” in cui si descrive una situazione di “guerra per bande” che pur vera in parte - a patto che si discrimini gli aggrediti dagli aggressori – serve solo a nascondere la realtà del conflitto sociale in atto da diversi anni e che coinvolgeva tutto il tessuto giovanile (e produttivo) di Bari e provincia.

Senza nulla togliere ai ricordi di Nichi Vendola (che, ad ogni buon conto, nel 1977 aveva 15 anni) quegli anni furono caratterizzati da intensa attività politica, culturale e sociale che si svolgeva, prevalentemente, al di fuori del PCI. Attività politica – va sottolineato con forza - sorretta da un principio etico irrinunciabile che il già citato partito aveva un po’ “annacquato” nel corso degli anni: l’antifascismo militante.

In questo contesto va chiarito subito che, per quel che mi consta, in terra di Bari – negli anni immediatamente successivi alla “strage di Stato" - all’MSI fu impedito di tenere comizi pubblici (e non solo a Rauti nel ‘77 … come riferisce la Gazzetta).

Quando (nel 1972 … se non ricordo male) Almirante, spalleggiato da un nutrito schieramento di “camerati” e di uomini in divisa, tentò di tenerne uno in provincia (a Molfetta) sperando di aggirare l’ostacolo della protesta fu fronteggiato da un migliaio di giovani con in testa il Sindaco socialista (avrà il suo “quarto d’ora” di notorietà nell’era Craxi) con tanto di fascia tricolore e se ne andò, scornato, da dove era venuto.

Ma l’attività politica non era solo “contro” qualcosa (nel caso specifico le idee politiche incarnate da Almirante e dal suo partito) ma anche “per”.

Per noi donne scolarizzate, poco più che adolescenti, il “detonatore” fu costituito dal caso di Franca Viola: la prima donna che non solo si oppose alla fuitina ma – denunciando il suo aguzzino per strupro - iniziò una battaglia legale per cancellare dal codice penale l’articolo 544 che considerava il matrimonio riparatore conseguente alla “fuitina” (e allo stupro!) un oltraggio alla morale e non alla persona.

Aiutate dalle circostanze e dal “vento” favorevole della contestazione giovanile la crescita del movimento femminista fu tanto tumultuosa da essere in grado, in alcuni casi (a Molfetta ad esempio), di “rilevare” le sedi – non più utilizzate dopo lo scioglimento – di “Lotta Continua” trasformandole progressivamente in consultori autogestiti con parecchi anni di anticipo rispetto alla legge sui consultori.

A dimostrazione, ancora una volta, che le leggi dello Stato recepiscono - in ritardo – quello che i “movimenti” hanno già conquistato da soli. Con la propria lotta.

Né è possibile dimenticare il libro bianco sulla diffusione della droga pesante a Bari e provincia che – a cavallo dell’omicidio – fu formulato e diffuso a cura del Movimento Studentesco nel quale si denunciavano connivenze tra elementi neofascisti ed esponenti della malavita organizzata nella diffusione e nello spaccio della droga pesante. Ho perso – nel corso degli anni – tutte le copie e gli appunti di quel lavoro ma ricordo perfettamente che, tra i nomi indicati, vi era anche quello del Piccolo.

La controinformazione, purtroppo, anche in seguito allo sbandamento che seguì nei mesi successivi non sortì gli effetti sperati dal momento che la devastazione prodotta dalla diffusione della droga ha scombinato il Movimento molto più della violenza fascista o delle brigate rosse.

Il capoluogo – in ultima analisi - non era affatto “un’isola felice” come cerca di accreditare il cronista e se qualcuno pensa che quelle (e altre) iniziative assolutamente legittime non fossero “duramente ostacolate” (diciamo così) da elementi ostili sbaglia di grosso dal momento che le aggressioni, le intimidazioni e le minacce erano all’ordine del giorno. A Bari e in provincia.

Un’ultima – ma non meno importante - considerazione. I balbettii del PCI in quella situazione (e non solo) aprirono un violento dibattito interno che porterà numerosi giovani (tra questi il segretario comunale della federazione giovanile di Molfetta e gran parte del direttivo) ad abbandonare il partito di Berlinguer.

Quelli che sono rimasti “ad inzuppare il pane nella politica” – a cominciare da Franco Giordano - sappiamo tutti quanti rospi hanno ingoiato nel corso degli anni.

Essi (…)”scenderanno tutta la china (…)”direbbe Malatesta.

 Giuseppe Aragno    - 02-12-2007
Caro Pierangelo, hai scritto un articolo tempestivo, molto bello, per certi versi, addirittura prezioso, ricco di riflessioni che arricchiscono e per le quali sento di doverti ringraziare. Al tuo lavoro si è aggiunto poi il commento, non meno prezioso, di Grazia Perrone, che tu peraltro citi già nel tuo intervento. Un commento che amplia il quadro e lo precisa. Gli accenni alla durezza dello scontro e alle reali responsabilità, al clima che si viveva in quegli anni e, infine, al ruolo del Pci, completano il quadro. Quello che Grazia scrive su Giordano e, più in generale sul Pci, ha una valenza che non è - e non può essere - locale. Io credo che tanti di noi, giovani di quegli anni, potrebbero confermare oggi serenamente la sua analisi. A Napoli è andata come a Bari. A Napoli e a Bari è andata come in Italia, e non a caso il nostro paese è oggi quello che è, non a caso di "antifascismo militante" si parla sempre meno, mentre sempre più si discute con la destra di un cambiamento di riforma istituzionale. Non intendo farla lunga. Le vostre testimonianze, entrambe, ognuna dal suo punto di vista, hanno un pregio comune: non si limitano al rito del ricordo, non si fermano alla "ricostruzione", ma conducono difilato al presente. Il fatto, poi, che voi siate entrambi parte attiva e "militante" di questa rivista - tu Pierangelo, purtroppo sempre più di rado ed è un vero peccato - mi consente di dirlo senza timore di apparire retorico: sono orgoglioso del lavoro che si fa. E ho motivo di esserlo.