Poliziotti e no-global insieme a Genova
Alessandro Marescotti - 15-07-2002
UN ANNO DOPO DI FRONTE AI POLIZIOTTI: PER DIALOGARE E DIRE "NO ALLA VIOLENZA"


Vorrei raccontare un'esperienza straordinaria, appena terminata.
Ad un anno di distanza dai fatti di Genova PeaceLink è tornata - assieme agli amici di Altreconomia - in quella città per parlare con i poliziotti e con coloro che sono stati colpiti dalla violenza. "Noi della Diaz" è stato il titolo di questo incontro che si è svolto il 14 luglio ...
...E' stato ricco di emozioni: manifestanti e poliziotti si sono parlati e guardati negli occhi, ed è stato un un dialogo civile. E' il primo confronto pubblico in Italia di questo genere ed ha avuto il significato di
rompere il ghiaccio, nello stile della nonviolenza che stimola la verità e la riconciliazione. E' importante descrivere il pubblico e i presenti all'incontro: il papà e la mamma di Carlo Giuliani, rappresentanti
sindacali della polizia, gente picchiata, giornalisti testimoni di quei giorni. Amnesty International aveva appena diramato un rapporto in cui vi è
scritto: "Durante il G8 di Genova si è verificata una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste nella più recente storia d'Europa.
Ci sono stati attacchi indiscriminati a pacifisti, inclusi minori, a giornalisti, medici e infermieri".

A raccontare delle percosse subite nel blitz notturno dentro la scuola Diaz c'è Stefania Galante, padovana e studentessa negli Usa, presente nella scuola Diaz durante il blitz della polizia. Racconta: "Il tempo di mettere le coperte per terra. Quando ho visto la violenza bruta della polizia ho pensato ad un colpo di Stato. Un poliziotto gridava: nessuno sa che siamo
qui, vi possiamo ammazzare tutti. Ho visto braccia rotte, teste insanguinate, scene indescrivibili. E anche nella caserma di Bolzaneto torture fisiche e psicologiche". Con lei c'è Matteo Bertola, con una
maglietta su cui è scritto "ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare"; Matteo ricorda quei momenti terribili: "Ho visto violenza, sangue, sputi, manganellate e una ragazza tedesca trascinata per i capelli come in un cartoon". Nella scuola Diaz non sono stati pestati solo giovani; Arnaldo Cestaro, un anziano signore con i capelli bianchi, racconta:
"Quella sera alla Diaz m'ero già addormentato, e sento un gran rumore: madonna, ho detto, saranno mica i black bloc? Invece era la polizia, la nostra polizia. Sono stato il primo a prendere le botte. Prima da uno, poi da un altro, perché siamo nella democrazia dell'alternanza. Gridavo: "basta!". Mi hanno rotto un braccio e una gamba".

E' da annotare che la furia violenta nella Diaz si sarebbe scatenata per una presunta coltellata ad un poliziotto che attualmente è indagato in quanto il suo racconto non ha convinto i magistrati; vi è il pesante
sospetto che la lacerazione al suo giubbotto antiproiettile se la possa essere procurata lui
stesso. "Per effettuare 93 arresti (80 dei quali non
convalidati dall'autorità giudiziaria che ha disposto misure cautelari per uno solo dei rimanenti 13) ci sono stati 62 feriti, tre prognosi riservate, polmoni sfondati, arcate dentarie in frantumi e tanto, troppo sangue".
Questi dati vengono letti con matematica precisione da Carlo Gubitosa, segretario di PeaceLink e giornalista (sta scrivendo un libro sui fatti di Genova).

Sara è una ragazza e prende la parola per fare un appello: "A me piacerebbe sapere che ci sono dei poliziotti non violenti. E ci credo. Io quella sera
mi stavo lavando i denti, ho visto la loro voglia di fare del male: ci godevano a picchiare. Se qui c'è qualche poliziotto che non è così, lo dica".

