Dalmazia italiana: insegnare o imparare?
Giuseppe Aragno - 04-04-2007
Dallo Speciale Il tempo e la storia



Appare sempre più chiaro. L'uso pubblico della storia riaccende le ostilità e i rancori d'una stagione politica che sembrava conclusa e, alla resa dei conti, la memoria e il ricordo trasmettono ai nostri ragazzi il veleno dell'odio.
Le parole che seguono non nascono per caso: la risposta a chi da qualche tempo ci toglie la parola, levando in alto i labari fiumani, va affidata al rigore della ricerca e ad una scuola dello Stato che torni ad essere naturale cerniera tra scienza e conoscenza.
La contestazione - la mia generazione lo ricorda bene - può essere occasione preziosa per suscitare interessi e indurre al confronto. Da studioso, ho avviato perciò una ricerca e la sorte mi è stata amica: credo di aver qualcosa di nuovo da raccontare e sono più sicuro di quello che dico. Il mio mestiere è insegnare, ma si insegna solo se si continua a imparare.
Quella che vi racconto è la vicenda di un'associazione, nata dalla "Dante Alighieri" e intimamente legata alla "Associazione Nazionale Volontari di guerra": la "Pro Dalmazia", costituitasi legalmente in Italia nel 1919, quando il primo conflitto mondiale ha spento nel sangue i miti della "Belle époque" e al tavolo della pace la nostra diplomazia è paralizzata dalle sue contraddizioni. Ne è l'anima la "nota" Irma Melany Scodnik, suffragetta nelle battaglie femministe, che ha ereditato dal cognato, Matteo Renato Imbriani, l'ormai tarda visione di un irredentismo che, dopo essersi presentato come figlio della tradizione garibaldina e mazziniana, ha perso l'iniziale carattere di lotta per la creazione di una nuova identità nazionale, ed è scivolato nei meandri dell'etica e nell'ambiguo patriottismo di Giovanni Bovio. Com'è naturale, essa rivendica l'italianità della Dalmazia, raccoglie gente di nome - ha tra i soci Armando Diaz, un principe d'Aragona, il principe Colonna di Cesarò, Eugenio Cosleschi, stretto collaboratore di D'Annunzio a Fiume - e per un po' vivacchia tra sussulti di orgoglio nazionale, commemorazioni del "fatidico 24 maggio", di Foscolo e di Lissa e interpreta, tra i primi, truci bagliori del nascente squadrismo, i "voti dei connazionali tutti di Zara e di Fiume". Giungono così, consacrazione ufficiale, mentre il paese è ormai in mano fascista, i "sovrani ringraziamenti per l'opera svolta".
In un Paese giunto buon ultimo nella gara violentissima tra gli imperialismi, il fuoco della retorica dannunziana e l'esasperato nazionalismo fascista, sensibile alle cupe tentazioni del razzismo, formano così il crogiuolo nel quale nasce, col ferro e col fuoco, la tragedia del "confine orientale", le cui terre, con arroganza pari solo alla rozzezza, sono state ribattezzate col nome di "Venezia Giulia". Una tragedia destinata a condurre fatalmente alle "foibe".
Come in buona parte d'Italia, la "Pro Dalmazia" ha una sezione anche a Napoli, nella città fascista di Michele Castelli, ministro plenipotenziario a Fiume nel 1922 e poi Alto Commissario imposto dal regime, e di manganellatori del calibro di Aurelio Padovani. A fare il bello e il cattivo tempo nella sezione napoletana dell'associazione è ormai il regime, che vi ha inserito i suoi immancabili squadristi "antemarcia": Giovanni Maresca di Serracapriola, che sarà poi convinto sostenitore dell'universalità delle Corporazioni, Raffaele Pescione, fortemente legato a Padovani e Francesco Picone, futuro Federale della città. Basta guardarci dentro, ed eccoli all'opera, mentre "suggellano l'amore di Napoli per Fiume", tumulando in città, nel recinto degli "uomini illustri" i resti mortali d'una sventurata dodicenne fiumana o fanno circolare - è la "Dante Alighieri" che diffonde in Italia il volantino - il "commosso saluto di Caleo da Spoleto, un "goliardo dalmata oppresso che urla ai camerati: "Memento Dalmatiae" e, intonando un suo inno rabbioso - Quando saremo a Spalato - scrive con un odio che impressiona: "Ringhio! Ed il ringhiar mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle Mura di Spoleto romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d'Italia". L'originaria impostazione irredentista e tardo risorgimentale della "Pro Dalmazia" è ormai svanita nelle spire della violenza squadrista e l'associazione non punta solo, come pure dichiara nel programma, alla "difesa dell'italianità in Dalmazia, ma intende imporre, in nome dell'antica prepotenza romana, una pretesa superiorità etnica, che precede di molto - e in qualche modo annunzia - la vergogna delle leggi razziali.
E' un crescendo che non lascia spazio a dubbi. Per l'anniversario della "Marcia di Ronchi", nel 1926, si recitano i "Canti di Guerra" di Michele Novelli e si riesuma Odoacre Caterini con le sue "Visioni Dalmate", la "latinità del sangue" e una Dalmazia che le "le aspre cime dei monti Velebiti e dei rupestri contrafforti delle Dinariche [...] nettamente tagliano e dividono e staccano come un severo, inappellabile decreto di separazione etnica dalle retrostanti, turbolente terre balcaniche". Una "separazione" che va difesa ad ogni costo; la sorte di chi si oppone, di chi rivendica le proprie radici e rifiuta la snazionalizzazione ce la raccontano i comunicati della "Stefani", che scrive gelida e professionale: "questa mattina ore sei nelle prossimità di Pola è stata eseguita mediante fucilazione nella schiena la sentenza di condanna a morte emessa dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a carico capo banda terrorista Vladimiro Gortan"; una sorte segnata.
Mussolini, però, ancora non è pago. Il 4 novembre 1928, la "Pro Dalmazia" è assorbita nel "Comitato d'azione Dalmatica", sorto "allo scopo di uniformare alle direttive del Regime e di rendere sempre più efficace ed omogenea l'azione per la difesa dell'italianità e dei diritti d'Italia nella Dalmazia". Tra il 1929 e il 1930, mentre si moltiplicano le commemorazioni di "Tommaso Gulli ed Aldo Rossi uccisi a Spalato il giorno 11 luglio 1920" e nelle città italiane compaiono "striscioline di carta con la scritta dattilografata Dalmazia o morte", la nuova associazione, che ha sede a Milano, finisce sotto il totale controllo del regime, che affida a Eugenio Coselschi la direzione di un organo settimanale nazionale, "Volontà d'Italia", di ispirazione imperialista e assorbe nella "Pro Dalmazia" i militanti di tutte le associazioni consimili, sciolte dai prefetti per espressa volontà del duce.
