Impara l'arte e mettila da parte
Giuseppe Aragno - 03-08-2007
Vendere fumo è un'arte talvolta persino raffinata e occorre dirlo: a Berlinguer, Fioroni e Moratti certo non fa difetto. Oscura, se si vuole, è la "parte"; e su questo varrebbe la pena di fermarsi, in via preliminare, parlando oggi di scuola tra noi addetti ai lavori. La scuola-azienda, quella che ci vuole, ad un tempo, guardia armata della rivoluzione neoliberista e garanti della formazione d'una manovalanza rassegnata e prona - questa, mi pare, è la merce che occorre produrre - la scuola così concepita non ha parte politica, non è di sinistra o di destra, come tutto ormai da qualche tempo. Non lo è, non può esserlo: il mondo di valori cui rimandano queste parole è archeologia politica e fa parte ormai di una storia lontana. Se il "Manifesto", occupandosi per una volta del "triste stato di un'istruzione tutta da ripensare", non trova di meglio che rivolgersi a Luigi Berlinguer per avere lumi, beh, allora non solo il malato è veramente grave, ma siamo alla disperazione: si tenta di tutto e, mancando un medico di valore, si ricorre persino agli sciamani.
Come uscirne? Personalmente - lo dico sommessamente e non pretendo di avere a tutti i costi ragione - personalmente non credo sia più possibile sperare nei miracoli della "riforma", continuando a cercare la via del dialogo con le forze politiche e con quei sindacati che stanno letteralmente cancellando la democrazia partecipativa dal loro dna. Sono le forze e le organizzazioni da cui trae origine uno sfascio che non riguarda evidentemente solo la scuola.
Perdonate se inserisco in questa mia riflessione un elemento apparentemente spurio ed abbiate pazienza. Ho in mente un ragionamento: fili diversi tra loro che partono da lontano e s'intrecciano in un quadro generale. In questo quadro vorrei situare la scuola; tassello d'un mosaico che puoi collocare al posto giusto solo se tutti gli altri sono là dove dovrebbero essere.
Da destra e da sinistra si tira per la tonaca Don Milani, ma tutti astutamente ignorano che egli volle morire da imputato in un processo infame che, da solo, oggi direbbe di più che la sua "lettera". Berlinguer, da ultimo, non ha resistito alla tentazione di tirarlo in ballo l'otto luglio sul "Manifesto": Don Milani, sostiene, è anche suo, anche del diessino ex comunista e futuro diosacosa nel "partito democratico", anche di uno che da anni mette insieme la guerra e l'umanitarismo e non se ne vergogna. Don Milani, dopo aver voluto i Balcani dell'uranio depotenziato, l'Irak del fosforo bianco, mentre si sta nell'Afghanistan dei civili bombardati per pacifismo e ci si addestra coi militari israeliani delle bombe a grappolo.
Don Milani.
Giorni fa, non so dove fossero Berlinguer, Fioroni e Moratti che se ne sono stati rigorosamente zitti - e si sa che chi tace acconsente - giorni fa contro una rumena - zingara come fu ballerino Valpreda: la parola è un'arma micidiale - giorni fa una poveratta è stata accusata di aver rapito un bambino a Isole delle Femmine, nella siciliana Palermo. S'è scatenata, orchestrata ad arte da tutti i media che contano, una canea reazionaria a tinte fortemente razziste che ha attraversato in lungo e in largo il paese: classi sociali, onnipresenti partiti, opinionisti, tuttologhi, intellettuali, gente del popolo imbarbarita. Tutti. S'è invocato il linciaggio, s'è fatto cenno alla pena di morte e sputacchiato da destra e da manca su quel pericoloso sovversivo che fu Beccaria. La rumena, poi, è risultata completamente innocente e il silenzio è caduto sull'intera vicenda, sulla donna che resterà per sempre distregiativamente zingara, su chi accende volutamente fuochi pericolosi, semina vento per raccogliere tempesta, ed è responsabile del clima da caccia alle streghe nel quale viviamo. Un silenzio che non basta a coprire il mondo marcio che è emerso alla cartina di tornasole del caso penoso. Il mondo che dovrebbe darci la buona scuola, il mondo che capitale e mercato hanno pervicacemente voluto che nascesse e del quale sono stati - e sono - parte dirigente Moratti, Berlinguer e Fioroni. I venditori di fumo, gli artisti senza parte: non destra, non sinistra. Il linciaggio non ha colore politico.
