La memoria abusata
Giuseppe Aragno - 27-01-2007
Dallo Speciale Il tempo e la storia



Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica grazie al voto di deputati che nessuno ha mai eletto - i precedenti di questo Parlamento vanno cercati nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni - s'è nominato paladino ritardatario della Shoa e difensore d'ufficio del sionismo. Va bene così. Ho fondati motivi per temere che non durerà ancora molto, ma per il momento ognuno è libero di esprimere le sue opinioni e ne approfitto per ricordare a Napolitano come, grazie all'amnistia firmata da Palmiro Togliatti, segretario del suo partito politico, la stragrande maggioranza degli italiani responsabili dell'Olocausto l'hanno fatta franca. Non so se ne ha memoria, ma mi creda, persino i firmatari del "Manifesto degli scienziati razzisti", pubblicato in pompa magna sul "Giornale d'Italia" il 14 luglio 1938, transitarono senza difficoltà dalle cattedre delle università fasciste a quelle repubblicane. Sabato Visco c'era ancora nel 1963, Eduardo Zavattari nel 1958, Nicola Pende nel 1955.
E qui mi fermerei per carità di patria, se il Presidente non ci avesse intimato di dimenticare le responsabilità del sionismo e non fossi preso dal timore di dover imparare ad esaltare o rifiutare "ope legis", così come per legge si va ormai decidendo quello che occorre ricordare o dimenticare. Le mie opinioni politiche riguardano la mia coscienza e sono vincolate solo dalla legalità costituzionale che tutela la libertà di espressione del pensiero e quella d'insegnamento. La mia generazione non ha atteso il 2006 per esprimere la sua condanna irrevocabile delle aggressioni sovietiche: quando Napolitano e molti altri tacevano io e tanti come me, che oggi ritengono assolutamente inaccettabile il martirio della Palestina, facemmo sentire la nostra voce e uscimmo dal Pci. Oggi come allora, alta e libera deve poter salire la nostra protesta per Beirut massacrata, la Palestina martirizzata, per Guantanamo torturata e per tutto ciò che sarà domani la memoria di oggi. Il male non si combatte calendario alla mano, nei giorni deputati all'uso pubblico della storia. Il ministro Mastella faccia le leggi che vuole - leggi erano pure quelle fasciste - ma chi è abituato a star zitto quando conviene, non ci ridurrà a pecore obbedienti e non otterrà di farci tacere criminalizzandoci e minacciandoci.
Fosse vivo oggi Primo Levi - l'ha ucciso la repellenza per l'ipocrisia - ripeterebbe ciò che disse anni fa, di fronte al Libano massacrato, a un giornalista che chiedeva: "Qual è la lacerazione più profonda che provano oggi gli ebrei davanti a quello che accade in Libano?". La lacerazione, egli rispose, "è tra l'immagine che ci eravamo costruiti dello Stato d'Israele (e cioè di essere il paese oasi, il paese della ricostruzione della nazione ebraica) e, invece, la nuova evoluzione, in senso militarista, in senso larvatamente fascista. Si trattava di ridare un centro non solo geografico, ma anche culturale, all'ebraismo mondiale. Adesso stiamo assistendo al prevalere delle istanze nazionaliste in senso aggressivo".[1]. Che farebbe Mastella? Ne chiederebbe l'arresto? E che senso hanno di fronte ad un uomo di tale statura, di fronte alla sua tragica testimonianza, le parole del Presidente della Repubblica?
Lo dico apertamente: non vorrei essere nei panni degli storici che verranno. Cosa potranno dire di noi, a cosa si appiglieranno per giustificare la vergogna in cui sprofondiamo? Quando avranno di fronte le leggi dei nostri Parlamenti, le dichiarazioni dei nostri politici, le cronache dei nostri giornali in questi primi anni del nuovo secolo, si chiederanno invano dove sia finita l'intelligenza critica della nostra gente. Alla fine della guerra libica Salvemini ebbe lucidamente a domandarsi: "Non esistevano, dunque, in Italia studiosi seri e coscienziosi? Che cosa facevano gli insegnanti universitari di geografia, di storia, di letterature classiche, di diritto internazionale, di cose orientali? Credettero anch'essi alle frottole dei giornali? E se non ci credettero, perché lasciarono che il paese fosse ingannato? Oppure considerarono la faccenda come del tutto indifferente per la loro olimpica serenità?".[2] Non fece a tempo a cercare risposte: seguirono a ruota la "Grande guerra" e il fascismo.

