Le foibe e il grande fratello
Giuseppe Aragno - 10-02-2007
Nella nostra storia esistono anche le foibe. Sono un episodio tragico che ha radici lontane: affondano nella cosiddetta "grande guerra", una tragedia dalle dimensioni ben più feroci nella quale su seicentomila uomini persi, centomila furono uccisi dagli stenti e dalla fame, volontariamente abbandonati al loro destino dal governo italiano mentre erano prigionieri della Germania e dell'Austria che non avevano come alimentarli. Perché? Solo perché la resa fu considerata diserzione. Non dico sciocchezze. Giovanna Procacci lo ha dimostrato documenti alla mano ed è sorprendente che il Parlamento non abbia pensato di ricordarli in un giorno della memoria, così come non ne ha mai dedicato uno alle migliaia di prigionieri dei tedeschi lasciati a morire di fame e di freddo perché rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale.
Radici lontane, quindi, che risalgono alla rottura del fronte interventista, quando i fascisti appiopparono a Bissolati il titolo di "croato onorario" e Salvemini divenne Slavemini. Ciò che il fascismo fece agli slavi, gareggiando in ferocia coi nazisti è cosa su cui non intendo fermarmi: fu una barbarie. Si dirà: ma la violenza fascista non giustifica la reazione. Certo. Però la spiega e questo è il compito della storia. Quello che non si spiega, invece, è l'insistenza crescente, la strumentale speculazione politica che attraversa la memoria storica delle foibe per rovesciarne il senso, mettere sotto processo la sinistra e far passare Diliberto e compagni per i protagonisti di una "congiura del silenzio" in un paese in cui altri e ben più gravi silenzi pesano sulla coscienza collettiva.
Ho sentito più volte Storace e compagni chiedere alla sinistra di dire fino in fondo la verità sulla storia del nostro paese e mi domando se tra le verità da raccontare siano incluse le bombe di Piazza Fontana, quelle di Brescia e Bologna e quelle esplose nei treni e nelle piazze funestate dai neofascisti.
Verità e silenzio, mi pare, sono i temi d'obbligo quando si parla di Foibe e non si capisce chi avrebbe taciuto. C'è una tradizione fortemente critica del comunismo di parte della sinistra che va da Malatesta e Salvemini e giunge ai nostri tempi con Scotti. Sono cose note che si finge d'ignorare. Tanti, da Giuliano Ferrara a Galli Della Loggia, strepitano e strillano per questo presunto silenzio e tutti fingono di non sapere che per anni la grande stampa, tutta borghese e figlia del capitale, non dava spazio a chi aveva in tasca tessere rosse; tutti fanno finta di non ricordare che solo di rado chi era di sinistra vinceva un concorso per entrare a scuola, negli archivi e nelle biblioteche. Chi avrebbe taciuto, quindi, se l'editoria era in mano a borghesi, se Laterza era dominio di Croce e la Feltrinelli non era nata ancora? Einaudi da solo fu tutto il silenzio d'Italia?
Stettero zitti i politici. Ma quali? Quelli dell'area "atlantica" hanno di certo taciuto, perché Tito aveva rotto con Stalin ed era guardato con occhio benevolo. Per la sinistra socialcomunista, ministro degli esteri, nel Governi Parri e poi in quello De Gasperi, fu Pietro Nenni, ex interventista che sentì fortemente il problema dei confini orientali e si batté con tutte le sue forze per scongiurare il pericolo che si imponessero al paese le scelte fatte a Malta nel febbraio del '45 da Roosevelt e Churchill, poi formalizzate in una proposta francese per la creazione di un territorio libero di Trieste. Nenni peregrinò per le cancellerie europee - Oslo, Amsterdam, Londra, Parigi - ma ottenne solo impegni generici. Sull'Avanti! fu lucidissimo, difese l'autonomia nazionale, chiese trattative dirette con la Jugoslavia ed ebbe chiaro che dalla soluzione della questione non dipendevano solo i futuri rapporti con Tito, ma anche la possibilità di una convivenza pacifica tra due paesi di opposto regime politico e l'autonomia da Mosca e dagli Occidentali. Quando si rese conto che il confine non sarebbe mai passato per la linea etnica, chiese che il territorio libero di Trieste comprendesse almeno Parenzo e Pola e che le questioni più delicate fossero risolte da referendum. Fu Nenni, ancora lui, per la sinistra, a chiedere a De Gasperi, dopo la firma della pace, nel febbraio del '47, di attendere che anche l'Urss approvasse il trattato prima di chiederne la ratifica in Parlamento. Margini di mediazione però non ce ne'erano. L'Italia era un Paese vinto e la situazione internazionale non ammetteva scelte. Anche a Tito, che troppo tardi, diffidando dell'Urss, chiese trattative bilaterali, fu del resto immediatamente opposto un rifiuto. Il piano Marshall, la crisi di governo voluta da De Gasperi e la guerra fredda chiusero la partita.
Verità e silenzio. Ma chi avrebbe taciuto? Rimangono indiziati gli storici della sinistra ai quali si può muovere mille critiche, ma per i quali valgono anche mille considerazioni. Cortesi, Arfè, che non furono certo teneri con Togliatti, per non dire di Merli e Bosio, avevano davanti una catastrofe immane come la seconda guerra mondiale con i suoi cinquanta milioni di morti. Era per loro impensabile cominciare a scrivere di storia partendo da una graduatoria degli orrori, perché l'orrore era stato la caratteristica della guerra e di ciò che l'aveva generata: Coventry, Dresda, le città fucilate, le fosse di Katin, i gulag, la Shoa, le foibe, Hiroshima, Nagasaki. Nessuno pensò a fare l'elenco. A tutti sembrò più importante e serio ricostruire la storia stravolta dalla lettura fascista. E non a caso si partì da maestri che non provenivano dall'accademia: Croce, Gramsci, Salvemini. Occorreva capire come era stato possibile precipitare tanto in basso. Per gli orrori c'era la nausea e bastava. Contava soprattutto conoscere l'Italia dei partiti, del movimento operaio, dell'antifascismo e della Resistenza. Contava capire come era stato possibile precipitare nell'abisso.
Nessun silenzio voluto.
Poi certo, è cominciato un processo nuovo. La storiografia non si ferma, la revisione è naturale e c'è sempre chi torna a fare ricerca su Cesare e sulla repubblica romana. Ma il bisogno di approfondire, articolare le conoscenze, il bisogno di una revisione del giudizio storico, incontrandosi con la crisi politica e l'avvento di Berlusconi è diventato fatalmente propaganda politica. C'erano mille verità non dette cui sarebbe stato giusto dare rilievo: i gas sugli etiopi i massacri libici, l'ignominia jugoslava e infine le foibe, delle quali in fondo non si interessa nessuno. Quello che serve è presentare il conto a croati e sloveni, senza tener conto di quello ben più salato che essi potrebbero presentare a noi. Quello che serve è riesumare un anticomunismo postumo, anacronistico e grottesco, ricordando lo slogan di Goebbles: raccontare molte volte una menzogna è come dire una verità.
La domanda a cui occorre dare veramente risposta è una: come si è potuto giungere a questa così penosa strumentalizzazione politica di una dolorosa vicenda storica? Gianpasquale Santomassimo l'ha scritto e si può essere completamente d'accordo. Per un secolo la politica ha cercato legittimazione nella storia, vantando radici nel passato. Mussolini le cercò nel mito della romanità, la sinistra nelle lotte del movimento operaio e nell'antifascismo. Poi sono venuti l'89 col crollo del socialismo reale e il '92 con Tangentopoli; il passato è diventato d'un tratto ingombrante e il processo s'è capovolto. Nessuno cerca più legittimità nella storia perché essa è vergogna, lutto, dolore, violenza e c'è bisogno del "nuovo" che processa la storia e la separa dalla politica. I fascisti non sono più mussoliniani, il Pci si è autosciolto e i cattolici non sono più democristiani. Siamo al punto che un partito, per non essere invischiato nel passato, prende nome e cognome dal suo leader o cerca battesimo al mercato dei fiori, sicché si sprecano rose nel pugno, garofani e margherite. Siamo giunti alla "Cosa ed la partito dei "senza storia" e, su tutto, si leva la comoda categoria del totalitarismo che esalta le comparazioni e cancella le differenze secondo le leggi del pensiero unico. Orwell aveva ragione: chi controlla il passato governa il futuro e chi controlla il presente gestisce il passato. Quello che conta è avere in mano il giorno che ora vivi. Sia pure. Questo però non è fare storia.