E' così che il nuovo organismo alza il tiro e intreccia il suo percorso, sia pure in maniera prudente e non ufficiale, con l'eugenica e una più aperta ed esplicita impostazione razzista della cosiddetta difesa dell'italianità. Tramite dell'operazione, che rimane ovviamente marginale, è l'avvocato Alfredo Vittorio Russo, ex liberaldemocratico e sindaco di Napoli nel 1920, che ha lungamente esitato tra la collaborazione con Mussolini e l'adesione all'opposizione costituzionale, guidata nel 1924 da Giovanni Amendola, ma infine, benché fortemente osteggiato dai fascisti napoletani che non dimenticano, è passato tra i simpatizzanti del regime e si è messo a studiare l'eugenica. E' su questo tema che egli offre al "Comitato d'Azione per la Dalmazia" il suo contributo, intervenendo a sostegno delle tesi del "complesso problema demografico, come [...] posto da Benito Mussolini". Il suo contributo ha una duplice chiave di lettura: quella del "razzismo esterno", nei confronti delle altre etnie - il "pericolo giallo" - e quello di un "razzismo interno", inteso come "selezione della razza" e volto a impedire che la riproduzione umana tenda "sempre più a incombere sulle classi inferiori, ossia sui più deboli, con progressivo ed evidente deterioramento della specie". Contro i pericoli che vengono dall'esterno, contro "il rapido aumento della razza slava" e "la predominanza quantitativa dei popoli di colore", egli ricorda che tra gli scienziati c'è chi si è spinto "al punto da rimproverare, quasi, ai bianchi la diffusione, da essi operata, delle norme igieniche nell'Asia e nell'Africa". Di fatto, però, egli osserva, il problema reale è quello della "quantità e qualità" della razza. Nessuno, infatti, "potrà mai sostenere che la quantità in tema di popolazione, possa sostituire la qualità. La necessità che si impone, quindi, è quella di combattere la "degenerazione umana" e, "tra le diverse provvidenze", due, apprese dal noto psichiatra Leonardo Bianchi, gli appaiono essenziali: "educare in istituti speciali ben per tempo i fanciulli anormali [...] malati e tarati" e " vietare in qualunque modo il matrimonio di persone malate che presentino decise stimmate fisiche e morali della degenerazione umana. Lo spirito umanitario, l'amore, la pietà familiare devono piegare innanzi all'ineluttabile veto di questa legge. [...]. Gli interessi delle nazioni esigono una prole sana".
Non siamo ad una organica dottrina della razza, ma nelle parole del Russo, ben prima che il nazismo metta in campo la sua feroce pazzia, ci sono i caratteri specifici della psuedo scientificità di una teoria razzista.
E' in questo clima culturale, e su questa base mai apertamente dichiarata, che si va formando la gioventù italiana sin dalla metà degli anni Venti. Un clima in cui, mentre cresce e si diffonde il culto della personalità del duce, "assertore magnifico del diritto e della civiltà della romanità e del Fascismo, egida vigoroso della nuova Italia", si tiene desta una rivalità che ha le tinte fosche dell'odio contro quella che - cito testualmente da documenti reperiti in archivio - è "la canaglia jugoslava". Non altrimenti si spiegano, se non con l'odio alimentato ad arte dalla propaganda del regime, le parole che Antonio Amato, un semplice capobarca in servizio ai motoscafi del Genio Civile scrive all'Alto Commissario Baratono nel dicembre del 1932: "Dica al Duce, Eccellenza, che gli azzurri del Battaglione di Napoli attendono frementi di sdegno un Suo comando, e quando la diana di guerra squillerà, dia a noi l'onore di piantare in quel sacro suolo profanato il tricolore d'Italia, [...] di versare fino all'ultima stilla di sangue".
Sono parole dietro le quali si cela la propaganda del regime che, avviandosi all'avventura coloniale, lavora ad una trasformazione profonda di ciò che resta della vecchia "Pro Dalmazia" e dei suoi Comitati, assorbiti, come annuncia la "Stefani" nell'ottobre del 1933, nei "Comitati d'azione per la Universalità di Roma". Un piano complesso, che Mussolini elabora personalmente con la collaborazione di Eugenio Conselschi, Maresca di Serracapriola, Pietro Castellino e Pannunzio, facendo sì che progressivamente i toni salgano e gli animi si accendano. Nel 1935, mentre Buffarini Guidi lavora perché in ogni città l'attività di tali Comitati divenga sempre più intensa, agevole e proficua, anche Ciano, Starace e i Principi di Piemonte sono coinvolti nelle manifestazioni promosse dal Comitato e, poco prima della guerra d'Etiopia, entrano in gioco persino Bruno e Vittorio Mussolini, che la sezione napoletana dell'associazione Volontari di guerra e azzurri di Dalmazia [...] saluta vibrante di entusiasmo [...] iscrivendoli soci onorari nostro sodalizio". Il duce se ne compiace e, in un crescendo di entusiasmo dai toni velatamente razzisti, Maresca di Serracapriola, membro di del Consiglio centrale dei "Comitati d'azione per la Universalità di Roma", può salutarlo come il "rinnovatore della stirpe". A scuola - si teorizza - "una cultura irredentista fra i giovani non solo servirà a conquistare le terre che sono nostre, ma sarà la più sicura garanzia di saperle tenere in seguito.
Si apre la stagione delle peggiori avventure e dei crimini di guerra quando, alla fine di settembre, Edgardo Borselli, console d'Albania, ad "una conferenza sul tema dell'Abissinia indetta dalla sezione di Napoli del Comitato per l'universalità di Roma" si intrattiene "sulla crisi economica del dopoguerra e sulle divisioni delle colonie tra gli stati belligeranti con la quasi totale esclusione dell'Italia". Quando il Berselli accenna "allo stato di barbarie dell'Etiopia" e agli orrori della mortalità specie infantile", gli aerei della nostra aviazione da guerra stanno già caricando spezzoni, gas e bombe incendiarie con cui si accingono a seppellire sotto in un diluvio di fuoco i poveri villaggi etiopi stretti nella morsa del terrore e nella disperazione.
E' l'inizio della fine. Hitler non ha ancora mostrato al mondo la cupa ferocia del nazionalsocialismo ma, in tema di razzismo e crimini di guerra, il fascismo e il militarismo italiani non hanno in verità nulla da apprendere.
interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Redazione    - 11-04-2007
Segnaliamo: Jasenovac, erano solo bambini: presentazione della mostra realizzata dal Museo delle vittime del genocidio di Belgrado e curata dall'Associazione Most za Beograd.
Napoli, 12 e 13 aprile 2007. QUI il manifesto dell'iniziativa.