Note

1) Primo Levi, "La Repubblica", 28 giugno 1982
2) Gaetano Salvemini in AA: VV., Come siamo andati in Libia, La Voce, Firenze 1914, p. X.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 gp    - 27-01-2007
L’articolo del Manifesto è precedente al decreto, poi, effettivamente approvato dal governo … ma il contenuto dell’intervista mi sembra interessante.

Una storia decisa per decreto

Memoria per legge. Le polemiche sul progetto di vietare il negazionismo. La proposta del guardasigilli va rifiutata perché punta a legittimare una verità di stato incontrovertibile. Un'intervista con lo storico Marcello Flores

«L'obiettivo era bloccare l'iniziativa del ministro della giustizia Clemente Mastella, che vuole proporre una legge che equipara a reato la negazione della Shoa. Spero che il prossimo consiglio dei ministri respinga quella proposta». A parlare è lo storico Marcello Flores, che dell'appello firmato da centinaia di storici è il primo estensore assieme a Enzo Traverso e Simon Levi Sullam. «Non pensavo - continua Flores - che l'iniziativa raccogliesse cosi tanto e veloce consenso. Se poi pensi che tutto è nato una sera in cui ho sentito la dichiarazione di Mastella, ho preso il telefono, parlato con Enzo Traverso e Simon Levi Sullam e deciso insieme a loro che andava fatto qualcosa di scritto per esprimere il nostro dissenso e che poi quel testo, discusso con altri storici, abbia raccolto tutte quelle firme in così poco tempo, puoi davvero rimanere stupito. Spesso, noi storici per prendere una decisione ci mettiamo molto tempo, ma in questo caso forse il terreno era stato preparato da una lunga discussione che nei mesi scorsi ci aveva coinvolto dopo che in Francia il governo di Parigi aveva decretato per legge che negare lo sterminio degli armeni era da considerarsi un reato. In molti abbiamo espresso i nostri dubbi sulla validità di una legge di questo tipo. Nessuno pensava di rimettere in discussione l'esistenza del genocidio armeno. E tuttavia ritenevamo che andasse respinto il fatto che sia uno stato a stabilire quale sia la verità storica».
Marcello Flores è uno storico che ha affrontato temi controversi - Dal Genocidio degli armeni (Il Mulino) al Secolo-mondo. Storia del Novecento (Il Mulino), dal Sessantotto (il Mulino) a Tutta la violenza di un secolo (Feltrinelli) - con un rigore che è gli è unanimemente riconosciuto. Ultimamente ha curato per la casa editrice Utet, assieme a Marina Cattaruzza, Simon Levis Sullam e Enzo Traverso, una monumentale Storia della Shoah, che sarà presentata nei prossimi giorni in occasione della «giornata della memoria». Parlare con lui è come riannodare i fili di un passato comune che ha avuto le pagine di questo giornale lo spazio pubblico per discutere, ad esempio, di quell'uso pubblico della storia che una nuova generazione di studiosi proponeva negli anni Ottanta come il campo tematico da arare per innovare la ricerca storiografica. Marcello Flores era una firma abituale del manifesto, mentre chi scrive muoveva solo allora i primi passi nella redazione di Via Tomacelli. Poi le strade si sono separate, ma i suoi libri sono comunque una miniera di sollecitazioni, riflessioni talvolta scomode, ma sempre sorrette da basi storiografiche solide.

La proposta del ministro della Giustizia ha incontrato dissensi e approvazioni. Siete intervenuti voi storici, ma anche esponenti politici, esponenti della comunità ebraica, opinion makers. Nel governo poi si sono manifestate anche posizioni divergenti. Rutelli, ad esempio, ha esternato non pochi dubbi sulla legittimità di una legge come quella ipotizzata da Mastella. Che ne pensi?