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Anna Pizzuti    - 10-02-2007
Per completare i “ricordi” del giorno del ricordo:
I Campi del Duce
I campi di concentramento per civili gestiti dalla II Armata
I campi italiani in Jugoslavia

 da Altrenotizie    - 10-02-2007
ESTONIA SEMPRE PIU' NERA: EUROPA DISTRATTA?


Le istituzioni ufficiali dell’Europa democratica e antifascista per ora mantengono il silenzio. E così l’Estonia si spinge sempre più a destra, verso lidi che ricordano gli anni del fascismo e del nazismo. Con il vertice del paese che rispolvera le peggiori tradizioni reazionarie e mette in atto una politica di totale revisione della storia. A Tallin, infatti, il parlamento vara una legge che permette alle amministrazioni locali di smantellare quei monumenti eretti in memoria dei militari sovietici che morirono sul territorio estone durante la Seconda guerra mondiale. E quella battaglia per la libertà del Baltico e per cacciare da quelle terre le SS naziste viene non solo contestata, ma si parla addirittura di aggressione sovietica e di una conseguente “occupazione”. La nuova legge, comunque, viene presentata come espressione di una nuova forma di civiltà democratica. Si sostiene che una certa “arte monumentale” (e questo eufemismo sta per “tombe” nei cimiteri di guerra) può contribuire ad alimentare l’ “odio razziale”. E di conseguenza si considerano i soldati sovietici sepolti in Estonia come i rappresentanti di un’altra razza... Non solo, ma nella legge si sostiene che i fatti dell’ultima guerra vanno considerati come una “occupazione dello stato estone”.

E così via libera per "smantellare i monumenti e qualsiasi altro simbolo in grado di minacciare l'ordine sociale nonchè il prestigio internazionale dell'Estonia". Ma sull’intera vicenda si scatenano le proteste che però coinvolgono solo quella pur agguerrita minoranza che ricorda il valore della guerra antifascista. Il fronte che si oppone - quello della destra - conta sui deputati della “Unione Patriottica”, sul “Partito dei riformatori” ed infine sui socialdemocratici che si sono vergognosamente uniti agli ambienti più reazionari del paese.
Ma nonostante tutta questa situazione di crisi Tallin va avanti nelle sue scelte.

Torna ad ispirarsi a quel 1921 quando i suoi governi si orientarono sempre più verso destra e poi, dopo aver stroncato un colpo di stato comunista nel 1924-25, mirarono a riformare la costituzione in senso autoritario. Sino a giungere a quel 1935 quando venne imposto lo stato d'assedio. Allora vennero soppressi anche i partiti e si costituì una camera corporativa. Ci fu poi, nel 1941 l'occupazione tedesca che si protrasse sino al settembre 1944. L’Estonia fu quindi liberata dall’Armata Rossa. Si impose però un governo sovietico che non riuscì a creare una situazione di reale normalizzazione.

Nell’immediato dopoguerra si registrò poi un massiccio esodo di estoni di origine svedese e tedesca e di dissidenti che non accettavano la nuova situazione politica. Nel Paese restarono, comunque, ampi schieramenti antisovietici, antirussi ed anticomunisti che continuarono ad operare in condizioni di clandestinità. La perestrojka gorbacioviana ha poi contribuito - nonostante tutte le buone intenzioni democratiche - a portare alla luce le tendenze antisovietiche sino a giungere alla proclamazione dell'indipendenza politica: quel totale distacco dall’Urss mentre a Mosca si registrava la farsa del colpo di stato contro Gorbaciov. Era appunto il 20 agosto del 1991.

Ma per l’Estonia la transizione non è finita. L’obiettivo attuale consiste nel cancellare ogni traccia di “regime sovietico”. Ecco perchè anche le tombe dei soldati che vinsero il nazismo danno fastidio. E a Tallin, negli ambienti democratici, la domanda che avanza sempre più è questa: “Cosa pensa l’Europa?”.