 Alfonso Auriemma    - 15-04-2007
Quante cose non sappiamo. E quante cose non troviamo nei libri di storia! Ci sono ancora tanti libri in cui l'aggressione alla Jugoslavia diventa una semplice "guerra" e i morti africani nelle colonie devastate non ci sono mai stati.

 Fabio Mosca    - 27-05-2007
Mussolini il 10 giugno 1941 dichiarava che «la questione dalmata è finalmente risolta». Dichiarava che i Croati ed i Serbi sono «non nazionalità e se insistono a dichiarsi tali diverranno nemici e dovranno andarsene via". Ed iniziava ad inviare nei territori annessi numerosi Italiani per «rafforzare al massimo l'italianità di quelle terre»!
....La lingua italiana divenne lingua ufficiale, ed in diversi posti le camicie nere gettarono fuori dagli uffici pubblici chi osava parlare croato .

Per sostenre quest'azione si permise solo la stampa in lingua italiana, e si ostacolarono i giornali bilingui. A Spalato il giornale San Marco, dal dicembre 1941 divenne Il Popolo di Spalato, ed a Zara uscì II Giornale di Dalmazia. Entrambi i giornali furono spericolati sostenitori dell'italianità e del fascismo.
Seguirono le italianizzazioni dei toponimi delle città, dei paesi, delle vie, delle piazze, degli indicazioni stradali...
Poi toccò ai cognomi, che, nelle nuove carte d'identità obbligatorie per tutti i nuovi «italiani» annessi , vennero tradotti forzatamente in versione italianizzata.

Un'ordinanza di Bastianini del 19 luglio 1941 scioglieva tutte le associazioni, i circoli, gli organi di partito che non fossero organizzati dai fascisti. Vennero sciolti tutti i circoli culturali e sportivi croati, e le biblioteche popolari croate, le «citaonice», trasformate in circoli italiani.

Particolare attenzione venne dedicata nei dipartimenti annessi alle scuole croate. Per la durata di due anni esse divennero focolai di italianizzazione della gioventù
All'uopo si iniziò col licenziamento dei maestri ed insegnanti croati sostituiti nell'autunno 1941 con maestri ed insegnati provenienti dall'Italia, che vennero distribuiti in tutte le scuole elementari e medie.

Per assolvere questo compito, l'italianizzazione, a Roma venne istituito a metà 1941 un apposito Provveditorato per le Province Annesse col compito di diffondere la lingua e la cultura italiana in Dalmazia e nel Fiumano. Il governo istituì borse di studio per studenti scelti del luogo per proseguire gli studi superiori ed accademici in Italia, non per attendersi grandi risultati ma solo per vincere la resistenza dei genitori , degli studenti stessi e degli insegnati croati .

Eguale insucesso il fascismo lo ebbe col clero croato nel tentativo di farne un alleato nell'italianizzazione della gioventù.

Sulla via dell'italianizzazione si procedette ad introdurre nell'amministrazione pubblica quadri provenienti dall'Italia. Con appositi esami vennero scelti elementi con buona padronanza della lingua e di provata fede nel fascismo, per arrivare poi ad estendere questo metodo in tutti i posti di lavoro.

Dal marzo 1942 il governo Bastianini aveva già rimosso metà amministrazione, ed il processo continuò sino alla capitolazione dell'Italia.
Eguale zelo italianizzatore venne dedicato alle aziende private ed ai servizi pubblici. Tutto ciò anche alla scopo di attrarre dall'Italia disoccupati italiani e fascisti.
A quest'ultimo obbiettivo, posti di lavoro per fascisti, mirava il fascista istriano Italo Sauro che ottenne da Mussolini di poter gestire a Roma un Ufficio per i Territori Adriatici, avente il precipuo scopo di spezzare la resistenza al'italianizzazione e «l'eliminazione della slavitudine dai territori adriatici»
Cosicchè giunsero nei dipartimenti annessi molti Italiani del Regno cui vennero assicurati uno stipendio, un'alloggio ed un posto.
Questi sono gli Italiani che dopo la guerra optarono per l'Italia. Molti di loro furono i privilegiati portatori di italianità nelle terre croate annesse . Sono costoro che fondarono la GIL ed il Dopolavoro ed altre organizzazioni fasciste in Dalmazia.
Ma nemmeno essi raggiusero l' obbiettivo di italianizzare i Croati.
Allora si passò alla concessione della cittadinanza come strumento legislativo per mutare la composizione etnica. La cittadinanza veniva concessa dai prefetti, che la rifiutavano a coloro che malgrado tutto si dichiaravano ancora croati o serbi, e che divenivano così «ospiti indesiderati».
Infine soffiarono sul fuoco degli antichi contrasti fra serbi e croati.

La rivolta all'occupazione organizzata dai comunisti. dilagò fra i Croati: le Zone Prima e Seconda divennero i maggiori centri di resistenza all'occupazione fascista italiana dell'ex Jugoslavia e della NDH.