Sono contento che Rutelli abbia preso posizione. Speriamo che altre personalità politiche del centro sinistra facciano lo stesso e nel prossimo consiglio dei ministri si discuta di altro e non della proposta del ministro Clemente Mastella.

Nel documento ponete con forza due questioni: la libertà di ricerca e il rifiuto di una verità di stato imposta per legge.....

C'è un aspetto per certi aspetti inquietante che viene svelato dalla proposta di Mastella. Lo riassumo così: il Novecento è stato un secolo che ha conosciuto spesso delle grandi tragedie. Non credo che la sua eredità possa essere affrontata da leggi che impongano una verità incontrovertibile su quelle tragedie. Sta infatti prendendo piede un'idea in base alla quale sono i ministeri della giustizia a gestire quella eredità, stabilendo cosa sia lecito e cosa illecito dire rispetto al proprio passato nazionale. Ma così facendo, un paese si mette la coscienza a posto e chiude i conti con il proprio passato. Una deriva che va arginata.
Siamo inoltre abituati a pensare che imporre una verità storica sia stata una caratteristica di regimi autoritari. Ma una legge emanata da un governo democratico che sanziona come reato la negazione della Shoah non risponde a una logica simile, anche se di segno contrario, a quella che muove ad esempio l'attuale governo iraniano che vuole negare per decreto l'esistenza di Israele e lo sterminio degli ebrei compiuto dai nazisti. Va dunque respinta l'idea di una «storia di stato», anche se è mossa da buoni propositi.

C'è inoltre il rischio del blocco della ricerca storiografica, non credi?

La ricerca storiografica non si può bloccare. Prendiamo la Shoah. Sappiamo che c'è stata e come è stata condotta, eppure ci sono alcuni aspetti che devono essere ancora indagati. Mi riferisco ad esempio al riflesso locale delle deportazione e dello sterminio degli ebrei. Una dimensione locale che va indagata, studiata. Allo stesso tempo suscita molta discussione tra gli storici il grado di consenso, di partecipazione attiva o di passività della popolazione. Fattore certamente studiato in passato, ma che recentemente ha dato l'impulso a nuove indagini storiche di indubbio interesse. Oppure il grado di coinvolgimento dello stato o della burocrazia statale nella Shoa o nella persecuzione degli ebrei. Fattori che alimentano filoni di ricerca inediti.
La ricerca storiografica deve infatti misurarsi con gli aspetti controversi del divenire storico. Mi spingo oltre. C'è una grande discussione sul numero dei morti e sulla unicità o meno dell'Olocausto. Sul primo aspetto, credo che il numero dei morti non si saprà mai. Ma sul tema dell'unicità o meno dell'Olocausto entra in campo il legame della Shoa con la storia occidentale. E' una discussione aperta. Ci sono storici che fanno dell'unicità un moloch indiscutibile. Ci sono poi studiosi ebrei che fanno dell'unicità della Shoa un fattore costituivo dell'identità ebraica. Bene, penso invece che sia un tema da discutere a fondo e che la ricerca storica possa aiutare a orientare proprio la discussione, senza che questo significhi rimettere in discussione l'Olocausto.

La Germania, la Francia hanno già leggi che equiparano a reato chi nega la Shoa . Recentemente alcuni esponenti del parlamento europei hanno posto il problema di un dispositivo dell'Unione europea che vada in questa direzione, perché, sostengono, la Shoa un fattore costitutivo dell'identità europea. Che ne pensi?

La discussione, la riflessione sulla Shoa ha avuto un peso rilevante nel processo di costruzione dell'Europa. Mi auguro che il parlamento Europa faccia una dichiarazione dal forte contenuto morale, ma non normativo in cui si afferma che la Shoa è un momento fondante nella storia europea che non si vuol ripetere. Una dichiarazione che abbia la stesso tonalità morale e politica della dichiarazione dei diritti dell'uomo. Nulla a che vedere quindi con una verità storica di stato.