Giuseppe Zaccagni


 Giuseppe Aragno    - 11-02-2007
Poche, pochissime parole, solo perché si sappia. Poche, pochissime parole, perché il fatto si commenta da solo.
L'amministrazione comunale di Napoli, in occasione del giorno della "memoria" per le foibe, ha organizzato una manifestazione, annunciata alla stampa, cui ha invitato studenti, docenti e rappresentanti dei profughi istriani.
Presentando i relatori, l'assessore all'Educazione, Giuseppe Gambale, ha pronunciato poche parole d'occasione, ha comunicato che la sindaca, Rosa Russo Iervolino, sarebbe stata suo malgrado assente ed ha poi dato la parola a Francesco Soverina, dell'Istituto Campano per la Storia della Resistenza. Il prof. Soverina ha inserito la vicenda delle foibe e il successivo esodo degli italiani dall'Istria nel contesto storico, ponendo l'accento sulle gravissime responsabilità della politica di deslavizzazione e di feoce repressione messa in atto dal fascismo. Dopo questo primo intervento, il presidente della locale sezione dell'Anpi, Antonio Amoretti, combattente delle Quattro Giornate, ha chiesto e ottenuto di leggere un documento ufficiale dell'associazione che esprimeva sincera e profonda solidarietà per i profughi, ma anche ferma condanna del sempre più evidente uso politico di una drammatica vicenda storica. Aveva appena iniziato a leggere, quando alcuni rappresentanti dei profughi hanno inscenato un'inspiegabile protesta, minacciando di andarsene. Ciò che di fatto essi chiedevano era un'acritica condanna della resistenza jugoslava e italiana. L'assessore Gambale, che si era nel frattempo allontanato e che non aveva ascoltato nemmeno una parola del comunicato, sollecitato da alcuni degli istriani presenti, è tornato di corsa al suo posto, ha tolto la parola al vecchio partigiano, strappandogli letteralmente il microfono dalle mani, e ha ritenuto di poter dichiarare chiusa la manifestazione. Suo malgrado, però, egli ha dovuto poi lasciarmi parlare, dal momento che figuravo tra i relatrori uffcialmente invitati. Più volte interrotto da alcuni presenti che assumevano atteggiamenti apertamente intolleranti, fiancheggiati dall'assessore che interveniva di continuo per invitarmi a "non parlare di politica", ho condotto a termine il mio intervento con pacata amarezza, senza lasciarmi intimidire. Appena ho smesso di parlare, la manifestazione si è chiusa e l'assessore Gambale è andato via infuriato e senza salutare.
Napoli, medaglia d'oro al valor militare per l'eroica lotta condotta strada per strada contro gli occupanti nazisti e i loro complici fascisti, ha un'amministrazione di centrosinistra di cui fa parte la sedicente "sinistra estrema". Giuseppe Gambale è un esponente della "Margherita". Tutti sanno, nessuno muoverà un dito.
Penso che basti.

 da Retescuole    - 11-02-2007
I cattivi "educatori"

Lettera aperta a Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica Italiana

Egregio Presidente, i giornali ed i media sono oggi pieni delle sue dichiarazioni in linea ad altre, similari, ch’ella rivolge, con credo purtroppo convinta determinazione, da diverso tempo sia alle forze politiche, sia alla popolazione tutta.
Dopo infinite esternazioni di supino omaggio alle istituzioni cattoliche quasi queste fossero una parte dello stato, dopo essersi fatto capofila morale del progetto della grande santa alleanza fra centrodestra e centrosinistra ora se ne esce con una sibillina dichiarazione sulle foibe dove cerca, vanamente, di giocare su più tavoli ma dove, ancora una volta la verità storica è ancora taciuta.
Che al termine delle operazioni di guerra nel territorio d’Istria si siano operate vendette, regolamenti di conti e sia stata anche portata avanti un’operazione nazionalista da parte serbo-croata contro anche alcuni degli stessi combattenti partigiani di parte italiana è cosa nota da anni, solo per chi si volesse interessare minimamente della cosa e avesse voluto attingere dai numerosissimi studi che i vari Istituti Storici, particolarmente del Friuli, hanno prodotto.
La verità quindi l’avrà negata o sottaciuta lei che, visti i precedenti del ‘56 o quelli dei compagni del Manifesto è stato in questo un vero maestro.
Il problema vero è che interi governi democristiani, anche di centrodestra non hanno mai portato avanti anche legittime contestazioni al governo di Belgrado, perché questo aveva sempre preteso l’estradizione dei criminali di guerra da parte italiana.
L’occasione della giornata del ricordo poteva e doveva essere un momento preciso anche per ribadire che dagli anni ’20 del secolo scorso gli italiani hanno sempre attuato una politica di italianizzazione forzata nei territori annessi dopo la prima guerra mondiale ed ancor di più dopo con il fascismo e con l’occupazione della Dalmazia.
La giornata del ricordo doveva essere anche l’occasione per ricordare a tutti gli italiani che anche noi fummo capaci di gestire campi di concentramento e di annientamento contro la popolazione civile dove il nostro esercito ed i nostri carabinieri, sotto il comando di soggetti che non avevano nulla da invidiare alle SS, provocarono lutti, dolori indicibili, sofferenze, torture, morti, ad uomini, donne, vecchi e bambini.
Perché non ricordare questo, perché non chiamare per nome e cognome i fatti e nascondersi, ancora una volta, dietro espressioni generiche (ma pensate col bilancino!) di pudore politico.
Voglio provare io a spiegarglielo: questo accade perché siamo governati da troppi anni da una classe politica senza progetto ed ideali, che ha smarrito in primo luogo se stessa, che vive per il giorno per giorno e che sa solo promuovere politiche d’accatto.
Questa classe politica non è certamente degna di governare questo paese anche se riesce ancora ad eludere il controllo popolare, anche se riesce ancora a nascondere come essa miri, fondamentalmente alla sua stessa replicazione.
Così andremo avanti con queste barbare ricorrenze dove in luogo in luogo di maturare e di fondarsi nel paese quell’affratellamento, certo indispensabile fra i diversi figli e nipoti di quanti si scannarono ormai settant’anni fa, si farà crescere solo una smarrita indifferenza.

Gabriele Attilio Turci


 Mauro Lazzarini    - 12-02-2007
Quello segnalato da Aragno, è un episodio gravissimo, non isolato e, purtroppo prevedibile.
Manipolare la storia non può che produrre odio. Sono anni che destra e sinistra fanno un evidente uso politico della storia e per un insegnante che voglia fare onestamente il proprio lavro tutto si fa di giorno in giorno più diffiicile, perché tra silenzi e pentimenti, accuse e rivalutazioni, è impossibile sfuggire alla trappola delle mezze verità. I media non distinguono più tra storia e memoria, i politici si preoccupano solo di raccogliere consensi e voti. Le conseguenze sono
drammatiche, a scuola e in una società in cui tutto è diventato spettacolo o opportunismo. Non meravigliamoci, però, per favore, di quello che accade quotidianamente. Far violenza alla stroia significa educare alla violenza. Altro che patria, inno d'Italia e passato condiviso: questo è solo un cinismo aberrante, che rischia di fare guasti irreparabili.


 Gennaro Carotenuto    - 12-02-2007
Caro Giuseppe, nell'esprimere a te e ai rappresentanti dell'ANPI e dell'Istituto Campano, personale e sentita solidarietà, sottolineo solo che quello che descrivi è l'ennesimo esempio dell'appeasement (come Chamberlain a Monaco) tra il centrosinistra e i tempi moderni post-ideologici che viviamo.

Nel contesto foibe, quello che non capiscono o non sono intellettualmente onesti da ammettere, sia la sinistra (incluso spesso la cosiddetta estrema o radicale) sia alcuni rappresentanti dei profughi istriani e dalmati, è che a far passare i partigiani jugoslavi per "marziani comunisti" venuti dal nulla, ci si presta alla vulgata grossolanamente antiresistenziale e all'uso pubblico della storia voluto da Alleanza Nazionale in complicità con la destra estrema politica e mediatica.