Il terrore. I crimini, ed i campi di concentramento divennero i principali mezzi dell'italianizzazione fascista dei dipartimenti croati annessi.
Le misure repressive divennero il metodo principale per stroncare la resistenza del popolo.
Vennero formate numerose squadraccie fasciste dotate di mezzi militari.
Ma nemmeno questo bastò.
Per combattere la ribellione venne da subito creato un Tribunale di Guerra della Seconda Armata con sede a Sušak. Il 22 luglio 1941, su ordine di Mussolini, una sua sezione staccata a Šibenik, la quale il 13 agosto 1941 sostituì, per ordine di Bastianini, i tribunali jugoslavi in tutte le loro competenze.
Già nell'agosto '41 vennero emesse le prime condanne a morte per sabotaggio.

Mussolini con decreto del 3 ottobre '41 ordinava che «coloro che attentano all'integrità dello Stato, oppure propagandano la lotta armata contro lo Stato debbono essere puniti con la morte». Bastianini, l'11 ottobre, istituiva il Tribunale Straordinario per la Dalmazia per criminali politici, appartenenti a formazioni partigiane , membri del partito comunista e tutti coloro che si oppongono allo stato esistente.
In un mese vennero condannate a morte 35 persone, mentre diverse decine a lunghi anni di carcere.
Nemmeno questo servì a stroncare la rivolta.
Allora il 24 ottobre Mussolini fece creare il Tribunale Speciale della Dalmazia con poteri maggiori di quello Straordinario.
Il lavoro di detto tribunale era veloce e senza formalità. Lo componevano ufficiali dell'esercito e della milizia fascista. Veniva accettato il principio della responsabilità collettiva, per cui potevano essere condannate persone che non avevano partecipato al fatto. Venne all'uopo evocata la «giustizia di Roma».
Questo tribunale giudicò migliaia di persone, delle quali centinaia vennero condannate a morte e altre a migliaia di anni di carcere.
Dai dati della Comissione di Stato per i crimini di guerra nella Jugoslavia risulta 5000 condannati dei quali 500 a morte, e gli altri all'internamento nei lagher, dove molti morirono, oltre a coloro che caddero in mano ai nazisti dopo la capitolazione dell'Italia nel '43.
Da un documento del consolato della NDH di Fiume, indirizzato al Ministero degli Esteri della NDH a Zagabria, del 20 dicembre '41, si apprende di quattro trasporti attraverso Fiume provenienti dalla Dalmazia e diretti verso l'interno dell'Italia, avvenuti dal 15 al 25 novembre '41, di circa 800 persone, tra le quali 60 donne e 40 bambini, ammanettati e legati con catene. Di loro si dice: « è triste vedere questa nostra gente ammanettata, legata con catene, andare verso l'incognito, sforzarsi di portare il loro bagaglio, coi visi sfatti dal dolore, trascinando le catene». Più oltre si legge : «gli italiani non sono intenzionati di smettere di arrestare e deportare in massa la nostra gente» .
Non ne avevano proprio l'intenzione.
I carabinieri di Milano il 24 novembre ricevevano da Spalato l'ordine di inviare altre catene per legare 3000 persone.
Il documento del Consolato NDH continua: «Le violenze sulla nostra gente nei dipartimenti annessi ultimamente sono particolarmente rilevanti a causa delle squadre della milizia fascista che circondano villaggi, bruciano case, prelevano vettovaglie, biancheria, preziosi, bestiame, sparano sulle botti di vino, e senza alcun motivo uccidono gente innocente».

Dal giugno '41, nell'isoletta di Ošljak, del comprensorio di Zara, gli Italiani organizzarono il primo lagher inviandovi i prigionieri di Sebenico e di Zara in attesa di essere trasportati in Italia. In questo cosidetto Lazzareto restarono gruppi di prigionieri sino alla capitolazione dell'Italia. Dal '42 i prigionieri di questo lagher vennero inviati in altri lagher prossim , particolarmente a Molat (Melada).

Ma anche tutte queste misure non servirono allo scopo di «italianizzare» la Dalmazia. Ne è prova la dichiarazione del prefetto di Spalato dr. P. Zerbino: «L'antipatia di questo popolo verso l'Italia , e in particolare verso il fascismo, non può che far ricorrere, ahimè, alla forza almeno in un primo tempo, ma dopo non resterà che rafforzare i confini ed espellere la popolazione».

Così all'inizio del '42 iniziarono le espulsioni in massa verso la NDH.
Da un comunicato del 15 maggio '42 del governatore della Dalmazia, nella sola provincia di Spalato , a cominciare dal primo novembre '41, il prefetto Zerbino aveva internato in Italia 1.796 persone, ed espulse verso la NDH 1.273 persone.
Dai dati della NDH, fino alla capitolazione dell'Italia, furono espulsi dai territori annessi più di 17.000 persone.

La Seconda Armata, per ordine dell'Alto Comando Slovenia Dalmazia (Super SLODA) cambiò il suo compito da «esercito nazionale», ahimè, in «forza di occupazione».

