25 aprile. Non si fucila un'idea
Giuseppe Aragno - 25-04-2007
Dallo Speciale Il tempo e la storia



La prima, grande unità partigiana croata che operò in Istria contro i nostri "bravi ragazzi" in divisa nacque nell'estate del 1942 e arruolò anche alcuni lavoratori italiani per i quali la speranza di costruire un mondo migliore aveva un valore ben più alto della "patria" fascista e di ricorrenti deliri sulla "civiltà da esportare". Nata per sconfiggere il fascismo, la brigata si scelse il nome d'un giovane antifascista giustiziato: Vladimir Gortan, educato a un comunismo ancora sensibile alla prima tradizione internazionalista, fondata su sperimentati e solidi rapporti tra diverse identità etniche.
Contadino, Gortan aveva appena quindici anni quando a Pisino, suo paese natale, nel 1919, conobbe le prime minacce dei giovani fascisti: "A Pola xe l'Arena, la Foiba xe a Pisin che buta zo in quel fondo chi ga certo morbin" (1). Era l'annuncio della politica razzista posta in essere poi dall'Italia di Mussolini contro gli sloveni e della durissima repressione che colpì socialisti, comunisti e anarchici nelle realtà industriali di Trieste, Fiume, Monfalcone e Pola.
A venticinque anni, nel 1929, il giovane istriano ha già alle spalle l'esperienza drammatica di una intera generazione di slavi di fronte alla quale il fascismo si è assunto la responsabilità di un comportamento destinato a produrre una tragedia. Egli sa bene che la sola via possibile per liberarsi del regime passa per una lotta senza quartiere. Una lotta nata dall'odio che, tuttavia, ha condotto il giovane contadino al sogno del comunismo internazionalista e alla speranza del riscatto sociale.
E' lui, Vladimir Gortan, che al termine di una serie di riunioni con alcuni compagni, organizza un'azione armata che, il 24 marzo 1929, nella contrada di Monte Cosmus, tra Villa Treviso e Villa Padova, nel territorio di Pisino, intende impedire il "normale" svolgimento di elezioni alle quali gli slavi sono condotti dai fascisti inquadrati in colonna. In tasca ha due pistole e ai compagni che lo seguono ha procurato due moschetti e un pugno di cartucce. Per i fascisti sono naturalmente "individui di sentimenti slavi e ostili agli italiani", ma è chiaro che, invertiti i ruoli, sarebbero eroici patrioti. Appostati in un bosco ai piedi del monte, gli uomini armati si dividono in due gruppi e attendono la colonna in due luoghi diversi. Gortan è solo, racconta a distanza di anni la sentenza del Tribunale Speciale fascista, lontano dai compagni e deciso a uccidere. Il giovane invece sostiene che sia lui che i compagni non si proponevano "di uccidere gli elettori, ma di spaventarli per impedire che vadano a votare". Si fa fuoco, qualcuno sbaglia mira e uno degli slavi è ucciso.
Vladimir Gortan - sono sempre i giudici a raccontare - "arrestato in treno il 28 marzo [...] mentre stava per rifugiarsi in Jugoslavia", è "trovato in possesso di documenti che dimostrano la sua qualità di emissario delle Associazioni irredentiste di oltre confine. La credenziale trovata addosso attesta ufficialmente [...] che è di nazionalità jugoslava e politicamente molto ben conosciuto". Comparso davanti al Tribunale Speciale con quattro compagni, sarà processato due volte, ma nessuno si curerà di capire chi dei cinque abbia tirato il colpo mortale e nessuno dei giudici prenderà in considerazione l'involontarietà del tragico epilogo dell'azione dimostrativa. Se avessero veramente voluto uccidere, i cinque imputati avrebbero fatto una strage, ma questo non interessa a nessuno. Per i giudici "la responsabilità del delitto del 24 marzo è dell'imputato Gortan Vladimir, l'emissario delle associazioni terroristiche di lotte confine, l'organizzatore ed il capobanda della brigantesca impresa, colui che diede le istruzioni e fornì le armi e le munizioni". La condanna è già decisa e la corte, "ritenuto infine che un estratto della [...] sentenza di morte, con la menzione dell'avvenuta esecuzione, deve essere affisso in tutti i Comuni del Regno [...] condanna Gortan Vladimiro, quale capobanda terrorista, alla pena di morte mediante fucilazione nella schiena".
