9 giugno; No Bush No War Day
Redazione - 17-05-2007
Il Centro di ricerca della pace di Viterbo, nelle sue quotidiane Notizie minime, lo sottolinea:

E' necessaria ed urgente una scelta democratica ed antifascista: l'opposizione alla guerra terrorista e stragista, la decisione di far cessare l'illegale e criminale partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan.
E' necessario ed urgente battersi perche' l'Italia cessi di violare la legalita' costituzionale e il diritto internazionale; e' necessario ed urgente battersi affinche' l'Italia receda dalla guerra e s'impegni per la pace; e' necessario ed urgente battersi per una politica internazionale che salvi le vite umane anziche' sopprimerle; che si opponga al terrorismo anziche' praticarlo ed alimentarlo; che scelga pace, democrazia e diritti umani.
E' necessaria ed urgente una scelta dalla parte dell'umanita'



Movimenti e sindacati di base lo ripetono:
"...la guerra è guerra indipendentemente dalle bandiere usate per condurla e va ripudiata, come il militarismo governativo, che ha riconfermato o promosso le missioni belliche".
Non aggiungiamo parole all'appello che segue e aderiamo alla manifestazione proposta.

Redazione


Contro la guerra globale permanente di Bush Contro l'interventismo militare del governo Prodi

Il presidente Usa, George Bush verrà in Italia il 9 giugno, su invito del governo Prodi per ribadire in questo modo la convinta alleanza militare e politica dell'Italia con gli Stati Uniti. Oggi il presidente Bush ha contro la maggioranza del popolo degli Stati Uniti ma mantiene l'appoggio delle lobbies militari, petrolifere e dell'industria delle armi. Bush è l'estremo interprete della volontà di egemonia mondiale delle classi dominanti statunitensi, volontà che porta da decenni gli USA, indipendentemente dall'alternanza dei governi, ad intervenire militarmente ovunque, con truppe, colpi di stato, stragi e attentati.

Questa volontà di dominio, che fa della guerra una vera e propria strategia politica con la capacità di esportare conflitti dall'Africa all'Asia, dall'America latina alla stessa Europa, produce sudditanza politica e culturale.

In Italia la destra considera Bush il proprio punto di riferimento ma anche il governo Prodi, eletto grazie ai voti del movimento no-war "senza se e senza ma", è orgoglioso dell'alleanza con tale amministrazione e si prepara a ricevere in pompa magna il presidente Usa a Roma.

Questa subordinazione caratterizza anche l'organica politica di intervento militare che il governo Prodi sta praticando, sia pure nella versione "multilaterale", cioè "concertata" con le altre potenze. Un'internità alla logica della guerra che spinge a mantenere le truppe in Afghanistan, che ha aumentato vistosamente le spese militari (+13% nella Finanziaria), che vuole imporre a popolazioni unite nell'opposizione, nuove basi militari come a Vicenza (ma anche a Cameri e in altri luoghi in via di ampliamento), che partecipa alla costruzione di micidiali armi come l'aereo da guerra F35 o lo Scudo missilistico, e conserva le bombe atomiche disseminate nel nostro territorio, come a Ghedi e Aviano [cfr: www.rainews24/inchiesta04/04/2007 - ndr].

E' questa subordinazione, politica e culturale, che ha abbandonato una delle esperienza più limpide del pacifismo italiano, quella di Emergency, tradita e sacrificata al governo Kharzai e ai suoi servizi segreti che detengono illecitamente Rahmatullah Hanefi.

Ma la guerra è guerra indipendentemente dalle bandiere usate per condurla e va ripudiata, come il militarismo governativo, che ha riconfermato o promosso le missioni belliche.

Per questo, come tanti e tante in tutto il pianeta e in mille forme, ci prepariamo ad accogliere Bush come si accoglie un vero e proprio guerrafondaio.

Lo facciamo per i torturati di Guantanamo, per i bruciati vivi di Falluja, per i deportati, per quelli rinchiusi nei campi di concentramento in mezzo mondo. Ma lo facciamo anche per dire che esiste un'altra Italia.

Un'Italia che vive già in un altro mondo possibile e concreto. E' quella dei movimenti che si battono contro le basi militari, contro la devastazione ambientale, per i diritti sociali, contro i cpt. Che si batte contro la privatizzazione dell'acqua e la rapina dei beni comuni, contro le spese militari e il riarmo globale.

