No al TFR nei Fondi Pensione
La Redazione - 23-06-2007
Entro la fine di questo mese - scrive Attac Italia -lavoratrici e lavoratori del settore privato dovranno decidere il destino del loro TFR. Se non compileranno l'apposito modulo, chiedendo di tenersi il TFR, questo finirà automaticamente nei fondi pensione. I sondaggi ci dicono che la stragrande maggioranza dei lavoratori non ha ancora conferito ai fondi, nonostante la fortissima propaganda di gestori finanziari, sindacati confederali, governo. Sono ancora tanti però i lavoratori che non hanno deciso. E' quindi importate che ci si mobiliti il più possibile contro lo scippo del TFR. mandando mail, volantinando in luoghi pubblici e davanti ai luoghi di lavoro poiché - aggiungiamo noi - se non si compila (o si dimentica di compilare) l'apposito modulo indicando che (...)"il proprio trattamento di fine rapporto non venga destinato ad una forma pensionistica complementare e continui dunque ad essere regolato secondo le previsioni dell'articolo 2120 del codice civile (...)" dicendo cioè esplicitamente che si vuol tenere il proprio TFR in azienda esso sarà perso. Per sempre.

In questo contesto pubblichiamo la testimonianza di Doriana Goracci - Red.


Mi sono affidata all'ultimo appello arrivatomi, sono un'esodata volontaria Banca Intesa-S.Paolo, non ero e non sono iscritta a nessun sindacato, ho fatto per più di 30 anni la consulente finanziaria per questa primaria sigla bancaria. Ero una dipendente, prima della fusione su fusione, della Banca Commerciale Italiana, quella cantata da Remotti nella sua Mamma Roma per intenderci, quella citata in questo testo, per capirci, il cui fondo è andato a gambe all'aria e la gestione dello stesso impunemente portata avanti per anni dagli stessi analisti finanziari per i clienti della Banca....

Mi rivolgo sopratutto ai giovani, quelli assolutamente consapevoli della precarietà del loro lavoro, quelli che sanno benissimo che la pensione non la prenderanno mai, quelli che si divertono a guardare gli indici di borsa e magari rischiano qualche risparmio, come giocando al lotto.

C'è chi è più furbo di voi, c'è chi si rivolge, fidando nel
vostro silenzio assenso, alla vostra smorfia amara che pensa che la cosa non lo tocca...

Perchè non hanno scelto la formula contraria: scrivere se volevate un trattamento diverso del vostro Tfr? Solo questo dovrebbe allarmarvi, contano sulla vostra indifferenza, sul vostro rimandare a domani, sulla vostra stanchezza, sul vostro non sapere.

Inoltrate, girate ma sopratutto scrivete il vostro NO ai fondi pensione.


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 Luca Rossini    - 26-06-2007
Mi è finito oggi sulla scrivania il vostro "le trappole dei fondi pensione" e francamente non mi è piaciuto niente...ma calma...tre premesse

1. faccio il promotore finanziario
2. lo faccio perchè è l'unico modo di fare questo lavoro serenamente visto che in banca ti ricattano a spacciare spazzatura finanziaria con l'arma dello stipendio fisso
3. ho una matrice politica molto spostata a sinistra

Qui però c'è un problema di disinformazione nel senso che, ragazzi miei, in quell'articolo ci sono più errori che in un tema delle elementari, cito solo i due più eclatanti:
- ogni fondo con la nuova normativa deve espressamente prevedere una linea a garanzia di rivalutazione minima di capitale
- la gestione dei fondi è separata da quella delle imprese che le emanano e questo scongiura il rischio fallimento (so cosa è successo in passato ma ora è così)

Poi...so che ci hanno mangiato nei secoli dei secoli, so che chi fa dei fondi privati ci guadagna ma ogni tavolo per stare in piedi deve avere tre gambe no?
E se noi stiamo qua a urlare senza proporre alternative efficaci ci troviamo vecchi, stanchi e in difficoltà economiche...quindi niente disinformazione (a quella pensa già Silvietto nostro a 360 gradi) ma proposte...grazie

