Le Interviste in didaweb : la scuola si è rotta?
Marisa Bracaloni - 03-07-2002

Intervista ad Alessandro Rabbone, maestro elementare, comandato presso l'IRRE Piemonte, esperto di didattica con le tecnologie e collaboratore della rivista L'Educatore



1) Ancora oggi alcuni condividono l'idea che per educare bisogna far soffrire; che la sofferenza, quel tanto che basta, va bene.
Quanto crede che ci sia di valido in questa teoria della "pedagogia nera"*, uno come te, che invece e' convinto sostenitore della motivazione e del gioco?


"Al di là di teorie pedagogiche varie credo che in un paese civile andrebbe perseguito penalmente chi deliberatamente infligge sofferenza fisica o morale ad un altro essere umano… Anche un chirurgo prima di operare si preoccupa di utilizzare l’anestesia…
La sofferenza fa parte della normale condizione umana, il sadismo no.
Ma il problema sembra piuttosto un altro. Coloro che sostengono che l’impegno continuo, il sacrificio e la dedizione assoluta sono elementi di crescita morale e di sviluppo intellettivo hanno ragione, ma solo in parte…
Ciò che conta è il perché ci si impegna, ci si sacrifica, ci si concentra, e in vista di quali finalità ed obiettivi. Ciò che conta è sapere se tali finalità ed obiettivi sono davvero accettati e condivisi da chi apprende.
E’ questo il discorso sulla motivazione o sul “senso” dell’apprendimento.
Senza questo, senza il tener conto del giovane come identità che ha una propria storia e proprie aspirazioni, e che soprattutto cerca un senso in ciò che fa, il richiamo alla serietà dello studio si risolve miseramente in una pratica pedante, ripetitiva, che porta allo stereotipo culturale. Ed è questo che, purtroppo, ha sovente caratterizzato la storia della scuola italiana.
Rispetto al gioco (e non solo il gioco infantile) sostengo semplicemente che questo è da tempo immemorabile legato alla funzione biologica di apprendimento, probabilmente prima ancora della comparsa della specie homo sapiens. Non trovi strano anche tu che la più importante istituzione sociale che si occupa dell’apprendimento da parte delle giovani generazioni (cioè la scuola) non ne tenga in minimo conto?
A sfavore del gioco come apprendimento rimangono ancora molti luoghi comuni: prima fra tutti la contrapposizione tra gioco da una parte e serietà e concentrazione dall’altra. Un gioco può essere anche molto serio e impegnativo. Basta osservare un qualsiasi giocatore impegnato in una partita a scacchi, di calcio o in un videogame per rendersene conto. Giocare non significa cedere alla superficialità ed al disimpegno, ma esattamente il contrario.
E’ la pretesa retorica e burocratica di chi astrattamente vuol definire a tutti i costi alcuni “contenuti” come più importanti di altri che conduce alla pedanteria, alla noia, alla mortificazione delle intelligenze e quindi al disimpegno da parte dei giovani… "

2) L'informatica e la multimedialità da una parte sono poste al servizio dell'integrazione, dall'altra sono accusate di alimentare la solitudine del bambino, tanto che la maestra deve insegnargli a giocare con i compagni.
Che ne pensi?


" Che la telematica (il cui compito principale è quello di permettere la comunicazione) alimenti la solitudine del bambino o dell’adulto mi sembra un’affermazione assolutamente priva di fondamento.
Come al solito, il problema è l’uso che si fa delle tecnologie.
A scuola ad esempio, se utilizzo Internet come una mega enciclopedia solo per fare le cosiddette “ricerche” è chiaro che le possibilità di interazione sociale e cognitiva con altri utenti sarà piuttosto limitata. Se invece mi rendo conto che il vero valore aggiunto della rete sta proprio nelle nuove possibilità di comunicare superando i tradizionali limiti di tempo e di spazio (classi virtuali, mailing list, forum, chat, videoconferenza…) la situazione può davvero cambiare in positivo.
Quanto ai maestri che “insegnano a giocare” purtroppo ne ho conosciuti assai pochi in venticinque anni di scuola. Di insegnanti poi che insegnino a giocare in rete ne ho conosciuti ancora meno…
Sia chiaro. La responsabilità non è dei singoli insegnanti, che anzi, contrariamente a quanto si pensa, sono seriamente impegnati sul fronte delle tecnologie didattiche. Il problema di fondo è di tipo culturale – organizzativo. Come dice molto bene Francesco Antinucci in “La scuola si è rotta”, la scuola italiana non è strutturalmente preparata ad accettare ed accogliere le profonde trasformazioni culturali (cultura del gioco compresa) che le tecnologie inevitabilmente portano con sé."