Il 9 giugno quindi è un giorno importante per la ripresa del cammino del movimento no war nel nostro paese.

Vogliamo il ritiro delle truppe italiane da tutti i fronti di guerra, Afghanistan in primis, la chiusura delle basi militari USA e NATO, la restituzione di quei luoghi alle popolazioni per usi civili, per giungere all'uscita dell'Italia dalle alleanze militari.

Esigiamo la rimozione dal territorio nazionale degli ordigni nucleari e delle armi di distruzione di massa.

Diciamo basta alle spese militari, rifiutando lo Scudo missilistico e i nuovi aerei da guerra, affinché le decine di miliardi di euro vengano usati per la scuola e la sanità pubblica, per i servizi sociali, per il miglioramento ambientale.

Pretendiamo che il governo Prodi ottenga l'immediata liberazione di Hanefi e restituisca ad Emergency il suo ruolo meritorio in Afghanistan.

Proponiamo che la mobilitazione del movimento no-war - che ha già tre tappe importanti: la manifestazione contro la progettata base militare per i nuovi cacciabombardieri a Cameri (Novara) il 19 maggio oltre alle iniziative previste ad Aviano e Sigonella; le Carovane contro la guerra, che arriveranno a Roma il 2 giugno per protestare contro la parata militare sui Fori Imperiali; la mobilitazione europea contro il G8 di Rostock-Heiligendamm - culmini il 9 giugno in una grande mobilitazione popolare a Roma che faccia sentire a Bush e Prodi l'avversione nei confronti delle guerre e delle corse agli armamenti, che DICHIARI IL PRESIDENTE USA OSPITE NON GRADITO e faccia sentire a Prodi il ripudio della guerra e del militarismo. Così come recita l'articolo 11 della Costituzione.

Ci uniamo alla popolazione di Vicenza per ribadire a Bush la più chiara determinazione e la più netta opposizione possibile alla costruzione della base Dal Molin.

Inoltre lanciamo fin da subito la campagna perché sia garantita la possibilità a tutti coloro che vorranno manifestare di raggiungere Roma in treno. Invitiamo tutti a Roma, il 18 maggio alle ore 17 presso l'Università di Roma Fac. di Lettere-La Sapienza per discutere di questo appello e preparare insieme la più grande mobilitazione possibile per una giornata NO BUSH-NO WAR

Adesioni: 9giugnonobush@libero.it



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 dalla Rete 28 aprile    - 19-05-2007
5 ELICOTTERI D'ATTACCO MANGUSTA 8 CARRI ARMATI DARDO 10 BLINDATI LINCE E ALTRI 145 UOMINI IN AFGHANISTAN OLTRE AI 2000 CHE GIA' CI SONO E QUESTA SAREBBE UNA MISSIONE DI PACE?

IL 9 GIUGNO IL PRESIDENTE BUSH VIENE A ROMA, ACCOGLIAMOLO CON UNA GRANDE MANIFESTAZIONE CONTRO LA GUERRA E CONTRO LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLA GUERRA.

NO ALLE GUERRE DI BUSH, VIA LE TRUPPE ITALIANE DALL'AFHANISTAN E DA OGNI
TEATRO DI GUERRA.

RETE 28 APRILE

 Da information Guerrilla    - 24-05-2007
di Sergio Cararo*

Sabato 9 giugno a Roma è stata convocata da un'ampia coalizione di reti, associazioni, sindacati di base, forze politiche una manifestazione nazionale contro la visita di Bush in Italia e l'interventismo militare del governo Prodi.

La piattaforma condivisa che convoca questa manifestazione ha chiarito molto bene che il problema centrale rimane la strategia degli Stati Uniti nelle relazioni internazionali e non solo le iniziative di una amministrazione Bush oggi ridotta nella condizione dell'anatra zoppa a seguito dei sanguinosi insuccessi ottenuti nella guerra.

Non è un dettaglio perché alimentare l'idea che un cambio della guardia nell'establishment USA possa invertire la tendenza, rischia di rinnovare una illusione sistematicamente smentita dalla realtà. E' sufficiente rammentare che i brutali interventi militari in Somalia e Jugoslavia, l'incrudimento dell'embargo e dei bombardamenti sull'Iraq, il Silk Road Strategy Act sulla conquista dell'Asia Centrale, le leggi Torricelli e Helms-Burton contro Cuba, sono state realizzate negli otto anni dell'amministrazione Clinton.