Alle 5,30 del giorno successivo, il 17 ottobre del 1929, a "Pola, in località sud-ovest del poligono della Regia Marina", Gortan muove i suoi ultimi passi e si siede di spalle al plotone. Sono presenti, Don Bartolomeo Grosso, cappellano della Milizia, Omero Mandruzzi, centurione medico, il maggiore dei carabinieri Roberto Marino, capo dell'Ufficio di polizia Giudiziaria presso il Tribunale Speciale e Giusepe de Turris, il console Comandante della LX Legione della Milizia, che è schierata introno all'imputato. Alle 5,40 l'ordine di far fuoco.
Un prigioniero di può uccidere, ma le idee non si fucilano. Sarà anche in nome di Vladimir Gortan che i partigiani slavi e italiani, comunisti, socialisti, anarchici, azionisti e cattolici, liquideranno i conti militari con l'ultimo fascismo, il più miserabile di tutti, quello che si è reso complice delle nefandezze naziste, dei crimini cetnici, delle atrocità degli ustascia e nulla ha imparato da nessuno in tema di sadismo.
A ciò che è stato poi, alla sorte dei popoli stritolati nella morsa degli imperialismi, all'inevitabile risorgere di antiche rivalità nazionaliste, i combattenti della guerra di liberazione furono estranei. In quanto a Vladimir Gortan, la vita non avrebbe potuto restituirgliela ormai nessuno. Vivevano ancora i suoi quattro compagni. Il 3 ottobre del 1960 il Tribunale militare di Roma si degnò di concedere loro l'amnistia, «dichiarando estinto il diritto dell'erario al recupero delle spese di giustizia». Erano usciti di prigione nell'estate del 1938, grazie a un condono condizionale della pena (2).
Ai fascisti che li avevano condannati nessuno probabilmente aveva torto un capello e in ogni caso ognuno raccoglie ciò che semina. I fascisti se la cavarono così bene, da poter condurre indisturbati per decenni la loro polemica astiosa e menzognera contro la Resistenza, sicché oggi la Costituzione è sotto tiro. Ludovico Geymonat, partigiano e filosofo, vide lontano quando, in tempi tutto sommato non sospetti, osservò con amarezza che dopo la guerra di Liberazione, le strutture del Paese erano rimaste nella sostanza quelle di una società poco democratica, dalla quale era nata l'Italia fascista e totalitaria (3). Chiunque abbia occhi per vedere e voglia di usarli, può rendersene conto. Ed è vero, lo confermo: non si fucila un'idea. Si può tradirla. Ed è quello che sta accade da tempo sotto i nostri.


(1) "A Pola c'è l'Arena, a Pisino c'è la foiba: in quell'abisso vien buttato chi ha certi pruriti." Canto dei fascisti di Pisino. I fascisti utilizzarono le foibe per farvi sparire avversari politici slavi e italiani. Lo ricorda, vantandosene, lo squadrista istriano Giorgio Alberto Chiurco, nella sua Storia della rivoluzione fascista, Vallecchi, Firenze, 1929. Una conferma dei crimini fascisti è in Giacomo Scotti, Foibe e foibe, "Il Ponte della Lombardia" n. 2, febbraio/marzo 1997: Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste : come si crea una mistificazione storica: dalla propaganda nazifascista attraverso la guerra fredda fino al neoirredentismo, Kapa Vu, Udin, 1997;
(2) Le notizie su Vladimiro Gortan sono in Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Decisioni emesse nel 1929, Roma 1893, Reg. Gen, n. 78/1929, sentenze n.. 53 e 36, pp. 311-322.
(3) Ludovico Geymonat, La società come milizia, a cura di Fabio Minazzi, Marcos y Marco, Milano 1989, p. 83.


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 Ferdinando Simone    - 01-05-2007
Basta guardare la scuola per valutare quale tradimento si è consumato.