3)L'informatica come fonte d'informazione, e il libro tutto sensazioni e fantasia, si integrano o si contrappongono?
Come senti questo dualismo, tu, che vivi di computer e di libri?


" Semplicemente non lo sento, perché secondo me non esiste.
Si tratta di due media diversi che soddisfano esigenze e modalità di apprendimento diverse. Per usare la terminologia di Antinucci l’apprendimento “esperienziale” da una parte e l’apprendimento “simbolico ricostruttivo” dall’altra…
Tra il resto computer e libri non sono i soli media che possono essere utilizzati in ambito educativo. La TV ad esempio è uno strumento che avrebbe potuto fare molto per la scuola e l’apprendimento, e che forse potrebbe ancora fare, nel momento in cui mutassero alcuni parametri strutturali ed organizzativi…
Esiste poi un problema di qualità.
Per esempio, non so come fai a dire che il libro è tutto “sensazioni e fantasia”. Ma hai presente la qualità media dei libri di testo delle nostre scuole?
Così come per i libri, anche la rete è piena di “spazzatura”. Si tratta di educare alla capacità di scegliere criticamente i singoli contenuti.
Inoltre, dal mio punto di vista, la distinzione implicita nella tua domanda, tra media “freddi” (informazione) e media “caldi” (emotività, fantasia) è in realtà una distinzione che riguarda più i contenuti o meglio il rapporto tra noi, utenti, e gli stessi contenuti veicolati dai media.
Personalmente trovo più “caldo” un gioco in chat della ricerca su un sussidiario di scuola elementare o su un’enciclopedia, sia essa cartacea o elettronica."

4) Sei stato un master-trainer per la formazione a distanza dell'Indire e ti occupi di aggiornamento su Altrascuola, quali competenze informatiche sono necessarie ad un insegnante oggi?
Ritieni che siano indispensabili nella professione docente?


"Non parliamo, per favore, di competenze “informatiche”. Parliamo di competenze nell’uso didattico delle tecnologie, o meglio di competenze didattiche con l’uso delle tecnologie. E’ sempre necessario sottolineare il primato del senso “didattico” della nostra attività di insegnanti sugli aspetti strumentali e tecnici.
Il MIUR ha avviato in questo ambito una grande fase di formazione a livello nazionale e questo sicuramente è un fatto positivo. Purtroppo però già ad una prima lettura della C.M. 55 / 2002 risulta chiaro come l’attenzione sia centrata principalmente sulle applicazioni da imparare e non sui temi pedagogici e culturali di fondo (in sostanza sul “come” l’essere umano possa imparare meglio e più in fretta in ambienti telematici e multimediali).
La patente europea (ECDL) diventa esplicitamente il modello di formazione privilegiato.
Mi domando allora che senso abbia, in una istituzione che si occupa di educazione, addestrare i suoi operatori all’utilizzo di strumenti da ufficio, che solo in parte corrispondono agli strumenti che realmente si ha necessità di conoscere, in vista di una pratica d’aula o di laboratorio concreta e quotidiana."

5) Il Ministro Moratti in una recente intervista ha sostenuto l'importanza dell' e-learning e il valore della rete.
In quale direzione dovranno muoversi le comunità virtuali come il Didaweb ?
Quale contributi potranno portare le liste di discussione o i forum?
Come vedi il loro proliferare?


"Le comunità virtuali di insegnanti, ed il Didaweb in primo luogo, hanno dato negli anni passati un grosso contributo alla cultura della rete, alla cultura della cooperazione e alla costruzione sociale della pratica educativa, concedendo poco o nulla a inutili tecnicismi o peggio a formalismi retorici.
Su questo non c’è dubbio.
Il rischio che mi sembra si stia delineando è quello di un “avvitamento” su se stessi, il continuare a comunicare sempre nelle stesse modalità in una comunità che prima o poi smetterà di crescere in termini di partecipazione quantitativa.
In altre parole il rischio è quello di appiattirsi in una sorta di gioco delle parti, o peggio di appiattirsi su slogan politico culturali di ordine generale. E’ necessario scendere più in profondità. Occorrono idee e proposte nuove ed originali, che affrontino alla radice i grandi temi dell’educazione. Per esempio quello sul rapporto tra libertà dell’individuo nel determinare il proprio futuro e la tanto pubblicizzata “libertà delle famiglie” (leggi libertà dei genitori) nello scegliere i modelli educativi per i propri figli…"


Grazie


Grazie a te, che mi hai dato modo di riflettere ancora un po’ su temi che mi stanno a cuore.


*(termine usato da Alice Miller per indicare le forme educative che vedono il bambino come una specie di selvaggio da domare)




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