Ultima questione. MI sembra che un tema a te caro, l'uso pubblico della storia, sia diventato un uso pubblico della storia per legittimare il presente con i suoi governi e il suo ordine sociale. Non ti sembra uno slittamento verso l'uso politico della storia?

Più che a un uso pubblico della storia, ci troviamo di fronte a un uso politico della storia legata a una contingenza spesso triviale. Un processo che va respinto, senza chiudere gli occhi sulle scomode verità che la storia ci propone.

Benedetto Vecchi

 dal Manifesto    - 27-01-2007
Shoah, la memoria non si difende per legge

Può una legge difendere la memoria della Shoah? Può la galera per chi nega un male indicibile difendere le vittime di un crimine assoluto? E battere chi ne evoca linguaggi e forme? Evidentemente no. In cuor suo se ne deve essere convinto persino il ministro Mastella avendo egli, all'ultimo momento, cambiato il disegno di legge che da oggi inasprisce le pene per «chiunque diffonda idee sulla superiorità razziale», evitando ogni esplicito riferimento al negazionismo della Shoah. Le proteste degli storici un effetto lo hanno quindi avuto. Ma, come spesso accade in Italia, il provvedimento proposto dal Guardiasigilli ha maglie talmente larghe da poter far rientrare dalla finiestra ciò che è stato fatto uscire dalla porta.

Una comunità che ha bisogno di una legge per affermare quelli che dovrebbero essere i suoi valori costitutivi è una comunità debole. Lancia un segnale di fragilità: andrebbe affrontata in altro modo, con un profondo lavoro sulla cultura comune (a partire dalla scuola, sempre più abbandonata a se stessa o considerata un'azienda privata). Invece si preferisce reintrodurre il reato d'opinione, una nuova legge Mancino (più estensiva), quella che la sinistra aveva combattuto in un recente passato. Servirà a far sparire dagli stadi o dalle strade svastiche, saluti romani, cori razzisti? Non è mai andata così. Anzi, come dovrebbe insegnarci la lezione tratta dall'applicazione (si fa per dire) della legge sull'apologia del fascismo, servirà ad abbassare l'attenzione politica e culturale in difesa dei valori costituenti della nostra democrazia, perché «tanto ci penserà un giudice». Sapendo che non ci penserà quasi nessuno e che il violare la legge sarà un motivo in più per far uscire cose becere o stupide dalla bocca di chi non sa nemmeno ciò che dice, quel che ha significato e significa.

E' un modo sciocco e controproducente per affrontare problemi epocali. Come minimo semplificatorio. Come quell'affermazione di ieri del presidente della Repubblica che equipara l'antisemitismo all'antisionismo. Che, nella politica di guerre che segna la nostra contemporaneità, producano entrambi disastri non significa che siano la stessa cosa: appiattire le differenze è un regalo a chi domani negherà il male di Auschwitz e la sua memoria.

Gabriele Polo

 ilpastore    - 27-01-2007
Ha ragione da vendere Giuseppe Aragno e ciò che scrive è, almeno per me, di un'evidenza cristallina. Ma poi? Come si fa a tradurre in pratica questa evidenza se, dappertutto, c'è omertà, complicità, opportunismo? Ed è inutile citare il manifesto: anche loro hanno paura. Guai a dire di essere antisionisti, si correrebbe il rischio di vedersi annullati i finanziamenti statali e, poiché non c'è più la "diffusione militante" i giornalisti del manifesto resterebbero, in buona parte, disoccupati.Questo, per me , è il manifesto, l'unico giornale di sinistra che si possa leggere; non parliamo, per carità, di Liberazione! Credo, ma spero di sbagliarmi, che non ci sia proprio nessuno, oggi, che reputi giusto, politicamente,mettere a rischio la propria rendita per cambiare la realtà.Su questo punto, i deputati cosiddetti pacifisti sono esemplari: pur di non vedere lo scempio guerrafondaio del governo "amico", escono fuori, come gli struzzi!

 vincenzo fontana    - 30-01-2007
Caro Aragno, cos'è questa tua faziosità nel commentare le iniziative del Presidente Napolitano?
Impara un pò di obiettività e soprattutto esprimi giudizi sulle iniziative e non sulle persone.