Permettendo di non contestualizzare né la realtà storica di vent'anni di italianizzazione forzata né il terrorismo dell'occupazione nazifascista (Il Si ammazza troppo poco, Oliva, Mondadori, 2005), si offende proprio la memoria degli italiani non fascisti morti nelle foibe e dei profughi giuliano dalmati vittime, prima che dei titini della guerra fascista e delle decisioni prese per loro e per decine di milioni di altri profughi, da Churchill, Roosevelt e Stalin a Yalta.

Per i fascisti, postfascisti ed anti-partigiani a prescindere, è necessario che i "marziani comunisti infoibatori" vengano dal nulla, perché solo venendo dal nulla si può ottenere l'effetto desiderato, quello di un nuovo arco incostituzionale che va da Forza Nuova e Giampaolo Pansa fino ad infettare le sinistre, per seppellire definitivamente i valori della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Tra i valori base della nostra Costituzione -sarebbe pleonastico in questa sede spiegare perché- vi è l'antifascismo.

Purtroppo da anni, ma con più forza negli ultimi 18 anni, nella società italiana oramai invale la sinonimizzazione tra antifascismo e comunismo. Il corollario di questa è la presa di equidistanza tra fascismo e antifascismo da parte di quasi tutto il sistema politico e mediatico del paese. Oggi i valori dell'antifascismo sono messi sotto attacco, soprattutto per motivi strumentali, contingenti, spiccioli, da un gran numero di soggetti. Tale attacco andrebbe denunciato sistematicamente, se l'oramai pallido antifascismo italiano non fosse così pieno di Don Abbondio.

Purtroppo quel grande arco democratico che dovrebbe continuare a difendere e rivendicare l'antifascismo come valore positivo, unificante e motore del progresso civile del paese, lo considera invece un valore in crisi, scomodo e inopportuno da difendere proprio per la sinonimizzazione di cui sopra, della quale è troppo comodo dare la colpa al Partito Comunista Italiano, che pure in altra epoca cercò di capitalizzarlo.

Il terzismo tra fascismo e antifascismo, che è consustanziale al "giorno del ricordo", finisce per mettere arbitrariamente in stato d'accusa il secondo. Soprattutto però si presta al silenzio e alla sostanziale quiescenza verso il fascismo. Tale quiescenza, come l'episodio di Napoli testimonia, è una colpa imperdonabile ed un rischio severo che il centrosinistra accetta con leggerezza.
Quel che è peggio -e più pericoloso- è che non lo accetta per semplice opportunismo politico, ma per il diluirsi delle proprie ragioni ideali, per il proprio mero vivere alla giornata e, soprattutto, per l'avvilirsi ed avvizzirsi del proprio patrimonio culturale e valoriale.

Oggi, l'onnipresenza mediatica della teoria dei totalitarismi, esposta in una versione ulteriormente semplificata dell'equiparazione già semplicistica fatta da questa tra fascismo e comunismo -che nella vulgata odierna si reinterpreta in equiparazione tra fascismo e antifascismo- è un contributo essenziale ed esiziale all'atrofizzazione del pensiero critico delle nuove generazioni. Temo che sia proprio ciò che vogliano.

 dall'Osservatorio sui Balcani    - 12-02-2007
Apprezzato in patria, meno oltre Adriatico. In un editoriale di "Novi List", quotidiano fiumano, si accusa il Presidente Napolitano di revisionismo. Lo spunto è dato dal discorso fatto al Quirinale in occasione del "Giorno del ricordo". Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak


Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nonostante in Italia il tema principale sia il campionato di calcio e le polemiche dei magnati del calcio con il Governo e con il suo decreto con il quale si prevede di giocare le partite di calcio soltanto negli stadi che rispettano le severe condizioni di sicurezza, c'è comunque un tema che ha superato i dibattiti calcistici.

E' il tema al quale è dedicato "Il giorno del ricordo", proclamato dal Governo Berlusconi il 10 febbraio come giorno della memoria per le vittime delle foibe e le uccisioni dopo la Seconda guerra mondiale. Questa volta il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha soltanto proseguito con la prassi adottata anche dall'ex presidente italiano Ciampi, ma ha anche dato un certo contributo all'escalation del revisionismo storico.

Parlando alla cerimonia al Quirinale, dove ha consegnato l'onorificenza e le medaglie alla memoria a trenta cugini italiani uccisi "durante la persecuzione etnica avviata dalla milizia titina (si riferisce a Tito) alla fine della guerra" come scrive "La repubblica" di Roma, Napolitano ha parlato in modo insolitamente severo e non critico dei crimini che hanno avuto come esito le foibe, esecuzioni sommarie nelle fosse carsiche dell'Istria e della costa slovena, dove hanno incontrato la morte fra il 1943 e il 1945 molti collaboratori fascisti, criminali nazisti in cerca di vendetta, ma anche molte vittime innocenti.

Invece, Napolitano ha presentato questa tragedia in modo unilaterale, sottolineando che il "dramma del popolo giuliano-dalmata è stato creato da un moto d'odio e furia sanguinaria, e dal piano slavo annessionista che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica". In nessun modo Napolitano ha detto che il problema delle foibe è molto più complesso, e che nonostante il fatto che i crimini e le uccisioni degli innocenti non si possano giustificare con alcuna vendetta, con "l'ira giusta" o la bestialità criminale, il sottacere l'insieme del problema porta necessariamente alla sua riduzione e consente la manipolazione politica.

La coscienza sporca

Con nessuna parola Napolitano ha nominato la pulizia etnica che il fascismo italiano iniziò dai primi giorni in cui salì al potere, e che fu annunciato nel discorso di Mussolini nel 1919 a Pola. Dal 1922 l'Italia fascista ha fatto la pulizia etnica della popolazione slava, slovena e croata, e dopo che la guerra fu iniziata il governo del terrore si trasformò in terrore contro la popolazione innocente, spesso senza alcun motivo, soltanto per spaventare e per terrorizzare. Con il sottacere ciò che ha preceduto le foibe, si sottace una parte della verità storica, anche se quello che è successo durante il terrore fascista in Istria, sulla costa slovena e croata e in Dalmazia, non può in nessun modo giustificare i crimini commessi dopo la guerra. Certamente in queste esecuzioni sommarie nelle foibe ci sono stati elementi anche della mal interpretata "lotta di classe" ed elementi della pulizia etnica, delle liquidazioni politiche, ma ci sono state anche le rese dei conti individuali, criminali, le vendette classiche e i vandalismi dei vincitori.