Bush viene in Italia e non viene per turismo. Viene per incontrare le autorità politiche e probabilmente il Papa. L'agenda delle relazioni tra l'amministrazione USA e il governo Prodi presenta alcuni punti di frizione ma è largamente condivisa in molti punti significativi.

Il governo italiano condivide infatti con gli USA le responsabilità politiche e militari dell'intervento in Afghanistan, condivide l'adesione allo Scudo missilistico in Europa (con un memorandum firmato in segreto dal governo italiano), condivide la cessione di territorio su cui far costruire una nuova base militare USA a Vicenza e nuove strutture a Sigonella e Camp Darby, condivide la cooperazione militare con Israele e l'embargo contro i palestinesi, condivide la decisione di assemblare (e pagare profumatamente) gli F 35 a Cameri, condivide gli ostacoli frapposti alla magistratura nei processi sull'omicidio Calipari e sul sequestro di Abu Omar.

Non possiamo più negare che l'attuale esecutivo - così come gli USA o altri governi europei - abbia maturato la convinzione che l'economia di guerra sia un aspetto rilevante dei propri orientamenti strategici. Lo rivelano l'aumento delle spese militari, il sostegno al rafforzamento di un complesso militare-industriale italiano ed europeo, l'incentivazione all'interventismo militare all'estero (dal Kosovo all'Afghanistan, dal Libano Gaza) sulla base di un peace-keeping di terza generazione che in nulla somiglia a quello tradizionale delle Nazioni Unite.

La manifestazione del 9 giugno contro la visita di Bush è dunque anche una manifestazione che denuncia queste responsabilità del governo Prodi nelle scelte di politica militare ed internazionale.

A questa iniziativa se ne contrappone un'altra convocata dalla sinistra di governo e da alcune associazioni ad essa collaterali.

In questi giorni è stato lanciato un appello di personalità che chiedono di unificare le due manifestazioni eliminando ogni accenno alle responsabilità del governo italiano nelle scelte di guerra e indicando solo in Bush "il nemico dell'umanità".

Intendiamo rispondere ai firmatari di questo appello, a persone che conosciamo in larga parte e con i quali abbiamo condiviso molti tratti di strada e molte iniziative in questi anni.

Vogliamo dire che non possiamo condividere il loro appello perché è ormai dal luglio del 2006 che con molti dei firmatari le strade si sono divise e che il movimento No War (o parte di esso) è stato costretto da solo in tutti questi mesi a dare continuità agli obiettivi e alle battaglie condivise fino. al luglio 2006.

Lo ha fatto a luglio mentre in Parlamento si votava a favore del mantenimento della missione militare in Afghanistan e poi mentre Israele bombardava il Libano, lo ha fatto a settembre segnalando perplessità e contrarietà sulla nuova missione militare italiana in Libano, lo ha fatto a Novembre sulla Palestina (anche lì dividendosi sui contenuti in due piazze diverse e distinte), lo ha fatto a febbraio a Vicenza, lo ha fatto a marzo con la manifestazione del 19 e con i presidi sotto il Senato mentre nelle aule parlamentari si votava nuovamente a favore della missione militare in Afghanistan. Lo farà anche a giugno perché gli elicotteri Mangusta, i carri armati e nuovi soldati vengono inviati in Afghanistan nonostante ad aprile molti avessero dichiarato che non avrebbero mai accettato l'invio dei Mangusta, di altri soldati e armamenti nel mattatoio afgano.

Il 9 giugno a Roma ci saranno due manifestazioni perché questa realtà è il risultato dei fatti concreti sopraelencati. Ci sarà un corteo che attraverserà la capitale numeroso, partecipato, pacifico e animato da quelli che in questi dieci mesi non hanno rinunciato a contenuti e iniziative contro la guerra e ci sarà una piazza tematica animata dai partiti e dalle associazioni che tuttora sostengono e collaborano con il governo Prodi e le sue scelte concrete.