 Franco Vecchiatti    - 30-01-2007
I fondamentalisti senza dubbi sono sempre molto preoccupanti quando pontificano. Per non "lasciarti nel dubbio" il fondamentalista sei tu.

 Patrizia Rapanà    - 30-01-2007
Caro Fontana, grazie per l'insegnamento impartito ad Aragno ed a me, che sono pienamente d'accordo con lui. Mai vista tanta lucidità in una ventina di parole: esprimere giudizi sulle iniziative dici. Accidenti! Peccato però che Aragno ha fatto proprio quello che gli chiedi, mentre i giudizii sulle persone li esprimi tu: è fazioso, deve imparare ad essere obiettivo ecc.
Ma chi ti ha insegnato questa coerenza? Il ministro Mastella con le sue leggi o il presidente Giorgio Napolitano con l'Ungheria?

 Annamaria Tranfaglia    - 30-01-2007
Questi link per capire di che si parla. Possono servire a Napolitano, a Mastella e magari pure a Fontana.

Lettera aperta al presidente della repubblica

Shoah. Intellettuali contro ddl Mastella

Perseguire per legge il negazionismo?

Negazionismo. "Serve la cultura, non il carcere"

 Lucio Bonazzi    - 30-01-2007
Iniziative e fatti:

Il governo Berlusconi approva una legge elettorale. Il presidente della Repubblica decide di scusarsi per le scelte sull''Ungheria. Il guardasigilli propone una legge che persegue le opinioni. Il presedente della repubblica equipara antisionismo e antisemitismo.

Giudizi:

La legge elettorale di Berluscioni è di stampo fascista. Il pentimento è tardivo. Le legge proposta è pericolosa. Difendere l'antisonismo non serve alla memoria delle vittime di ieri, ma tutela i carnefici di oggi.

Conclusione:

Fontana dovrebbe scusarsi.

 vincenzo fontana    - 30-01-2007
Cara Rapanà, sei tu che non hai letto bene quanto scrive Aragno. Per esempio che c'entra Togliatti: tu e lui sapete bene cos'ha fatto Togliatti da Ministro di Grazia e Giustizia nel 1947?
E cosa vi fa pensare che il Presidente Napolitano non dia seguito al proprio impegno nel ricordare la Shoah? La vostra supponenza (ed arroganza)?
Infine (per ora) riuscite ad inquadrare l'operato del Presidente in un contesto etico-politico condiviso di cui l'Italia ha vitalmente bisogno in questa tormentata fase storica (e non solo)?