Le parole di Napolitano sono forse la resa dei conti anche con la coscienza sporca, perché il Partito comunista italiano, dove Napolitano ha giocato uno dei ruoli fondamentali per molto tempo, ha sottaciuto i crimini commessi nelle foibe, come anche la politica jugoslava che ha negato in modo decisivo fatti evidenti. In ogni caso, le parole di Napolitano hanno avuto il consenso fra le file dell'estrema destra, ma anche dall'altra parte della barriera politica. E' comprensibile che il postfascista Gianfranco Fini abbia lodato Napolitano, perché questa è la conferma della sua politica revisionista, che spinse anche il governo Berlusconi sulle tracce del revisionismo storico. E' comprensibile anche la reazione dei democristiani, i quali secondo Lorenzo Cesa sostengono il "coraggio e l'onesta intellettuale" di Napolitano che fanno luce su uno "dei periodi più bui della storia moderna".

Il nuovo conformismo

Ma è meno comprensibile l'entusiasmo fra le fila del governo. Così il vice premier Rutelli ha salutato le parole del Presidente della Repubblica, affermando che è un bene che il sostegno arrivi dalle fila sia del governo che dell'opposizione. Anche Pecoraro Scanio, il leader dei Verdi e Formisano del Partito l'Italia dei Valori hanno sostenuto Napolitano. Le uniche osservazioni sono giunte dalle file dell'estrema sinistra. Così Jacopo Venier del Partito dei Comunisti Italiani ha avvertito che bisogna avere la forza di opporsi al nuovo conformismo che oggi impone la lettura parziale e strumentale della drammatica storia del confine orientale. Il fenomeno delle foibe non può essere analizzato, senza parlare anche della bestiale crudeltà fascista verso la popolazione slava.

Giovanni Russo Spena del Partito della Rifondazione Comunista aggiunge che gli avvenimenti storici devono essere ricostruiti nella loro complessità, e non si devono dimenticare le uccisioni di massa fasciste nei "villaggi balcanici". Ma queste sono soltanto le rare voci dissonanti. Il discorso di Napolitano ha avuto una grande risposta anche nella regione Friuli Venezia Giulia, dove il governo ha organizzato numerose manifestazioni, anch'esse passate senza menzionare i crimini fascisti. Anche nelle altre città dell'Italia è successo lo stesso, soltanto a Firenze e a Carrara si sono scontrati gli organizzatori ufficiali, principalmente della postfascista Alleanza nazionale, con i manifestanti che volevano sentire anche la condanna del fascismo. Il discorso di Napolitano non rimarrà senza conseguenze anche per il rapporto croato- italiano. E' triste che Napolitano con il suo atteggiamento unilaterale abbia aggiunto benzina sul fuoco e abbia accettato la manipolazione politica dei fatti storici, il che non può contribuire a quella "riconciliazione" per la quale i politici italiani si impegnano a parole. Adesso si vede che il seme del berlusconismo ha dato anche dei frutti molto pericolosi, e che hanno abboccato anche i membri del centro sinistra, entrati facilmente nello schema del revisionismo storico che gli ha imposto l'ex governo Berlusconi. Questo clima non farà che rimandare la riconciliazione storica fra Croazia e Italia e contribuirà all'escalation di reciproche accuse e risentimenti, da entrambe le parti.

Damir Grubisa, 12 febbraio 2007, Novi List (tit. orig. Napolitanov revizionistički govor )

 dall'Unità    - 12-02-2007
Il presidente croato attacca Napolitano: razzista sulle foibe

Il presidente della Croazia Stipe Mesic si è detto oggi «costernato» dalle dichiarazioni del presidente Giorgio Napolitano in occasione della Giornata del Ricordo delle Foibe e dell'Esodo «nelle quali è impossibile non intravedere elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico». Il presidente croato Stjepan Mesic ha risposto con estrema durezza al discorso pronunciato il 10 febbraio scorso, «giorno della memoria» a ricordo delle vittime italiane delle foibe e degli esuli istriani e dalmati, dal presidente Giorgio Napolitano.


 dal Manifesto    - 12-02-2007
Giù le mani dalle foibe

Enzo Collotti

I fatti ci hanno dato ragione. I timori che avevamo espresso fin da quando fu istituto il giorno del ricordo si sono puntualmente avverati. Anche dalle più alte cariche dello Stato si è sentito il dovere di enfatizzare una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, l’unica che possa servire ad elevare il nostro senso civile, ma che alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale. Per questo vogliamo ribadire quanto scrivevamo già due anni fa con la prima Giornata del Ricordo per onorare le vittime delle foibe.
Non era difficile prevedere che collocare la celebrazione a due settimane dal Giorno della Memoria in ricordo della Shoah, avrebbe significato dare al fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili, che hanno l’unico denominatore comune di appartenere tutte all’esplosione sino allora medita di violenze e sopraffazioni che hanno fatto del secondo conflitto mondiale un vero e proprio mattatoio della storia. Nella canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili la cosa più sorprendente è l’incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe. Come purtroppo è già avvenuto in altre circostanze, l’incapacità di rileggere la propria storia, ammettendo responsabilità ed errori compiuti senza per questo confondersi di fatto con le ragioni degli avversari e degli accusatori di comodo, cadendo in un facile e ambiguo pentitismo, non contribuisce - come fa il discorso del presidente Napolitano - a fare chiarezza intorno a un nodo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini.
La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. Sin quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, di una regione italiana, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dal vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell’italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell’italianità sopraffattrice. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando parliamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l’Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro paese.
Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata (senza parlare dei sudtirolesi o dei francofoni della Valle d’Aosta) addirittura da prima dell’avvento al potere; della brutale snazionalizzazione (proibizione della propria lingua, chiusura di scuole e amministrazioni locali, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati, toponimi cambiati) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica? I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero, che volevano impedire lo sviluppo dei porti jugoslavi per conservare all’Italia il monopolio strategico ed economico dell’Adriatico. Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale adriatico, sullo sfondo della Risiera di S. Sabba e degli impiccati di via Ghega?
Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. E’qui che nascono le radici dell’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria.
Nella storia non vi sono scorciatoie per amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti. Al singolo, vittima di eventi più grandi di lui, può anche non importare capire l’origine delle sue disgrazie; ma chi fa responsabilmente il mestiere di politico o anche più modestamente quello dell’educatore deve avere la consapevolezza dei messaggi che trasmette, deve sapere che cosa significa trasmettere un messaggio dimezzato, unilaterale. Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale (Msi) un tempo e i suoi eredi oggi usano e strurnentalizzano il dramma delle foibe e dell’esodo per rinfocolare l’odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l’unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionalistico e della guerra fredda.
1 profughi dall’Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell’Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci ha esortato Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, 2005) bisogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell’Europa. Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall’Istria, ma l’Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornavano (i più fortunati) dai campi di concentramento, di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari -centinaia di migliaia, che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione?
La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) stile foibe, è fatta di molti silenzi e di molte rimozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d’Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provincialismo.