La parola a questo punto passa ai poliziotti. E' Rita Parisi, una poliziotta del Siulp di Bologna, che risponde a Sara: "Voglio rassicurarti. I poliziotti che stanno qui, come tanti altri, si sono vergognati di quello che è successo alla Diaz". Aldo Tarascio, del Silp (Sindacato Italiano Lavoratori Polizia), ammette: "Genova non ha rappresentato un incidente di percorso, ma una linea di demarcazione. A 20 anni dalla smilitarizzazione del corpo di polizia, la parola d'ordine "prevenzione" è stata sostituita da un altro imperativo: "repressione". E così la polizia si è trasformata da organo dello Stato in organo del Governo. O meglio, di uno o due partiti del Governo". Un altro sindacalista del Silp, Francesco Carella, parla di "democrazia malata". Il muro del silenzio a Genova per la prima volta, dopo un anno, si è rotto e alcuni poliziotti hanno parlato, dissociandosi da
quanto è accaduto.

La mamma di Carlo Giuliani è intervenuta per ricordare ai poliziotti che disobbedire è
possibile: "Avevo l'età di Carlo, ero nel Pci. Ad un
picchetto di commesse della Standa un funzionario di Polizia con la fascia ordinò la carica. I poliziotti incrociarono le braccia. Sono 12 mesi che aspetto qualcuno con quel senso di umanità, che si alzi in piedi e denunci". La mamma di Carlo Giuliani racconta di un funzionario in borghese che a Genova un anno fa chiamò un taxi per far fuggire dalle violenze della caserma di Bolzaneto tre ragazzi. "Gli chiesero: perché lo fai? Rispose: perché non sono d'accordo con quello che stanno facendo qui dentro i miei.
Io aspetto che uno come lui abbia il coraggio di farsi avanti". Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum interviene per dire: "Come è possibile che nessun poliziotto o carabiniere sia andato a raccontare e denunciare le violenze? Chi ha dato l'ordine?"

Carlo Gubitosa ricorda che le violenze hanno colpito anche giornalisti che stavano seguendo le vicende di Genova: "Dormivo quando mi hanno svegliato a
manganellate. Un colpo mi ha scarnificato il braccio destro, scoprendo l'osso", ha raccontato Lorenzo Guadagnucci, giornalista economico del quotidiano nazionale Carlino-Nazione-Giorno.

Ho avvertito il dovere di raccontare abbiamo organizzato con Altreconomia per dovere rispetto alla verità e per un'esigenza di dialogo con chi - fra
i poliziotti - sente il bisogno di esprimere dissenso rispetto ad una violenza che è stata cieca e bestiale. Il confronto fra nonviolenti e poliziotti è un primo passo positivo e, aggiungerei, "liberatorio".

Abbiamo tenuto alto sopra ogni cosa il valore che ci guida: la lotta contro la violenza.