 Giuseppe Aragno    - 27-06-2007
Una considerazione preliminare: la pensione, così come fu pensata e realizzata, rispondeva a criteri di tutela di tutti i lavoratori dipendenti. Ora non sarà più così: la pensione integrativa l’avrà evidentemente solo chi potrà permettersela. Non è cambiamento da poco mi pare. Soprattutto per chi ha una “matrice” di sinistra. Ma di questo è inutile parlare: anche D’Alema dice di avere una forte matrice di sinistra.
Credo sia indiscutibille: la legge rende sicuro il rendimento del Tfr: ics per cento dell’inflazione (75 % credo) e in più un incremento dell’1,5 per cento. Il rendimento del fondi pensione non è fisso. Varia e, quello che più conta, è legato ai costi di gestione. Il dubbio è legittimo e non mi pare infondato: che fine faranno, di anno in anno, a queste condizioni, i soldi “rivalutati” dei lavoratori?
Che la torta da spartire sia appetitosa appare chiaro: basta guardare la concorrenza selvaggia e la pressione feroce della pubblicità.
Altra considerazione: se il trasferimento del Tfr ai fondi pensione privati diventa massiccio, mancherà ossigeno al sistema pensionistico pubblico, che prima o poi sarà condannato al fallimento. Il Tfr ai fondi privati, rischia, di fatto, di essere un passo avanti sulla via di una completa privatizzazione della previdenza.
Questa soluzione va bene sicuarmente a Montezemolo, che governa il capitale; va bene al governo che, a quanto pare, del capitale è ormai la longa manus. Va male ai lavoratori, ma di questi ultimi chi si cura più? Ricordo male o la Confindustria espresse grande delusione quando Maroni annunziò lo slittamento dell'affare al 2008? Una delusione che mi pare giustificata: col passaggio ai fondi privati c’è un forte cambiamento nella distribuzione della spesa complessiva per la previdenza. Per i contributi, infatti, le aziende pagano molto meno e i avoratori temo di più.
Essere propositivi. Certo. Rafforzare la previdenza pubblica, accollando alla fiscalità generale l’assistenza, che ora grava sulla previdenza. Questo era un asse portante per la Cgil negli anni in cui ne ero dirigente provinciale. Allora, però, quando dicevamo “matrice di sinistra” sapevamo più o meno di che si parlava. Poi è venuto il momento dei Cofferati, dei D'Alema e dei Veltroni. Quercia, Ulivo, l'innesto con la margherita: la botanica scambiata per politica.

 Red    - 28-06-2007
Il lettore ci invita a fare proposte concrete. Eccone una che "giriamo" dal sito del coordinamento nazionale rsu.