"Il Manifesto", 12/02/2007

 dall'Osservatorio sui Balcani    - 16-02-2007
Perché Napolitano sbaglia

Bruciano come la benzina le dichiarazioni del presidente italiano Giorgio Napolitano e le repliche di quello croato Stipe Mesić e rischiano di destabilizzare politicamente l'alto Adriatico. Sono accuse e repliche ineluttabili e giustificate? E che cosa in realtà le motiva? Calcoli politici, crisi interne nei due paesi con tanto bisogno di nemico esterno? Sensi di colpa e svolte storiche?

A farne le spese saranno nuovamente tutti coloro che da anni si adoperano per sciogliere il nodo scorsoio dei contenziosi storici, più o meno motivati e corroborati dai fatti, lungo il confine orientale d'Italia e quello occidentale dell'ex Jugoslavia, della Slovenia e della Croazia.

A farne le spese è purtroppo anche questa volta la verità storica, svilita proprio dai tanti inni retorici alla "verità" e alla "memoria".Personalmente sono dell'avviso che nè i toni e le parole scelte da Napolitano, nè quelli di Mesić siano particolarmente degni di due presidenti democratici ed europei.

Certo, il presidente croato è sanguigno e da presidente si è permesso una serie di valutazioni (prima sulle foibe e ora in dura polemica con l'omologo italiano) poco consone ad un capo di stato, ma che allo stesso tempo, intese storicamente, potrebbero avere più di qualche ragione.

La retorica della memoria scelta da Napolitano nel suo discorso a Roma si è invece articolata seguendo degli stereotipi con evidenti sfumature antislave tipici ed esclusivi fino a qualche anno fa dell'estrema destra nazionalista, soprattutto di quella lungo il confine orientale. Una retorica e degli stereotipi di cui si poteva prevedere l'effetto e che invece vede tutto l'arco costituzionale fare quadrato bipartisan attorno al presidente. Siamo all'omologazione nazionale e patriottarda di risorgimentale memoria?

Ma andiamo per ordine. Napolitano aveva parlato, riferendosi alle vittime delle foibe, di "un moto di odio, di furia sanguinaria" e di "barbarie" e di un "disegno annessionistico slavo che prevalse nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica". Queste parole hanno suscitato la reazione del presidente croato che ha colto in esse elementi di "razzismo e revanscismo". Mesić sbaglia? La tesi di un "espansionismo slavo" tende effettivamente ad etnicizzare, tra l'altro con la tipica smania di omologare il mondo slavo ad un concetto prenazionale, quindi involuto rispetto alla propria civiltà nazionale, un fenomeno storico ben più complesso.

Quella sull' "odio e la furia sanguinaria" attribuita a questo "espansionismo slavo" tende ad attribuire a tale fenomeno un alone di barbarie che avalla la percezione di un moto meno civile che arriva dall' est. Purtroppo tutt'oggi il grosso della stampa e della televisione italiane continuano a riprodurre lo stereotipo fondamentalmente etnicista di un mondo slavo di non meglio identificabili connotazioni nazionali. Basti leggere la cronaca nera; i malavitosi extracomunitari sono di sovente "slavi". In questa categoria etnica e dai connotati un pò razzisti vengono inclusi un pò tutti quanti provengono dal Balcani occidentali ovvero dall' ex Jugoslavia; serbi, bosniaci, croati, macedoni, rom, persino kosovari di etnia albanese.Con il termine veneto di slavi, cioé "s'ciavi", vengono invece indicati con disprezzo dai nazionalisti italiani, soprattutto nei circoli dell'estrema destra, anche gli sloveni del Friuli Venezia Giulia.

Ma Napolitano fa uso anche del lemma "milizie titine", riferendosi all'esercito jugoslavo e partigiano del maresciallo Tito. Anche qui tradisce una certa insofferenza che è paradossalmente ideologica, visto che il presidente italiano fu in quegli anni di piombo fedele compagno di partito di Palmiro Togliatti. Inoltre Napolitano allude piuttosto chiaramente ad una presunta illegittimità del Trattato di pace del 1947, con cui si pose fine agli strascichi della seconda guerra mondiale, castigando, tutto sommato moderatamente, l'Italia cui rimasero sia Trieste che Gorizia, per il suo imperialismo e razzismo fascista e la sua alleanza, fino al 1943, con la Germania di Hitler.

Pensare che tali affermazioni, fatte da un presidente europeo, non provocassero la reazione dei diretti interessati, era un'ingenuità. Mesić non e' stato "politicamente corretto" e ha scelto di dire senza tatto diplomatico quanto pensano in molti oltre confine. Ma l'elemento di maggior ipocrisia in questa vicenda è il richiamo ossessivo alla "memoria" e alla "verità storica" nei discorsi ufficiali di coloro che invece ignorano sistematicamente quanto l'indagine storica documentata ha prodotto fin' ora anche sul tema delle foibe e dell'esodo.

Ricordiamo che nel 1993, su iniziativa delle diplomazie italiana e slovena (Andreatta-Peterle) venne costituita una commissione storico-culturale mista, composta da eminenti nomi di provata competenza e autonomia accademica, di entrambi i paesi. La commissione lavorò per 7 anni, con alcune interruzioni durante il primo governo Berlusconi e nel 2001 elaborò, non senza lunghi dibattiti che percorsero la traccia di una ricerca documentata, una relazione storica in cui, sinteticamente ma in termini molto qualificati, venivano descritti e spiegati i fatti ed i fenomeni salienti nei rapporti tra italiani e sloveni dalla fine dell' Ottocento al 1954, anno del Memorandum di Londra e della conclusione, grosso modo, dell'esodo istriano-dalmata.

La relazione di una quarantina di pagine toccava tutti di fatti dolorosi a cavallo del confine, compresi il ventennio fascista, la "bonifica etnica" mussoliniana a danno di sloveni e croati, la guerra con i suoi massacri, i campi di concentramento nazifascisti, la repressione comunista, le foibe e l'esodo. Il tutto, com'è giusto e ovvio in un'analisi storica, contestualizzato, senza estrapolazioni strumentali.

Ma quella relazione, pubblicata ufficialmente solo a Lubiana, venne ignorata o persino censurata dalla Farnesina. Solo Il Piccolo di Trieste la pubblicò in anticipo, bruciandone un pò la valenza politica. Il governo italiano non ne volle sapere invece nulla. Perché? Perché nel centrosinistra italiano era già avviata la metamorfosi politica dell'ex PCI, ovvero dei Democratici di sinistra che, ispirati prima dal triestino Stelio Spadaro, poi da Luciano Violante e da Piero Fassino, vedevano nel revisionismo storico uno strumento efficace non solo di "espiazione" e "purificazione", ma anche e soprattutto di allontanamento simbolico dai postulati comunisti, che la destra continuava a attribuirgli.

