Specchio riflesso
Redazione - 08-03-2007
Un bel pezzo, denso di consapevolezza. Parole scritte da chi sa stare "dentro i problemi", sporcandosi le mani nel fango degli ultimi.
Colpisce soprattutto l'assenza di retorica, che è una rarità nei nostri giorni, e l'invito alla coerenza. Una coerenza che parte da ognuno di noi, cittadino del mondo e prima ancora abitante di quel piccolo villaggio che ci avvolge tanto "normalmente" da non rendercene neppure conto.
Le scelte quotidiane, quelle che vengono prima, o forse dopo, le parole, la sicurezza con la quale comunque pontifichiamo, il non sapere esattamente metterci in panni non nostri, il non voler davvero rinunciare a qualcosa ... tutto questo sta alla base dell'impasto politico prima di governi e parlamenti.
Governi e parlamenti non ballano da soli: a noi, cittadini del villaggio locale e globale, sta la grande, innegabile, responsabilità delle politiche che altri "fingono" di inventare.
L'uomo è animale politico, diceva qualcuno: giochi allora bene la sua partita, metta sullo scacchiere le pedine corrette, e governi e parlamenti non potranno resistere al richiamo della trasparenza ideale. Non troveranno scappatoie o appigli per cambiare le carte in tavola. A meno che le opacità si facciano strada e incrinino lo specchio nel quale pensavamo di esserci riconosciuti.
Fuoriregistro


Dagli editoriali di Nigrizia

Ovvero: I pacifisti, il governo e la "crisi vicentina"

Lasciamo stare il penoso tentativo di alcuni esponenti politici del centrodestra di fare un collegamento tra Brigate rosse, no-global e pacifisti, spalleggiati dai soliti giornali con manganello incorporato. È un'operazione oscena e basta. Lasciamo anche stare il perbenismo (che s'intravede, talora, anche in alcune parti del mondo ecclesiale) di chi associa sempre le manifestazioni di piazza - come quella del 17 febbraio a Vicenza, contro l'ampliamento delle basi Usa - alla violenza (anche quando non c'è). Sulla manifestazione di Vicenza vanno messe in fila alcune questioni. La prima riguarda il conflitto sociale. La seconda tocca il rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa all'epoca del centrosinistra. La terza concerne la salute dei movimenti.

Sul primo punto. Non c'è dubbio che le basi americane dividono non da oggi i vicentini, i quali hanno tutto il diritto di esprimere i propri punti di vista e di cercare di affermare i propri interessi (la difesa del territorio o la difesa del portafoglio). Trattandosi di basi militari, non era difficile prevedere che alle spine locali si sarebbero sommate spine globali e, se volete, più ideologiche, connesse all'antimilitarismo (che ha una lunga storia in Italia, vero ministro Rutelli?), all'unilateralismo dell'amministrazione Bush in politica estera, alla guerra in Iraq, alla non risolta crisi afgana.

Il governo di centrosinistra ha quantomeno sottovalutato la portata della "crisi vicentina" e non è riuscito a trovare una mediazione che avesse il consenso degli attori locali. La faccenda è sfuggita di mano e si è complicata. Ma le responsabilità non sono del conflitto sociale, che è un'inevitabile modalità di espressione di cittadinanza, ma dell'inefficacia dell'azione dell'amministrazione locale e del governo.

Sul secondo punto. Un rapporto, anche burrascoso ma effettivo, con le espressioni della società civile e con i movimenti dovrebbe essere una carta in più per un governo di centrosinistra. Invece - anche in ragione del movimentismo strutturale di alcuni partiti della maggioranza, che irrigidisce l'esecutivo -, questa carta è rimasta inutilizzata. Con il rischio di allontanare dal Palazzo e dai partiti, caposaldo inaggirabile della democrazia rappresentativa, un segmento attivo e partecipativo della società italiana.

Sul terzo punto. Un movimento è in salute quando riesce a individuare, analizzare, contestualizzare e a portare all'attenzione dell'opinione pubblica problemi complessi, che possono riguardare tanto la geopolitica quanto il piano viabilistico di una città. Un movimento, poi, è più che in salute quando sa elaborare delle proposte concrete e le sa abbinare a varie forme di pressione (l'appello, la campagna, la piazza...). Insomma: isolare un problema, indicarne la soluzione, costruire la via che porta alla soluzione. Una logica dura (come sono duri i rapporti di forza nell'arena politica) che richiede radicalità e capacità di mobilitazione nel lungo periodo, ma anche competenza e senso della mediazione.

Il movimento pacifista e altromondista sa perfettamente che tirare in ballo per ogni questione l'imperialismo americano è fare un pessimo servizio alla causa della pace e agli impoveriti di ogni latitudine. Lo scacchiere è ben più articolato e accidentato, specie per noi cittadini del mondo che conta, che consumiamo gran parte dei beni della terra e che facciamo le guerre per continuare a mantenere alto il nostro tenore di vita.

Ben venga la critica alle basi militari Usa di Vicenza e, per estensione, alla politica dell'amministrazione Bush, peraltro invisa a buona parte dell'opinione pubblica Usa. Purché non ci si metta il cuore in pace con una manifestazione, purché non ci si accontenti di riempire la scena mediatica per un giorno. E purché non ci si ostini a pensare che basti la strofa di una canzone un po' datata - "buttiamo a mare le basi americane" - per cambiare la politica americana e quella italiana.

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 Giuseppe Aragno    - 08-03-2007
L'editoriale di "Nigrizia" chiama, con la concretezza di chi le cose le fa, ad una maniera di far politica che non sia quella del tutto o niente e del tanto peggio, tanto meglio. Ed è innegabile che questa sia la via per uscire da sterili contrapposizioni ideologiche: i percorsi concreti, l'individuazione di obiettivi, la volontà di mediare, la capacità di fare proposte che vadano oltre gli slogan. Direi, e qui ci metto del mio, la capacità di guardare al risultato possibile al di là della questione di principio. Le basi americane, quindi, non le buttiamo a mare, ma a mezza strada tra la guerra e il no alla guerra che ci metiamo? Tratteremo sull'uso e sul controllo: si può? Te la diamo - che fai - questo sì - quello no. Questo è isolare un problema? Penso di sì. Tra le istanze di civiltà e l'imbarbarimento politico del centro-sinistra, a mezza strada che ci mettiamo? Non chiederemo la piena occupazione, ma cambieremo la legge Biagi. Si può? E' un problema isolato, un terreno sensato di mediaizone politica? Direi di sì. Liberisti. D'accordo, pare inevitabile, ma a mezza strada si possono escludere formazione, salute e previdenza da un sistema che conosce e riconosce solo la logica del profitto? A mezza strada tra la vergogna del ti espello e l'utopia della piena parità e possibile concordare un minimo di diritti inviolabili e, soprattutto, si può programmare a quanta parte della nostra opulenza occorre rinunziare? In ultima istamza, è un folle estremismo rifiutare la mediazione sulla legalità costituzionale che da sessant'anni è assolutamente ignorata?