Incentivi aumenta-pensioni Ecco la ricetta contro lo scalone

Piergiovanni Alleva *


Un risparmio nella spesa previdenziale realizzabile senza penalizzare i lavoratori, e, anzi, con loro vantaggio e per loro volontà, sarebbe sicuramente il mezzo migliore per superare la grave «impasse» politica dell'abolizione dello «scalone» pensionistico voluto dal governo di centro-destra e al quale tuttavia importanti settori della maggioranza vorrebbero sostituire altre misure coercitive (gli «scalini»).
Si tratta di pensare a incentivi che inducano i lavoratori che hanno raggiunto i requisiti di maturazione della pensione di anzianità, a ritardare volontariamente la domanda di pensionamento di uno o più anni, ma l'esperienza della legge n. 243/2004 (ossia del «super bonus») ha dimostrato che i lavoratori sono poco interessati a un maggior reddito nell'immediato che comporti un congelamento dell'importo futuro della pensione. Occorre provare a utilizzare la leva contraria. Il senso dell'incentivazione potrebbe riassumersi in questo messaggio: «in pensione un po' più tardi per ottenere la pensione massima, anzi superiore al massimo».
Va spiegato in proposito che tutta la questione dell'aumento dell'età per pensioni di anzianità riguarda lavoratori che fruirebbero della pensione calcolata con il metodo retributivo, con quel metodo, cioè, per il quale ai fini della pensione ogni anno di anzianità contributiva vale il 2% della retribuzione imponibile, sicché, ad esempio, un lavoratore con 57 anni di età e 35 di anzianità contributiva e con una retribuzione di 20.000 euro annui potrebbe oggi andare in pensione ricevendo un importo pari al 70%, ossia a 14.000 euro circa. Attualmente, il massimo pensionabile di 40 anni di anzianità comporta una pensione pari all'80% della retribuzione (nell'esempio fatto 16.000 euro).
L'incentivo che una nuova legge potrebbe introdurre per convincere quel lavoratore a restare al lavoro per alcuni anni ancora sarebbe di «far pesare» gli anni successivi di anzianità lavorativa più del 2%, e ad esempio il 3% il primo anno di ritardo, il 4% il secondo, il 5% il terzo, così da dare progressività all'incentivo.
Per conseguenza, se quel lavoratore decidesse di lavorare tre anni in più, questi varrebbero ai fini della pensione un 12%, che aggiunto al 70% già maturato porterebbe la sua pensione al 82%, superiore anche al massimo oggi raggiungibile.
In definitiva gli verrebbe «regalato» un 6% in più rispetto alla maturazione del 76% corrispondente ai 38 anni di lavoro a quel punto effettivamente svolti, e quel 6% della retribuzione di 20.000 euro significherebbero 1.200 euro annui in più di pensione da moltiplicare per l'aspettativa di vita residua dopo il 60esimo anno di età. Considerando un'aspettativa di vita massima, ad esempio 82 anni (che è quella delle donne, così da coprire anche le eventuali pensioni di reversibilità) si tratterebbe di 27.000 euro, che tuttavia l'istituto previdenziale pagherebbe in modo diluito per 22 anni.
Il vantaggio per le finanze dell'Inps sarebbe cospicuo perché ogni anno di rinvio della pensione di quel lavoratore significa da un lato non pagare 14.000 euro di pensione e dall'altro continuare a incassare un 33% di contributi su quella retribuzione imponibile di 20.000 euro, ossia 6.500 circa, con un vantaggio finanziario complessivo di 20.500 euro annui: nell'ipotesi fatta di un rinvio di 3 anni del pensionamento il vantaggio sarebbe dunque di 61.500, realizzato «adesso» (ovvero in 3 anni) contro un costo di 27.000 da pagare «dopo» in 22 anni. Calcoli similari ovviamente valgono nell'ipotesi che il lavoratore scelga di ritardare il pensionamento di un solo anno o di due anni.
Come si vede la proposta, pur portando il lavoratore al massimo pensionabile e anzi oltre, non è affatto prodiga ma forse addirittura troppa avara, ed invero stante l'importanza sociale politica ed economica della controversia, si potrebbe spingere l'incentivo ben al di là di quanto esemplificato, per ottenere il consenso più ampio al rinvio del pensionamento da parte dei lavoratori, pur mantenendo buoni risparmi per la finanza pubblica: ad esempio, se i 3 anni di ritardo ipotizzati valessero rispettivamente il 4%, 5% e 6%, la pensione dei lavoratori arriverebbe all'85% della retribuzione (euro 17.000 su 20.000 di retribuzione del nostro esempio), ma l'Inps realizzerebbe ancora un buon risparmio immediato, perché anche questo super-incentivo del 9%, aggiuntivo al 6% che il lavoratore avrebbe comunque lavorato nei 3 anni comporterebbe un costo dilazionato di 39.600 rispetto al ricordato risparmio immediato di 61.500.
Non bisogna temere in definitiva, di introdurre privilegi ingiustificati e pericolosi perché questi lavoratori - non va dimenticato - sono un «numero chiuso», in quanto le pensioni di anzianità calcolate con il metodo retributivo sono destinate ad esaurirsi. Per altro verso, essi costituiscono «oggi come oggi» un problema politico e sociale molto grave, che è assolutamente necessario risolvere con metodi non coercitivi, anche per differenziarsi dallo stile di governo berlusconiano. Nessuna confusione va fatta, comunque,con i problemi riguardanti le «nuove pensioni» a calcolo contributivo e i loro coefficienti, che andranno affrontati separatamente con altri studi e riflessioni.