In questo dilagare del revisionismo e anche di un certo negazionismo delle responsabilità dell'Italia fascista nelle tragedie lungo il confine orientale, c'è stata una corsa alla "memoria" in cui una certa sinistra ha tentato di scavalcare pure l'estrema destra, assumendone i toni e le interpretazioni, spesso e volentieri improntate ad un disprezzo per il mondo slavo ed il suo "odio sanguinario". E così, nonostante l'indagine storica non confermi la tesi del genocidio e delle pulizia etnica "titina", ma documenta una violenza reattiva e una repressione politica di cui fecero le spese, oltre a nazisti e collaborazionisti, anche civili innocenti e oppositori politici di diversa etnia, si avalla il mito dei 20 mila infoibati "solo perché italiani". La relazione storica parla di "alcune centinaia di infoibati", mentre le ricerche della storica Nevenka Troha, indubbiamente una dei più onesti e coraggiosi esperti di massacri del dopoguerra, portano la cifra approssimativa dele vittime delle foibe ad un massimo di 1600. E poi si continua a parlare di 350 mila esuli istriani e dalmati, ignorando che la ricerca storica documenta circa 204 mila persone che lasciarono con l'esodo i territori ex italiani.

Roma continua a ignorare lo sforzo degli storici di offrire un quadro il più possibilmente obiettivo di quanto avvenne attorno al confine orientale durante e dopo la seconda guerra mondiale. Il mito avallato e istituzionalizzato con particolare enfasi retorica e calcolo politico viene assurto ora a religione di stato. La proposta, fatta a più riprese da alcuni storici e politici, di aprire la tristemente famosa foiba di Basovizza per verificare cosa e quanto contenga in verità, anche per dare un'identità e degna sepoltura ai resti umani lì rinchiusi, è stata sempre energicamente censurata dai sostenitori delle tesi di un genocidio antiitaliano. Strano, la pietas viene in verità sepolta dai timori di veder apparire una realtà diversa? Chi ha in verità timore della verità storica? Chi perpetua in verità la "congiura del silenzio"?

Franco Juri

 peter behrens    - 20-02-2007
Finalmente un ragionamento serio ed apprezzabile in questa canea reazionaria che mi circonda. Bravi, forse non siamo soli come pensiamo

 Fabio Mosca    - 24-02-2007
Da Il Piccolo del 10 gennaio 1995.

"...Pubblichiamo di seguito l'elenco dei resti esumati dagli angloamericani tra 11 settembre e 11 ottobre del 1945. Al momento è l'unico rapporto ufficiale dettagliato su quanto fu riesumato dalla "foiba di Basovizza.
L elenco - tratto dal punto 3 del rapporto segreto datato 15 ottobre 1945, fu inviato dal colonnello Earle B. Nicols della sezione informativa G- 2 del Quartier Generale delle Forze alleate all'Assistant Chief of Staff, il tenente colonnello J.G. Sweetman.
Il documento è conservato negli archivi del Public Record Office di Londra..." " ...L'operazione è iniziata il 7 agosto, ma a causa di molti problemi fastidiosi dovuti all'equipggiamento non idoneo, i lavori rimasero bloccati per due settimane fino alla sostituzione della benna, e nessun soddisfacente recupero fu possibile fino al 21 settembre 1945.
Il materiale recuperato durante tale periodo comprende sia molti oggetti vari mescolati a pietrisco, sia stivali contenenti i resti di piedi d'un cadavere senza testa.
(...) 22 settembre una tunica e un braccio umano 23 settembre: recupero insoddisfacente 24 settembre: due carcasse di cavallo, parti di un'arma automatica e il fodero di una spada.
25 settembre: resti di un cavallo e tre corpi umani (uno di un tedesco WO, un altro presumibllmente di un tedesco), il terzo presumibilmente di sesso femminile.
26 settembre: quattro corpi umani, resti di cavalIo e indumenti 27 settembre: resti umani (human flesh) resti di cavallo e zoccoli.
28 settembre: un corpo umano, resti umani 29 settembre: giorno dedicato alla manutenzione.
4 ottobre: resti umani, resti di cavallo, indumenti e uno stivale.
5 ottobre: resti umani, due piedi, resti di cavallo, capelli.
6 ottobre: resti umani, pietrisco, legname.
8 ottobre: pletrisco, due piedi, uno stivale, un berretto inglese "G.S." (si pensa appartenuto per ultimo a un membro della guardia). (la bora?) 9 ottobre un corpo, due piedi, una mano, pletrisco.
Nota: durante il mese di ottobre i rapporti non sono stati ricevuti con continuità..." DA DOVE VENNE LA NOTIZIA CHE LA "FOIBA" ERA PIENA DI CADAVERI DI ITALIANI UCCISI SOLO PERCHè ITALIANI?
"...Il giornalista Giovanni D'Alò del "Giornale della sera" di NAPOLI pubblicò nell' edizione del 30 novembre 1945 una descrizione dell'attività di recupero con la benna e propose, per la prima volta, il calcolo a metri cubi delle salme...
" A 190 metri di profondità-dice il giornalista-uno strato di 18,20 metri di spessore su una superficie di 24 metri quadrati: tre corpi per metro cubo moltiplicati per i 430-480 metri cubi di riempimento ed ecco il prodotto di 1.200-1.500 salme." A NAPOLI QUINDI SI DIEDE LA "NOTIZIA"...
MA ERANO TROPPO POCHI!
"Nell'agosto 1948 il " Messaggero veneto" e la "Voce libera" descrivono una esplorazione del pozzo ad opera di privati che constatano come la profondità sia salita a 192 metri contro i 226 indicati originariamente, e nell'aprile dell'anno successivo il Consiglio comunale di Trieste delibera la spesa per il recupero delle salme ivi contenute..." "...Il pozzo, all'inizio degli anni Cinquanta viene abbandonato e si trasforma in discarica del Governo militare alleato.
La copertura temporanea è del 1959 per opera del Commissariato generale per le onoranze in guerra, del ministero della difesa, su sollecitazione di padre Flaminio Rocchi..." ------------------------------------------------------------------------------

ECCO. SU QUESTE BASI "SOLIDE" E' IMPERNIATA LA CAMPAGNA SULLE FOIBE!!!!!

 Fabio Mosca    - 24-02-2007
"...Poi sono venuti l'89 col crollo del socialismo reale e il '92 con Tangentopoli; il passato è diventato d'un tratto ingombrante e il processo s'è capovolto. Nessuno cerca più legittimità nella storia perché essa è vergogna, lutto, dolore, violenza e c'è bisogno del "nuovo" che processa la storia e la separa dalla politica. I fascisti non sono più mussoliniani, il Pci si è autosciolto e i cattolici non sono più democristiani..."

Ed invece la storia ritorna. Ma deformata. Ciò che fa male è vedere in vecchio ex comunista come Napolitano, od uno snob come Bertinotti che pretenderebbe di "rifondare" nientemeno che il comunismo, scendere a livello di un fascistello ignorante e picchiatore divenuto "onorevole"...