Se veramente abbiamo gli stessi obiettivi, come sostiene l'appello ad una manifestazione unitaria, non c'è alcun problema, la manifestazione del 9 giugno che partirà da Piazza della Repubblica, ha già i contenuti adeguati per accogliere unitariamente coloro che si battono contro la guerra .senza se e senza ma.

Se così non è vuol dire che marceremo divisi il 9 giugno ma restiamo disponibili a iniziative unitarie in futuro, ma oggi non si può chiedere ai movimenti No War né a nessun altro di "non disturbare il manovratore", è tempo che si abbia finalmente rispetto dell'autonomia dei movimenti dalle contingenze della "politica". Sarebbe gravissimo se il 9 giugno venisse assicurata l'agibilità politica della piazza di Roma solo alle forze della sinistra di governo e negata ai movimenti come indicano alcuni segnali in questi giorni. Speriamo che di questo i firmatari dell'appello siano pienamente consapevoli.


* Rete dei Comunisti - www.contropiano.org


UNITA' FITTIZIE E UNITA' REALI. NEL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA SENZA SE E SENZA MA
di Nella Ginatempo

L'appello all'unità per la manifestazione contro Bush del prossimo 9 giugno, promosso da alcuni parlamentari dell'area di sinistra, è irrealistico e fa confusione. Non si vuole prendere coscienza del fatto che il voto in Parlamento a favore della guerra (reiterato sulle truppe in Afghanistan, sulle spese militari e su tutte le questioni del riarmo e della politica estera) ha spaccato il movimento su un fronte inconciliabile: da un lato chi giustifica e copre la guerra multilaterale e umanitaria, dall'altro il movimento controlaguerra senza se e senza ma. Oggi non ci basta dire No alla guerra unilaterale di Bush (che peraltro viene accolto in pompa magna dal governo di cui i promotori del presidio di Piazza del Popolo fanno parte), perchè l'Italia è complice della guerra multilaterale, in Afghanistan con le stragi di civili targate NATO e su tutti i fronti di guerra, compreso il fronte interno delle basi militari, del riarmo, degli F35, di Vicenza, dello scudo spaziale. La complicità dell'Italia nella guerra globale è il tema della manifestazione, inscindibile dalla protesta contro Bush, per cui abbiamo lanciato l'appello Nobush Nowar per il 9 giugno per un corteo di tutto il popolo della pace.
Separandosi da questa linea politica, alcune associazioni con rifondazione comunista hanno indetto un presidio che si limita a protestare contro Bush ma accetta la linea di guerra del governo. Anche la scelta del presidio a piazza del Popolo dimostra che non si può unire chi contesta la guerra e i suoi fautori e chi invece ha votato la guerra e l'alleanza con Bush ( parte integrante della politica estera italiana).
La divisione nel movimento è autentica e politica tra chi si oppone alla guerra e chi la copre e la giustifica, magari facendo ricorso a improbabili coperture dell'ONU o della NATO.
Per il movimento che il 17 febbraio ha detto NO alla nuova base di Vicenza, che in tutti questi anni ha protestato contro tutte le forme della guerra, dall'Iraq, all'Afghanistan , alla Palestina, che fin da Genova 2001 ha detto NO ALLA GUERRA SENZA SE E SENZA MA, la vera manifestazione è il corteo lanciato dall'appello NOBUSH NOWAR DAY e promosso dall'Assemblea Nazionale di Roma svoltasi a Lettere il 18 maggio con più di 400 partecipanti in rappresentanza di numerosissime associazioni di movimento.
Il popolo NOWAR protesterà in un grande e pacifico corteo di massa - come a Vicenza il 17 febbraio - insieme a tutti e tutte coloro che vogliono rompere la complicità col governo di guerra degli USA e non vogliono più dare copertura alla politica di guerra del governo italiano ed alla insopportabile menzogna delle missioni di pace.