Apparvero i primi dubbi sul modo in cui era stata affrontata l'insurrezione partigiana, e su quale pista seguire per sradicare il crescente movimento ribelle. E si pensò di creare un «cordone sanitario» installando postazioni militari all'interno della NDH, oltre i confini, per prevenire infiltrazioni nei territori annessi, sfruttando anche i cetnici.
Quindi l'esercito italiano verso la metà del '42 scatenò delle grandi operazioni nell'intera Dalmazia per sradicare i partigiani e assicurare i «confini» dei dipartimenti annessi. A questo fine si reclutarono tra i serbi delle bande di volontari anticomunisti comandate da ufficiali italiani.
Ma anche questo fu senza successo. Le azioni partigiane crebbero.
Contemporaneamente il potere civile italiano intensificò le pressioni sugli abitanti colpendo i familiari dei «ribelli». In tal senso Bastianini dal 7 giugno '42 emanò un decreto che considerava tutti gli abitanti assenti dalla loro residenza dichiarata come «unitisi agli insorti». I loro famigliari vennero considerati ostaggi e fu loro vietato di allontanarsi dalla loro residenza, sotto minaccia di fucilazione.
Nei luoghi dove erano avvenuti dei sabotaggi, diversioni ed attacchi armati, si autorizzarono rappresaglie contro gli abitanti che vennero considerati «sostenitori ed aiutanti degli insorti», per cui era prevista la fucilazione.
Subito si cominciò con la fucilazione di numerosi ostaggi fatti prigionieri solo perchè trovati nei pressi. Si stabiliva che per ogni cittadino caduto in qualche attentato si dovevano fucilare cinque ostaggi, e per ogni ufficiale del regio esercito o rappresentante dell'amministrazione civile della Dalmazia caduto si dovevano fucilare 20 ostaggi.
Per avere sempre a disposizione degli ostaggi si dovevano tenere a disposizione dei confinati.
Da un comunicato dell'ufficiale dei carabinieri Butti, nella parte annessa della Dalmazia dal giugno al settembre '42 i carabinieri arrestarono 2.073 persone, delle quali 436 uomini, 943 donne e 694 bambini.
Per tenere sotto controllo tutti questi confinatii il 27 giugno Bastianini ordinò la creazione del lagher di Molat (Melada) , isola dell'arcipelago di Zara.
Il lagher venne creato sulla spiaggia di Jaz.
Circondato da filo spinato per un chilometro di raggio.
Inizialmente per gli internati vennero collocate delle piccole tende, poi vennero erette 8-9 baracche ciascuna per 150 posti, e si dormiva a terra. Il lagher poteva contenere 1500 persone, ma il numero dei detenuti fu sempre maggiore. L'ingegnere Leonardo Fontabba fu il primo direttore del lagher, sostituito il 7 gennaio '43 dal suo aiutante Carlo Szomer. Il lagher era sorvegliato da 150 carabinieri e circa 500 soldati di stanza sull'isola. Nel lager vennero messi intere famiglie ed interi villaggi. A Molat, solamente da Sebenico e dintorni , Skradin e Biograd, sino alla fine del 1942 furono internate 2.067 persone.
I documenti dicono che il 29 giugno 1942 nel lager erano rinchiusi 223 confinati (76 uomini , 103 donne e 44 bambini), il 20 luglio 1320 (359 uomini, 566 donne e 395 bambini), il 15 agosto 2337 (866 uomini, 1021 donne e 450 bambini- 250 maschi e 200 femmine), sino al 11 gennaio 1943 quando il numero arrivö a 2985. Molti vennero trasportati in Italia ma 1627 (552 donne) restarono a Molat.
Giungevano sempre nuovi confinati. Ad esempio il 14 giugno 1943 giunsero nel lager di Molat 250 operai di Lozovac.
Pure dopo la caduta di Mussolini (25 luglio 1943) , durante il governo Badoglio, arrivarono a Molat una quarantina di confinati.
Da un’ordinanza del generale Gaspero Barbieri, prefetto di Zara, si apprende che dal 19 maggio 1943 gli uomini confinati a Molat tra i 21 ed i 50 anni ,parenti di fuggiaschi, ed i genitori di fuggiaschi, furono considerati ostaggi per le rappresaglie in caso di sabotaggi ed uccisioni compiuti dai partigiani nelle loro provincie. L’ordine di fucilazione lo portava personalmente il prefetto.
Il 22 maggio Barbieri ordinava, in rappresaglia dell’abbattimento di 22 pali del telegrafo, la fucilazione di 66 confinati di Molat, cioè di tre ogni palo abbattuto. Ma, per intervento del generale Robotti, il numero di fucilati venne ridotto di 40.
Le fucilazioni avvenivano fuori dal lager, spesso a Zara.
Quando i confinati vedevano arrivare la barca della polizia per prelevare gli ostaggi si diffondeva il panico, per cui il loro prelievo diventava difficoltoso.
Nel lager di Molat in totale ci furono circa 10.000 confinati.
Venne chiamato lager della morte e tomba dei vivi.
Dai documenti sequestrati agli italiani dopo l’8 settembre ‘43 risulta che a Molat, dal 30 giugno al 25 novembre 1942 , morirono 422 detenuti, e nella prima metà del ’43 altri 532 di malattie e per le orribili condizioni igieniche. La maggioranza dei decessi riguardava donne e bambini.
Il lager di Molat venne chiuso nel settembre del ’43 dopo la capitolazione dell’Italia. I detenuti , guidati dai comunisti e simpatizzanti del movimento di liberazione, disarmarono la guarnigione italiana. Parte dei confinati raggiunse i partigiani in continente con le barche, e parte si unì subito ai partigiani formando la “flotta delle barche armate di Molat” ("Molatska flota oružanih brodova").

Non potendo Molat accogliere le masse crescenti di confinati fra l'autunno '42 e l'inizio '43 vennero creati dei campi improvvisati.
Uno di questi era Biograd, ed un altro, più grande, a Vodice. Il lager provvisorio di Vodice durò più mesi sinchè venne creato il campo di concentramento di Hangar-Vodice. Dai documenti risulta che in esso finirono 1800 persone, successivamente trasportate a Molat ed in vari campi in Italia.
Sull’isola di Murtera , nel circondario di Šibenik, vennero confinate 1200 persone, e altre 1500 sull’isola di Olip , a nord di Molat, che vennero poi furono trasportate a Molat ed in Italia.

Per far posto a Molat il generale Umberto Spiga , comandante del XVIII corpo d’Armata italiano, in connessione al grande rastrellamento nello Zagorje dalmato , sulle isole e sulla costa di Šibenik , che iniziò il 21 marzo ’43 , fece trasferire i maschi maggiori di 15 anni in diversi punti della costa dove c’erano postazioni dell’esercito.
Il rastrellamento venne effettuato dalle divisioni Eugenio di Savoja di stanza a Šibenik e dalla Bergamo di stanza a Trogir, nel distretto di Drniš.
La realizzazione del compito (del trasferimento) venne effettuata dalla Prima divisione di cavalleria veloce di Šibenik.