*Centro diritti del lavoro «Pietro Alò»

 Redazione    - 04-07-2007
Segnaliamo:
http://www.flp.it/notiziari/notiziari_FLP_dai_dipartimenti/view.asp?id=39

 IUniscuola    - 05-07-2007
Prelievo ai dipendenti dello 0,35 e ai pensionati dello 0,15 : CUI PRODEST?

Questa era la domanda bruciante e sintetica che si ponevano i nostri antenati romani, che quanto a sottigliezze giuridiche e scavalcamenti ideologici non si facevano superare da nessuno.

E noi ripetiamo ancora una volta: a chi giova?

Ci stiamo riferendo al nuovo Decreto Ministeriale 7 marzo 2007,n.45 pubblicato recentemente, che legifera in merito alle nuove agevolazione creditizie per i dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni anche pensionati, a fronte di una decurtazione di una piccola percentuale della pensione, che andrebbe a costituire i fondi per l’erogazione agevolata di prestiti da parte degli stessi Istituti di Previdenza per il Pubblico impiego.

E fin qui, direte voi, tutto bene. Almeno apparentemente, questa sarebbe una possibilità in più offerta ai pensionati (l’anello più debole della catena, come tutti sappiamo) di diventare intestatari di un prestito “facilitato” e di far fronte così ad evenienze altrimenti difficilmente affrontabili, come un trasloco , una ristrutturazione , un sostegno a un disabile e via discorrendo.

Ma: ecco il dubbio. Agevolare l’indebitamento di una categoria già debolissima come il pensionato statale è davvero una soluzione equa e vantaggiosa per questi ultimi?

Davvero queste agevolazioni non andranno invece a peggiorare o quantomeno a mettere a rischio la sua già precaria situazione, decurtandogli di fatto gli introiti e illudendo lui ( o ancora peggio i suoi famigliari) di avere disponibilità e mezzi fittizi?

E a questo punto non intravediamo addirittura lo spauracchio di un giovane nipote senza tanti scrupoli che implora la nonnina di comprargli la moto “tanto i soldi si ottengono con facilità”?

Davanti a questa scenetta tutti noi esseri pensanti veniamo colti da un brividino.

E allora, dov’è l’inganno?

Noi crediamo di essere francamente in grado di rispondere a questa domanda senza troppi sforzi di immaginazione. Invece di aumentare il livello di dignità dei dipendenti P.A. aumentando l’ammontare delle loro pensioni e “agevolando” effettivamente la loro vita e il loro benessere, li si seduce con un fantastico indebitamento progressivo, e una fittizia disponibilità di denaro.

Perché tutta questa manovra? E a chi giova dunque?

Secondo noi, ancora una volta la risposta è chiara: in un clima di caccia alle streghe (cioè al pensionato pubblico, e quello della scuola in particolare, somma e sentina di ogni vizio, mangia pensione a tradimento e chi più ne ha più ne metta) parlare di aumento delle pensioni è una vera e propria bestemmia. Meglio lasciare la vecchia ex prof alle sue pie illusioni di nuovi prestiti e regalie che lo Stato, al quale per tutta la vita lei ha offerto le sue migliori energie, è pronto a profondere per lei.

Mi raccomando cari colleghi e colleghe pensionati, non è ancora arrivata purtroppo la Panacea di tutti i mali. Non rallegratevi molto e diffidate sempre dei “ritocchini” della pensione.

Leonardo Donofrio
Presidente IUniScuola