UNITARI SEMPRE MA SUI CONTENUTI
di Salvatore Cannavò

Com'era prevedibile la visita di Bush a Roma il prossimo 9 giugno è già un fatto politico di prima grandezza. Prevedibile perché siamo dentro le coordinate della guerra globale preventiva e permanente che, non solo non è finita, ma rischia di allargarsi a macchia d'olio come mostrano le vicende del Libano (in cui l'Italia è pienamente invischiata), la tensione costante con l'Iran, le nuove manovre africane attorno a Somalia e Sudan. E' con gli occhi rivolti a questo scenario devastante e devastato che Bush chiede di "dare di più" agli alleati, compresa l'Italia. Questo è il contesto in cui avviene il viaggio che tocca da vicino il ruolo e la politica concreta del nostro paese e del governo Prodi.
Essendo tra quelli che hanno votato contro il rifinanziamento delle missioni militari all'estero, continuo a pensare che l'unico modo di contrastare la guerra e la sua logica sia quello di tirarsene fuori. Al di là delle polemiche e delle dichiarazioni contrastanti, il governo italiano, a cominciare dal suo ministro degli Esteri, ha invece finora dato pieno sostegno alla guerra in Afghanistan, aumentando recentemente il proprio dispositivo, ha dato il via libera allo scudo missilistico, ha dato il consenso al raddoppio della base di Vicenza, ha aumentato le commesse militari del 125%, ha mollato Emergency.
Il movimento pacifista arriva all'appuntamento diviso. Ce ne doliamo perché abbiamo alle spalle una storia intrisa di "unità e radicalità" che purtroppo oggi viene meno. Non viene meno per ragioni estetiche o di pratiche di mobilitazione - la "piazza" contro il "corteo" - ma per ragioni eminentemente politiche. L'unità infatti non è una formula astratta ma radica le sue ragioni dentro dei contenuti. A Genova abbiamo manifestato in tanti e in forme diverse riconoscendosi gli uni con gli altri ma c'era un collante politico significativo, un'unità del progetto e dell'azione. Il 9 giugno alcune forze hanno fatto della difesa del governo, o meglio delle sue politiche, un elemento ostativo dell'unità di percorso. Come Sinistra Critica abbiamo provato a discutere attorno ai contenuti senza pregiudiziali ma il nostro intento è stato cortesemente accantonato.
La richiesta di mobilitazione unitaria che ora viene da personalità importanti della sinistra italiana, in sé condivisibile, non può fare finta di non guardare al merito e al contenuto della giornata. Il no alla guerra, "senza se e senza ma" è tale appunto perché non si fa offuscare dalla presenza di questo o quel governo. Chiediamo a tutti coloro che manifesteranno il 9 a dire cosa non va della piattaforma che abbiamo discusso in una pubblica assemblea venerdì scorso e che indice il corteo di piazza della Repubblica. Crediamo che sul merito delle rivendicazioni non ci sia alcuna discontinuità e alcuna forzatura rispetto al percorso che tutti insieme abbiamo seguito negli ultimi cinque anni. Solo che a sentire parlare di responsabilità governative alcuni si tirano indietro. Ce ne dispiace.
Non per questo pensiamo che si debba manifestare piazza contro piazza. Noi invitiamo alla più ampia partecipazione a un corteo che vogliamo popolare, di massa, tranquillo e festoso. Nessuna nostalgia per contrapposizioni ma anche nessuna intenzione di accettare quello che ai governi di centrodestra non è stato consentito: blindare Roma ed emettere divieti. Abbiamo attraversato il centro della città con il governo Berlusconi; voglio pensare che il governo Prodi, e la sua maggioranza, non saranno da meno.


 Un altro mondo onlus    - 26-05-2007
Il presidente Usa, George Bush verrà in Italia il 9 giugno, su invito del governo Prodi per ribadire in questo modo la convinta alleanza militare e politica dell'Italia con gli Stati Uniti. Oggi il presidente Bush ha contro la maggioranza del popolo degli Stati Uniti ma mantiene l'appoggio delle lobbies militari, petrolifere e dell'industria delle armi. Bush è l'estremo interprete della volontà di egemonia mondiale delle classi dominanti statunitensi, volontà che porta da decenni gli USA, indipendentemente dall'alternanza dei governi, ad intervenire militarmente ovunque, con truppe, colpi di stato, stragi e attentati.

Questa volontà di dominio, che fa della guerra una vera e propria strategia politica con la capacità di esportare conflitti dall'Africa all'Asia, dall'America latina alla stessa Europa, produce sudditanza politica e culturale.

In Italia la destra considera Bush il proprio punto di riferimento ma anche il governo Prodi, eletto grazie ai voti del movimento no-war "senza se e senza ma", è orgoglioso dell'alleanza con tale amministrazione e si prepara a ricevere in pompa magna il presidente Usa a Roma.