Il 25 marzo 43 si creò il Campo di Concentramento Rastrellati di Zlarino riservato agli ostaggi isolati, su un nudo scoglio senz'acqua sull'isola di Zlarin, in un recinto murato di metri 80 x 80, sormontato da filo spinato. All'interno vennero collocate tende militari per 18-20 persone ciascuna.
Capo del lagher all'inizio era l'ufficiale dei carabinieri Cino di Rosa, della 173ma sezione di carabinieri della divisione Eugenio di Savoja, seguito dal sottufficiale Umberto Ransay, della divisione Bergamo.
Custodivano il lagher 120 soldati italiani e una ventina di carabinieri.
Il 30 aprile '43 vi si trovavano 1645 prigionieri, dei quali 104 vennero trasferiti nei lagher in Italia , 149 rilasciati e 5 ricoverati nell'ospedale di Šibenik.
Come arrivavano nuovi arrivi si spedivano altrettanti prigionieri nei lagher in Italia, parte a Rab –Arbe, e parte dei malati rimandati a casa.
Il lagher fu uno dei peggiori per le condizioni igieniche, la fame e la sete, e non c'era detenuto che non fosse percosso dalle guardie, in particolare gli ostaggi in isolamento dei quali 7 vennero fucilati.
Dal maggio '43 si diffuse la dissenteria ed altre malattie per cui morirono 9 prigionieri nel lagher ed altri 17 all'ospedale di Šibenik.
Il lagher venne smantellato il 15 giugno '43, ma i suoi 1200 prigionieri vennero trasferiti in nave a Fiume e quindi spediti nei lagher in Italia. Alla capitolazione dell'Italia non vennero liberati ma consegnati a tedeschi che li trasferirono nei loro lagher, dai quali tornarono in una dozzina.

Un altro campo di concentramento, che avrebbe dovuto essere il maggiore della Dalmazia secondo i progetti, venne iniziato ad Ugljan, un'isola di Zara, nel settembre '43 , ma mai inaugurato perchè l'Italia capitolò.

In tutta la Dalmazia annessa si costruirono dei lagher.
Il 30 marzo 1942 il VI Corpo d'Armata italiano allestì nella provincia di Cattaro (Kotor) i lagher di Prevlaka e Mamula, il primo gestito dalla divisione Messina ed il secondo dalla Emilia.
A Prevlaka il lagher era composto da baracche militari, riservato ai simpatizzanti della lotta di liberazione ed agli ostaggi, cioè ai famigliari e parenti dei partigiani. All'inizio venne diviso in due parti: nella prima vennero richiusi i rastrellati di Boka Kotorska (Bocca di Cattaro). Nell'altra i rastrellati nella NDH, con regime più severo, con divieto di ricezione di pacchi da casa, per cui 200 detenuti morirono di fame.
A Prevlaka transitarono diverse migliaia di persone, poi distribuite in altri lagher.
Del lagher di Mamula (circa 1000 confinati) e del lagher di Bar e di altri lagher in Albania e Italia parla g. A. e J. Pečarić in questo libro, per cui sorvolo.

Parlerò di un esempio del modo di far la guerra degli Italiani. Di simili esempi ve ne sono centinaia.
Il 13 novembre 1942, i partigiani attaccarono un reparto di marinai italiani nei pressi di Primošten, uccidendone 14. Per ordine del generale Mario Roatta e del governatore Bastianini tre giorni dopo l'esercito italiano compiva la rappresaglia sulla popolazione civile. La località venne accerchiata e bombardata da terra e da mare. Molte case vennero rase al suolo e quasi tutte danneggiate e moltissimi abitanti feriti o uccisi. Poi la fanteria diede l'assalto alla città indifesa, catturando tutti gli abitanti. Molti vennero fucilati a scannati con le bajonette davanti le donne ed i bambini. Seguì il saccheggio e l'incendio. Molte bombe a mano inesplose vennero lasciate sul terreno ed in seguito uccisero diversi bambini. Risultato: 80 morti e 166 deportati a Vodice e circa 300 case distrutte.
Di questa rappresaglia contro civili innocenti e disarmati si interessò il vescovo di Sebenicco, frate J. Mileta, che scrisse alla segreteria vaticana al cardinale Luigi Maglione affinchè ne parlasse al papa. Avvisò anche l'arcivescovo di Zagabria Alojizije Stepinac che ne parlò col ministro italiano presente a Zagabria, R. Casertano.
Dell'episodio parlò anche la radio americana ed i giornali nel mondo intero. Anche le autorità della NDH protestarono. Fu tutto inutile. Il piano di italianizzazione forzata continuò.

Nei territori annessi all'Italia anche gli ebrei vennero confinati nei lagher .

Alla data dell'inizio della guerra, 6 aprile 1941, in Dalmazia c'erano circa 450 ebrei, dei quali 415 nella sola Spalato.
Il regime riservato agli ebrei dagli Italiani era molto più leggero di quello della NDH, per cui a Spalato giunsero più di 3000 ebrei fuggiaschi dalla NDH. Gli ebrei spalatini diedero loro vitto ed alloggio provvedendo anche a farli emigrare verso l'Italia e gli USA.
Tranne gruppi minori a Čapljina e Makarska dove vennero smistati, e un gruppo di 200 persone a Kotor, tutti gli altri andarono a Spalato dove la comunità ebraica ricevette dalle autorità italiane un'assistenza provvisoria, un aiuto finanziario e carte annonarie per il cibo. Qui non ci furono attività e misure antisemite.
Ma il 12 giugno vennero imbrattate da ignoti le targhe poste dall'esercito italiano a Spalato di cui vennero incolpati gli Ebrei, per cui venne demolita la sinagoga, le botteghe ebraiche e decine di case di Ebrei.
Le autorità italiane allora organizzarono l'invio al «confino liberale» in Italia di circa 1100 fuggiaschi ebrei. Ne inviarono 496 nell'isola di Korčula e di Vela Luka e 252 nell'isola di Mljet. Qui vennero alloggiati in camere private, senza regime di detenzione, ma pagando una tassa. Alla capitolazione dell'Italia caddero tutti in mano ai tedeschi che li inviarono nei loro lagher.
Simile situazione si incontra nella provincia di Fiume che era stata allargata ad un ampio territorio croato. Qui le autorità italiane dal maggio '41 presero misure contro la popolazione civile. Anche qui vennero cambiati tutti i toponimi, i nomi della piazze e vie, dei villaggi e presto vennero prese misure repressive contro la popolazione croata che divenne residente in Italia. Anche qui si iniziò con gli arresti di rutti gli antifascisti, gli oppositori e particolarmente i comunisti, che nei decenni precedenti vi avevano trovato rifugio. Quando scoppiò l'insurrezione le misure si intensificarono. Vennero fucilati dall'esercito e dalla polizia singoli e gruppi di ribelli, vennero catturati ostaggi tra i sospetti sostenitori della lotta armata , spediti in carcere e deportati in vari campi di concentramento in Italia sin dall'autunno del '41.
Il primo rastrellamento avvenne a Tuhobić all'inizio di novembre 1941 quando vennero catturate molte persone e si dovette allestire il primo lagher nelle vicinanze.
Il 26 novembre la Questura di Fiume inaugurava il Campo di Concentramento di Laurana « per familiari di ribelli fuggiti nei boschi per unirsi alla guerriglia».