Alessandro Marescotti
Presidente di PeaceLink



INIZIATA CON UN CONVEGNO LA SETTIMANA IN RICORDO DEI FATTI DEL G8 -La Stampa 15 luglio 2002-

Ricordare con rabbia. A un anno dagli scontri e dalle violenze che hanno scandito il G8, la Genova dell´antagonismo sfoglia le pagine più buie e frenetiche delle contestazioni d´allora: il pomeriggio in cui Carlo Giuliani fu ucciso, la notte d´urla e di sangue alla scuola Diaz, le lunghe ore di manganelli nelle caserme e di cure negli ospedali. Ieri il fuoco della memoria che l´anniversario rende ancora più vivo ha incendiato un faccia a faccia tra una mezza dozzina di giovani che furono feriti e i rappresentanti di alcuni sindacati di polizia. Non uno scontro acceso da opposte visioni. Anzi, un timore forte e comune innescato proprio dal guardare insieme nella stessa direzione e con le stesse ansie. «Genova - dice Aldo Tarascio del Silp bucando il silenzio d´una sala che freme - non ha rappresentato un incidente di percorso, ma una linea di demarcazione. A 20 anni dalla smilitarizzazione del corpo la parola d´ordine "prevenzione" è stata sostituita da un altro imperativo: "repressione". E, così, la polizia si è trasformata da organo dello Stato in organo del governo. O, meglio, di uno o due partiti di governo». Di qui nasce il «lungo e profondo solco» aperto tra uomini in divisa e «società civile» in un Paese che, a detta d´un altro sindacalista, Francesco Carella, vive momenti di «democrazia malata». «Noi della Diaz» s´intitola questo convegno organizzato da Peacelink, associazione di volontariato dell´informazione, e Altreconomia a Palazzo San Giorgio, primo atto d´una settimana fitta d´appuntamenti. Eccoli, i picchiati che raccontano le loro storie: Stefania Galante, rientrata da un dottorato di ricerca negli Usa, quella sera cercava «un posto sicuro dove dormire»: «Non ho neppure avuto il tempo di stendere una coperta: finestre sfondate, urla, colpi nel buio. Mi sono detta: non può essere altro che un colpo di stato». Botte, caserma di Voghera, poi rilasciata a piede libero. «Quando sono tornata a New York sono stata trattenuta e interrogata. E oggi ho problemi nel rinnovare il passaporto». Tante vicende uguali eppure diverse. C´è Christian, c´è Sara, c´è Matteo Bertola che, quando seppe dalla tv della morte di Carlo Giuliani, decise di venire a Genova «perché non si può dargliela vinta a certa gente e fargli vedere che se ammazzano uno la piazza si svuota». Peacelink snocciola cifre: «Per effettuare 93 arresti (80 dei quali non convalidati dall´autorità giudiziaria che ha disposto misure cautelari per uno solo dei rimanenti 13) ci sono stati 62 feriti, tre prognosi riservate, polmoni sfondati, arcate dentarie in frantumi e tanto, troppo sangue». Rita Parisi, sindacalista del Siulp, garantisce: «Tutti i poliziotti che lavorano per la libertà si sono vergognati di quanto è avvenuto. La base è molto migliore di chi la dirige». Vittorio Agnoletto strappa il concetto come un messaggio che suscita ira: «Perché allora tra gli agenti del blitz nessuno ha deciso di andare da un giudice e di dire tutto?». Risposta indiretta: «In polizia quanti si espongono subiscono un linciaggio morale». «Certo - è la risposta a distanza che arriva da una piccola donna con la voce che non trema, Heidi Giuliani - non si vuol correre il rischio di fare una brutta vita. Se è per questo, mio figlio, la vita, non ce l´ha più. Né bella né brutta». Sono questi il dolore e il rancore con cui inizia una settimana dedicata al ricordo d´un ragazzo tramutato in emblema. Giorni che segnano uno strappo all´interno del movimento antagonista. Non bastano generiche dichiarazioni d´intenti a ricucire questo iato addirittura fisico: i primi tre giorni di «celebrazioni» sono riservati alle oltre 700 associazioni pacifiste che si riconoscono nella Rete Lilliput, decise a non contaminare le proprie scelte - dibattiti sul consumo critico e su temi economici - con quelle di Cobas, centri sociali e Disobbedienti (ex Tute Bianche), considerati come «una sorta di partito egemonico, verticistico, spesso autoreferenziale». Spiega Deborah Lucchetti, portavoce dei lillipuziani: «La gente, qui, è già spaventata. Pensa a quante vetrine potrebbero andare in pezzi. Noi preferiamo che vengano 10 commercianti ad ascoltare un dialogo sulla globalizzazione piuttosto che si abbassino 10 serrande». Non andranno al corteo di sabato: «Avevamo proposto un grande brindisi all´aperto. Gli altri hanno fatto scelte diverse». Queste le scelte degli «altri», che si ritagliano spazi d´intervento giovedì, venerdì e sabato: il 19 alle 11 nell´atrio di palazzo Ducale ci sarà un incontro pubblico con le ex Tute Bianche. Il giorno dopo, il corteo con musiche e canti all´insegna dello slogan «Reclaim your life» che partirà dalla stazione Brignole. Su tutto l´incognita di qualche centro sociale più intransigente che, a sua volta, agirà in totale autonomia. «Volevamo radunarci in piazza Alimonda - precisa Matteo Jade dei Disobbedienti - ma abbiamo deciso che non vogliamo divise nel luogo in cui è stato ucciso Carlo. Non permetteremo ad un sistema di polizia simile a quello di Scelba di rifarsi il trucco. Il conflitto resta, per noi, il motore della storia e l´azione diretta una delle forme in cui operare. Un esempio: se vogliamo una vita dignitosa per gli immigrati, non basta parlare, bisogna smontare i centri di segregazione».







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