Questa subordinazione caratterizza anche l'organica politica di intervento militare che il governo Prodi sta praticando, sia pure nella versione "multilaterale" , cioè "concertata" con le altre potenze. Un'internità alla logica della guerra che spinge a mantenere le truppe in Afghanistan, che ha aumentato vistosamente le spese militari (+13% nella Finanziaria) , che vuole imporre a popolazioni unite nell'opposizione, nuove basi militari come a Vicenza (ma anche a Cameri e in altri luoghi in via di ampliamento) , che partecipa alla costruzione di micidiali armi come l'aereo da guerra F35 o lo Scudo missilistico, e conserva le bombe atomiche disseminate nel nostro territorio, come a Ghedi e Aviano.

E' questa subordinazione, politica e culturale, che ha abbandonato una delle esperienza più limpide del pacifismo italiano, quella di Emergency, tradita e sacrificata al governo Kharzai e ai suoi servizi segreti che detengono illecitamente Rahmatullah Hanefi.
Ma la guerra è guerra indipendentemente dalle bandiere usate per condurla e va ripudiata, come il militarismo governativo, che ha riconfermato o promosso le missioni belliche.

Per questo, come tanti e tante in tutto il pianeta e in mille forme, ci prepariamo ad accogliere Bush come si accoglie un vero e proprio guerrafondaio.
Lo facciamo per i torturati di Guantanamo, per i bruciati vivi di Falluja, per i deportati, per quelli rinchiusi nei campi di concentramento in mezzo mondo. Ma lo facciamo anche per dire che esiste un'altra Italia.

Un'Italia che vive già in un altro mondo possibile e concreto. E' quella dei movimenti che si battono contro le basi militari, contro la devastazione ambientale, per i diritti sociali, contro i cpt. Che si batte contro la privatizzazione dell'acqua e la rapina dei beni comuni, contro le spese militari e il riarmo globale.

Il 9 giugno quindi è un giorno importante per la ripresa del cammino del movimento no war nel nostro paese.

Vogliamo il ritiro delle truppe italiane da tutti i fronti di guerra, Afghanistan in primis, la chiusura delle basi militari USA e NATO, la restituzione di quei luoghi alle popolazioni per usi civili, per giungere all'uscita dell'Italia dalle alleanze militari.

Esigiamo la rimozione dal territorio nazionale degli ordigni nucleari e delle armi di distruzione di massa.
Diciamo basta alle spese militari, rifiutando lo Scudo missilistico e i nuovi aerei da guerra, affinché le decine di miliardi di euro vengano usati per la scuola e la sanità pubblica, per i servizi sociali, per il miglioramento ambientale.

Pretendiamo che il governo Prodi ottenga l'immediata liberazione di Hanefi e restituisca ad Emergency il suo ruolo meritorio in Afghanistan.

Proponiamo che la mobilitazione del movimento no-war - che ha già tre tappe importanti: la manifestazione contro la progettata base militare per i nuovi cacciabombardieri a Cameri (Novara) il 19 maggio oltre alle iniziative previste ad Aviano e Sigonella; le Carovane contro la guerra, che arriveranno a Roma il 2 giugno per protestare contro la parata militare sui Fori Imperiali; la mobilitazione europea contro il G8 di Rostock-Heiligendam m - culmini il 9 giugno in una grande mobilitazione popolare a Roma che faccia sentire a Bush e Prodi l'avversione nei confronti delle guerre e delle corse agli armamenti, che DICHIARI IL PRESIDENTE USA OSPITE NON GRADITO e faccia sentire a Prodi il ripudio della guerra e del militarismo. Così come recita l'articolo 11 della Costituzione.

Ci uniamo alla popolazione di Vicenza per ribadire a Bush la più chiara determinazione e la più netta opposizione possibile alla costruzione della base Dal Molin.

Inoltre lanciamo fin da subito la campagna perché sia garantita la possibilità a tutti coloro che vorranno manifestare di raggiungere Roma in treno. Invitiamo tutti a Roma, il 18 maggio alle ore 17 presso l'Università di Roma Fac. di Lettere-La Sapienza per discutere di questo appello e preparare insieme la più grande mobilitazione possibile per una giornata NO BUSH-NO WAR



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