Venne requisito l'Hotel Park (circa 500 letti) guardato da 20 soldati e 12 carabinieri. Il primo gruppo di confinati giunse il 5 dicembre '41 dai dipartimenti di Susak e Kastav (Castua) e sino all'inizio di maggio '42 ci furono 900 confinati. Il lagher si estese al cortile ed all'idroterapia, e cominciò il trasferiomento nei lagher in Italia.
Ecco un esempio di come agiva il potere.
Il prefetto Testa cominciò pianificando ed organizzando un attacco con l'esercito ed i carabinieri del villaggio di Jelenje in 30 maggio '42, da punire perchè alcuni abitanti erano andati coi partigiani. Vennero fucilati sulla piazza davanti alla popolazione 20 persone estratte a sorte fra i parenti di fuggiti dai partigiani . Le loro proprietà vennero sequestrate e le loro case e rase al suolo.
Per ordine sempre del prefetto Testa il reale esercito italiano, i carabinieri e le camicie nere incendiarono il 12 luglio 1942 per gli stessi motivi Podhum, paese di 1550 abitanti della provincia allargata di Fiume. Subito in mezzo al paese vennero fucilati 108 unomini. Il paese venne incendiato e tutte le 370 case e 124 costruzioni economiche rase al suolo. Vennero internate nel lagher di Laurana le 185 famiglie composte di 889 persone ( 208 uomini, 269 donne e 412 bambini).
Il lagher di Laurana venne chiuso il 1 marzo 1943. Sino allora vi erano state rinchiuse più di 3000 persone, in maggioranza del fiumano, ma anche della Dalmazia e della Slovenia.

Per il crescente numero di prigionieri ed internati si dovette costruire altri lagher. A Fiume venne creato un lagher di transito per il quale passarono circa 3500 persone, in prevalenza donne e bambini, che venivano poi spediti nei lagher in Italia.
Di questo lagher di Fiume non ci sono documenti, ma per altri lagher ci sono.
Il lagher di Bakar venne creato nel marzo '42 e chiuso nel luglio '43. In esso finì gente proveniente dal Gorski Kotar e dal litorale croato rastrellata nelle operazioni di «pulizia».
In queste operazioni venivano bruciati i villaggi nelle località potenzialmente offensive (per l'esercito italiano), cioè da dove potevano essere osservate ed eventulamente attaccate le truppe italiane.
A questo proposito valga quanto il commissario italiano del distretto di čabar comunicava al prefetto Testa il 3 settembre '42: dal 31 marzo al 1 settembre '42 gli abitanti del distretto di čabar erano diminuiti da 12263 persone a 5545 «innazitutto per gli internamenti e lo spopolamento voluto dall'autorità militare». La Commissione territoriale per l'accertamento dei crimini dell'occupatore della Croazia e dei suoi collaboratori (Zemaljska komisija za utvrđivanje zločina okupatora i njihovih pomagača Hrvatske) ha accertato che le autorità italiane internarono in questo distretto 4500 persone.
Molti di costoro andarono nel lagher di Bakar (Buccari), nel quale, solo dal 30 luglio al 2 agosto '42, finirono 3145 persone dei distretti di Bakar e di Delnice. In seguito ci furono detenute sempre circa 2000 persone. Erano alloggiati in baracche militari infestate da insetti di tutti i generi. Dormivano su giacigli di paglia con una ciperta. I malati gravi venivano mandati all'ospedale di Fiume, mentre per i meno gravi era stata allestita un'infermeria con medici italiani. La malattia più comune era la denutrizione, cui poco potevano rimediare i medici.
Il lagher venne evacuato il 2 luglio per far posto ai soldati ammassati nelle caserme di Fiume ed 800 detenuti vennero mandati a Fiume e poi trasferiti al Campo di concentramento per internati civili di guerra di Arbe –Rab . Questo lagher, il maggiore nei territori annessi all'Italia, venne inaugurato il 27 luglio per raccogliere i rastrellati di Lubiana e del fiumano.
Sorto in uno spiazzo tra le località di Kompor e S.Eufemia a circa 5/6 km. da Arbe – Rab. Da Kompor vennero espulse una decina di famiglie per far posto agli ufficiali italiani, quindi allargato il sentiero che collegava a Rab. Recintato con filo spinato venne diviso : a nord della strada per gli uomini ed a sud per le donne e bambini. Vennero collocate all'interno delle piccole tende, che nel dicembre '42 vennero sostituite da baracche di legno. Era custodito da 2200 fra soldati e carabinieri, alloggiati a Rab, ed erette delle torri di sorveglianza attorno al lagher, dotate di riflettori. Il comandante era l'ufficiale Vincenzo Cuiuli.
Il primo gruppo di 432 uomini sloveni giunse al lagher il 28 e 29 luglio. Solo dal 2 al 9 agosto giunsero 5599 persone, delle quali 3496 Sloveni (2302 uomini , 597 donne e 597 bambini), il resto erano Croati provenienti dal distretto di Gorski Kotar (1663 persone), da Bakar – Buccari (296 persone) e da lagher italiani (144 persone), delle quali circa l'80% donne e bambini.
Alla fine del '42 gli internati erano fra i 13000 ed i 15000, dei quali 2/3 Sloveni. I bambini erano più di 2000 (1463 sloveni).
Poi il numero di internati cominciò a scendere a causa dell'alta mortalità, per cui molti vennero trasferiti nei lagher in Italia e piccoli gruppi anche rilasciati. Cosicchè nel gennaio '43 restarono circa 3000 nel lagher, nell'»albergo ospedale»di Rab 2000, e nell'aprile '43 il numero scese a 2500.
La maggioranza degli internati era nuda e scalza e conduceva una vita di stenti per mancanza di igiene, di cibo, di vestiti. Il centro del lagher era chiamato Trg Glade, piazza della fame. Per questo cominciarono ad ammalarsi in massa. Non fu sufficiente improvvisare un ospedale nell'albergo di Rab. I più colpiti furono i bambini. A nulla servirino le preghiere delle organizzazioni umanitarie della Slovenia e della Croazia. Morirono 4641 internati secondo la stima della Commissione per i crimini di guerra. Questo lagher fu paragonabile a quelli nazisti. I primi morti vennero seppelliti nel camposanto del convento di Kampor, poi l'amministrazione dovette allestire un cimitero apposito circondato da un muro ad una ventina di minuti a piedi, a sud ovest dal lagher. Qui vennero erette 1061 croci coi nomi, ma i morti rinvenuti erano due o tre per croce. Nell'ospedale di Fiume pure morirono 34 internati di Rab.