Ricorderete tutti, credo, la pericolosissima cellula dei soliti terroristi islamici che, non è molto, avrebbe voluto devastare Glasgow e Londra: la banda dei medici islamici che, a sentire i nostri solerti e strapagati velinari, maestri veri della nostra gioventù, erano sul punto di mettere insieme una congerie di sostanze innocenti che, miscelate con indiscussa perizia chimica, promettevano di trasformarsi in poco meno che atomiche da supermercato. Bene. Di terrorismo islamico le parti politiche dei tre "grandi della formazione" hanno così profondamente avvelenato il paese, che ai più la cosa è apparsa normale. Ogni giorno si tirano fuori così tanti terroristi e brigatisti, che la gente accetta ogni attentato ai diritti della persona. Guantanamo, la tortura e non serve andare oltre. Ora si dà il caso che i medici bombaroli erano tutti assolutamente innocenti. L'obiettivo però è stato centrato: siamo in gravissimo pericolo e abbiamo nemici occulti pronti a pugnalarci. Gli altri, i "diversi", sono molto cattivi. La vicenda non interessa più nessuno e chi verrà a dirci che è stata solo una montatura e che i veri terroristi che ci girano attorno sono gli eterni accusatori? Va tutto bene e si faccia silenzio: l'ordine regna a Berlino. Non una voce di dissenso che si levi dai grandi teorici della nuova scuola. Si discetta accademicamente di Hegel e Oppenheimer, Dewey, Bruner, Gardner e Don Milani. Ce n'è per tutti i gusti e non manca McLuhan - confesso, non lo conosco e non mi sento in colpa - e, per chi non sta nell'empireo della pedagogia, ci sono Vertecchi e persino l'Alba Sasso. Vanno bene il linciaggio alla rumena, la cellula islamica prefabbricata, la criminalizzazione del dissenso. E sono giusti il lavoro come condanna a vita, la legge Biagi e la precarizzazione che serve alla globalizzazione. Di quale scuola parliamo? Di quale sistema educativo? Di quali indicazioni nazionali?
Ecco. In un quadro di filosofia politica che celebra le nozze coi fichi secchi, che punta metodicamente l'indice sul bilancio pubblico e taglia i fondi a scuola, ricerca, sanità e stato sociale col consenso convinto di Berlinguer, Moratti e Fioroni e dell'intera nostra classe dirigente, la scuola che abbiamo è quella possibile. Un'altra la si può costruire, certo, ma solo partendo da un dato di fatto: per farlo, occorre combattrere contro questa concezione della vita.
In concreto, che fare? Non credo si possa sperare in qualcosa che venga dall'alto e nel tentativo di dialogare: in questo modo mostriamo solo la nostra evidente debolezza strutturale. Sbaglierò, ma la battaglia per la scuola deve mutare radicalmente rotta. Occorre essere presenti fisicamente nei luoghi dello scontro sociale, nei luoghi concreti in cui ci si batte per un "mondo migliore". E scusate la formula abusata. Dove c'è gente che combatte, là dobbiamo essere. Si privatizza l'acqua e per risposta la gente si unisce in comitati che si oppongono? Bene, la cosa ci riguarda. Come cittadini, come docenti d'una scuola che rischia la privatizzazione, come lavoratori. Ci riguarda, e la questione scuola interessa, non può non interessare, anche i comitati contro la privatizzazione dell'acqua. E' un collegamento che va realizzato. Dobbiamo esserci: scuola che lotta. Si mandano armi e soldati per le guerre di pace e c'è chi si batte perché non accada? E' una posizione anche nostra, una scelta che ci coinvolge direttamente, così come la nostra battaglia riguarda i pacifisti. Ovunque qualcuno si opponga al modello sociale che accomuna Berlinguer, Moratti e Fioroni, volti diversi d'una stessa realtà, là noi dobbiamo essere. E nei posti di lavoro occorrerà opporre al progetto di scuola che ci stanno imponendo tutte le forze che abbiamo; dobbiamo agire, pochi come siamo, senza uscire dalla legalità, ma tenedoci programmaticamente, strategicamente, ai suoi limiti. Ai limiti della legalità. Occorre tentare di inceppare il meccanismo e chiedere la solidarietà e l'aiuto di tutti quelli che sono in lotta. Tutto ciò ch'è possibile rifiutare nel lavoro rifiutiamolo. Tutti gli spazi che è consentito occupare, occupiamoli. Si sappia, si senta che esistiamo e che non chiediamo: pretendiamo. Nessuna concessione: solo e strettamente il dovuto, attaccandosi ad ogni cavillo, aggregandoci e lottando per aggregare. Dove una fabbrica, un'azienda, un gruppo di lavoratori lotta, là ci sia la bandiera della scuola e facciamo sì che la fabbrica, l'azienda, il gruppo rechino la loro bandiera a sostegno della scuola. Non si tiri fuori, per favore, la solita storiella che così si fa danno agli studenti. Una volta sapevamo come creare comitati nei quartieri, sapevamo come allargare l'area della contestazione, come organizzare capillarmente il dissenso. Io credo che la strada sia questa. Non ho in mente un nuovo Sessantotto. I tempi non sono quelli. Non ho la testa girata indietro, ma il passato qualcosa può ancora insegnarci. L'autunno, sento dire da più parti, sarà caldo. Potrebbe esserlo davvero. Prepariamoci a far sentire la nostra presenza, a dare un contributo per arroventarlo. In tutti i modi possibili e ovunque si aprano spiragli. Senza nostalgie sessantottine, ma senza illusioni riformiste. In un mondo in cui tutti sono riformisti, non c'è riformismo e non si fanno riforme. Occorre lavorare per rovesciare lentamente dal basso i rapporti di forza. Non è facile, lo so, ma si può fare, solo che si cambino l'impostazione e l'obiettivo della lotta.

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