Come disse Dizdarevic durante l'assedio di Sarajevo: " il nazionalisimo è la malattia senile del comunismo", parlando di Milosevic....
Che sia la malattia che ha colpito anche questi ex comunisti italiani?

Napolitano poi si è scusato con Mesic dicendo che non voleva parlare delle Croazia.... e di che cosa parlava allora? Chi erano quei "titini" con l'hobby della foiba? Marziani?
Queste scuse non sono state riportate dalla stampa in Italia...

 dal Coordinamento Nazionale Jugoslavia    - 25-02-2007
Squadrismo a La Spezia

Il 9 febbraio u.s. a La Spezia ad Alessandra Kersevan è stato impedito di concludere una conferenza sui crimini di guerra commessi dagli italiani contro le popolazioni slave nel corso della II Guerra Mondiale.
Il giorno prima, l'8/2, su il Giornale era comparso un articolo dal titolo: "E a La Spezia fanno parlare la storica friulana negazionista Kersevan". Nel pomeriggio con una telefonata la responsabile dell'Istituto Storico spezzino avverte la relatrice che arrivano pressioni dal prefetto e da altri personaggi perché la conferenza non venga fatta. Ma la Presidente del consiglio provinciale, Bertone, decide di assumersi la "responsabilità" di farla, la conferenza. Tutti gli altri politici (la provincia è amministrata dal centro-sinistra) che dovevano essere presenti si defilano.
Durante la conferenza, dopo cinque minuti, mentre la relatrice esamina le vicende dell'aggressione alla Jugoslavia, una persona dal pubblico (la sala era piena, circa 150 persone) interrompe dicendo che "non deve parlare di campi ma di foibe". Continua a ripetere la stessa cosa per oltre cinque minuti, mentre la presidente e altre persone cercano di convincerlo a lasciar continuare.
Intanto un altro si ammanta con una bandiera italiana; altri due o tre cominciano a spalleggiare il primo. Su invito della Bertone interviene la Digos, che con molta delicatezza convince il tipo ad uscire un momento. Dopo un minuto rientra e continua a fare quello che faceva prima, gridando e impedendo alla Kersevan di continuare. Intanto interviene quello con la bandiera, proponendo che la legge proposta da Mastella contro il negazionismo venga estesa anche ai "negazionisti delle foibe".
Praticamente dopo oltre due ore di bagarre, alle 19.30 la Kersevan rinuncia al suo intervento.

a cura di AM per il CNJ, sulla base di quanto riferito dalla diretta interessata)

Contrastare il revisionismo storico

Alessandra Kersevan era stata invitata dal locale Istituto storico e dal comune di Bellaria Igea Marina a fare una conferenza per presentare il suo libro sul campo di concentramento di Gonars. Era l'ultima di una serie di conferenze dedicate alla storia del confine orientale.
In questa organizzazione si era poi inserita anche la Provincia di Rimini.
L'Istituto annullava all'ultimo momento la conferenza adducendo come scusante che c'erano state pressioni da parte di AN, che denunciava la Kersevan come storica "negazionista".
Nella vicenda dei campi di concentramento i negazionisti caso mai sono quelli di AN, ma tant'è i politici di centro sinistra della provincia han pensato bene di cedere alle pressioni squadristiche e hanno annullato la conferenza.
Va aggiunto il testo della mail che la storica ha indirizzato al Presidente e all'Assessore della provincia di Rimini (quest'ultima poi ha scritto, scusandosi e rinnovando la "stima" nei suoi confronti...):

"Vi state prestando ad una operazione di censura di stampo fascista, nei confronti di una studiosa che il vostro istituto storico aveva giudicato scientificamente degna di fare una conferenza, ma voi avete preferito basarvi sui giudizi politicamente interessati dati da politici di AN.
La vicenda del campo di concentramento fascista di Gonars e degli innumerevoli altri campi fascisti in cui morirono fra il 1941 e il 1943 7000 sloveni, croati, montenegrini - donne, uomini, vecchi, bambini, cioè famiglie intere rastrellate dall'esercito italiano in quelle terre occupate e ANNESSE (!!) - di fame e di malattie è uno dei tanti crimini di guerra impuniti commessi dall'esercito italiano in Jugoslavia. I politici (o politicanti, forse è meglio usare questo termine) italiani che si riempiono ora da destra a sinistra la bocca con la giornata del ricordo, non sanno nulla della storia delle terre del confine orientale e di ciò che il fascismo vi ha rappresentato. La mia conferenza poteva essere una buona occasione per saperne qualcosa, almeno per la popolazione di Bellaria. Vi ricordo che la stessa legge istitutiva della giornata del ricordo, parla anche delle "più complesse vicende del confine orientale", e quindi avreste avuto anche la copertura della legge, se vi occorreva proprio. Ma come diceva il Manzoni, il coraggio uno non se lo può dare, e voi non ve lo siete dato. Forse si tratta solo di piccoli e meschini calcoli politici.
L'assessore alla cultura di Bellaria, unica che mi abbia contattato, anche se solo dopo che io l'avevo cercata, mi dice che la mia presenza avrebbe messo in pericolo l'ordine pubblico. A parte l'evidente esagerazione, mi pare che i fascisti adesso abbiano capito bene cosa dovranno fare in futuro, quando si parlerà di argomenti che non gradiscono: mobiliteranno le loro squadracce minacciando l'ordine pubblico, e tutti caleranno le brache. Mi pare che il fascismo nel '20 abbia trionfato così. Spero che tutto questo vi si rivolti contro, e che gli elettori antifascisti della provincia di Rimini sappiano almeno togliervi il loro consenso.
Alessandra Kersevan
"

CHE FARE?

Ormai da due anni in coincidenza del 10 febbraio assistiamo ad indecorose iniziative e prese di posizione sulle questione "foibe", che anziché riflettere la verità e le documentazioni storiche manifestano posizioni strumentali e storicamente prive di ogni fondamento tipiche del revanscismo nazionalista che ha sempre ispirato i fascisti di ogni risma ed oggi lambisce ampi settori del centro-sinistra.
Occorre contrastare la tendenza alla menzogna storica estendendo iniziative tipo quella di Alba e Crema.
La nostra associazione è disponibile a dare il suo contributo culturale, politico ed organizzativo per preparare unitariamente per l'anno prossimo un convegno-seminario nazionale che dia un contributo storicamente rigoroso su ciò che è accaduto sul confine nord-orientale italiano in tutta la prima metà del secolo scorso in modo da contrastare strumentalizzazioni, menzogne e superficialità.

Rimaniamo in attesa di contributi e proposte.

Milano, 16 febbraio 2006

Per L'altra Lombardia - SU LA TESTA

Giorgio Riboldi