Il 23 maggio '43 presso il lagher di Rab per «slavi» (Croati e Sloveni), venne creato un campo per Ebrei. Era diviso dal primo da filo spinato e guardato dal guardie permanentemente per impedire ogni comunicazione. Ciononostante presto si misero in comunicazione. Erano Ebrei provenienti dai lagher di Dubrovnik, Hvar, Brac e Kraljevica. Il 18 giugno gli Ebrei erano 2353 (1054 uomini , 982 donne e 307 bambini).. Nel periodo che separa dalla capitolazione dell'Italia a Rab finirono 3577 Ebrei. Essi stavano peggio che nei lagher di provenienza ma meglio degli «slavi». Vi morirono solo 11 persone.

Gli abitanti di Rab cercarono di recare qualche aiuto agli internati e salvarono da sicura morte almeno un migliaio di essi. Alla capitolazione dell'Italia gli internati, slavi ed ebrei, insorsero e disarmarono le guardie liberandosi da se. Poi molti di essi si unirono ai partigiani, portando l'apporto di una brigata partigiana formata da 5 battaglioni, 4 di slavi ed uno di Ebrei, per circa 1600 combattenti, e crearono sull'isola un' «autorità popolare» (narodna vlast). Disarmarono i 2200 soldati e carabinieri italiani e le loro guarnigioni di Osor e di Cres.

Il 18 settembre sbarcarono sul continente dove riorganizzarono la sedicesima brigata slovena che andò in Slovenia. I Croati e gli Ebrei rimasero in Croazia. Più di 1300 ex internati ebrei si unirono al Movimento di Liberazione della Croazia, e circa 1800 si recarono sul continente controllato dai partigiani, dove di loro si prese carico lo ZAVNOH.
211 Ebrei di loro iniziativa raggiunsero l'Italia. Rimasero sull'isola ancora 200 ex internati ebrei che il 22 marzo '44 caddero nelle mani dei tedeschi, i quali li spedirono ad Auschwitz, dove vennero tutti liquidati.
Gli ex internati croati s'integrarono nel Movimento di Liberazione.
(...)

tratto da "Italianska uprava i exodus hrvata" intervento di Zdravko Dizdar (pagg.639 e segg.). Traduzione mia.

 Moreno De Luca    - 22-06-2009
Non mi risulta che Aurelio Padovani fosse un "manganellatore". E' la prima volta che trovo questa definizione. Era un oppositore leale e dichiarato. In occasione del delitto Matteotti, Aurelio Padovani mandò a Benito Mussolini un telegramma con il testo: "i nemici si combattono ma non si sopprimono". Era un fascista intransigente (rivoluzionario e repubblicano) ma non "manganellatore".

 Giuseppe Aragno    - 23-06-2009
Padovani fu squadrista. Per lui non vale nemmeno la distinzione tra mandanti ed esecutori. Lei lo definisce "avversario leale. Leale con chi?
In Libia, fu tenente in quell'XI bersaglieri che si "coprì di gloria" nel vergognoso massacro di Shara Shat. Per la cronaca, l'XI bersaglieri, in cui Padovani era ancora tenente, tornò a "coprirsi di gloria" a Napoli, il 10 giugno 1914, sparando alle spalle nel buio del vico Spicoli contro i dimostranti della Settimana Rossa e lasciando sul terreno un morto e un ferito.
Dopo la guerra, l'ormai capitano Padovani è tra i "fascisti della prima ora". E' lui che organizza il sindacalismo fascista e alcune delle più note spedizioni squadriste. Guida personalmente quella a Torre Annunziata, per impedire lo sciopero dei mulini e strappare il comune ai socialisti. E' lui che lavora per la fascistizzazione dell'Associazione Combattenti, è lui, soprattutto, che il 1° maggio 1921 "pensa" e realizza con i suoi uomini e quelli del famigerato camerata Navarra l'attacco agli operai in Piazza Mercato, a Napoli, quello nel qualei fascisti lasciano sul terreno il ferroviere Giuseppe Spina, ucciso, e il manovale Giuseppe Candiani moribondo. Le risparmio l'assalto al "Soviet" di Bordiga, quello al "Mondo" di Amendola e quelli più volte ripetuti - anche qui Padovani è coinvolto in prima persona - durante lo sciopero del 9 febbraio 1922, quando, assieme ai fascisti, operano camorristi pagati dagli industriali. Il blando dissenso sull'omicidio Matteotti è tardivo e non allontana Padovani dal Fascismo. Egli era e rimase rimase un fascista intransigente che rimproverava a Mussolini lo squadrismo, ma gli accordi con i notabili liberali. E su questo tema avvenne la rottura.
Di tutto questo, può credermi, gli archivi di Stato conservano ampia documentazione.