 Giuseppe Aragno    - 01-02-2007
Poche parole, quelle che ritengo necessarie, ignorando accuse strumentali che puntano a scatenare una rissa. Gianni Rossi Barilli ieri, sul “Manifesto” [Maledetti di fatto], osservava con sconcerto il presidente della Repubblica accorrere “a dar man forte al papa, riconoscendo la dignità di ragioni effettive alle assurdità” della chiesa e domandando a Napolitano chi ormai “difende quella Costituzione che in teoria garantisce pari dignità a ciascuno di noi a prescindere da sesso, razza, religione ecc.”. Le posizioni assunte recentemente da Napolitano non possono e non devono meravigliare: sono in perfetta linea con quelle storicamente assunte da una parte della sinistra sin dall’alba della Repubblica e delle quali rimane traccia chiarissima negli atti dell’Assemblea Costituente. A Togliatti, che scrisse con Dossetti l’articolo 7 della carta costituzionale che, di fatto, inseriva i Patti Lateranensi nella legge fondamentale dello Stato, Piero Calamandrei ricordò anzitutto quale fosse la lettura che la chiesa dava – e in effetti dà ancora – del suo rapporto con lo Stato italiano, leggendo in aula una lettera di Pio XI che testualmente affermava: “libertà di coscienza e di discussione deve interpretarsi e praticarsi secondo la dottrina e la legge cattolica” [Atti Costituzionali, p. 2285]. E’ noto che questo non bastò a convincere Togliatti, cosi come non servì che Calamandrei gli ricordasse che “il principio della eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, della libertà di coscienza, della libertà d’insegnamento, il principio dell’attribuzione esclusiva allo Stato delle funzione giurisdizionale, tutti questi principi sono menomati e smentiti da norme contenute nei Patti Lateranensi” [Atti Costituzionali, p. 2284]. Il Pci, e Togliatti anzitutto, furono irremovibili e invano Labriola insistette, sostenendo che “l’articolo 1 del Trattato stabilisce che la religione cattolica, apostolica romana è la sola religione dello Stato”, sicché “non esiste possibilità di equivoco: lo Stato proclama la sua appartenenza alla religione cattolica” [Atti Costituzionali, p. 2250]. Con Calamandrei e Labriola si schierò Benedetto Croce, che in pieno fascismo aveva pronunciato in Senato un vibrato e coraggioso discorso contro gli accordi del Laterano, sostenendo – e non a torto - che il secondo comma dell’articolo 7 “è uno stridente errore logico e uno scandalo politico, è troppo fragile e illusorio riparo verso l’avvenire, perché offende il senso giuridico che è stato sempre così alto in Italia” [Atti Costituzionali, p. 2006]. Comunisti e democristiani esclusero che si stesse andando ad una “costituzionalizzazione” dei Patti e si stesse concedendo troppo spazio alla chiesa, ma Dossetti non poté negare che “la modifica unilaterale della disciplina esistente non può avvenire che attraverso un procedimento di revisione costituzionale” [Atti Costituzionali, p. 2227-27].
Nessuno si azzarderebbe a negarlo: Togliatti fu uomo di cultura raffinata e di grande spessore politico. Egli però sottovalutò il Vaticano e concesse alla Dc una legge sull’epurazione che scandalizzò Sandro Pertini. Ostinatamente stalinista, legò il sindacato al carro del partito, liquidò alcune delle migliori intelligenze critiche del Pci e condusse la sinistra al disastro del 1948. In quanto a Napolitano, non credo sia stato mai togliattiano, ma è oggi sulla stessa linea eccessivamente compromissoria quando dà una mano al papa e quando pone sullo stesso piano razzismo e antisionismo. Non sono io solo a dirlo, ma è anche una mia profonda convinzione ed ho diritto di esprimerla senza essere tacciato di faziosità, di supponenza e di arroganza. Ho diritto, questo sì, e lo farò, di non rispondere a chi si mette fuori dai principi fondanti di “Fuoriregistro”.


 Patrizia Rapanà    - 01-02-2007
Avevo scritto un commento che però non è passato. Lo riscrivo ma non so se sarà com'era.
"Fuoriregistro" è un punto di riferimento per coloro che amano discutere pacatamente, rispettando le regole della democrazia. Qualche volta però succede anche a questa bella rivista di incappare in lettori che non hanno argomenti da opporre agli altri e che, nostalgici diTogliatti e del suo amico "baffone", si lasciano andare ad attacchi personali del tipo sei fazioso, supponente e arrogante. Eppure la rivista è chiarissima quando invita "ad evitare modi offensivi nella forma e nei contenuti dei commenti, ad attenenersi nei riferimenti all'articolo oggetto e a non promuovere polemiche di tipo personale". Non mi costerebbe nulla rispendere per le rime, ma ho rispetto di me stessa e di coloro che leggono, perciò non lo faccio. Non sarebbe però certamente male se la redazione intervenisse per mettere fine a questa situazione sinceramente spiacevole.

 La Redazione    - 05-02-2007
Dato il ripetersi, negli ultimi giorni, di commenti eccessivamente e sterilmente polemici, poco utili ai fini di una discussione pacata e seria, quale l'argomento meriterebbe, riteniamo opportuno chiudere il thread fin qui sviluppato, nel rispetto dei nostri principi e delle nostre regole.

  Dall' Osservatorio sui Balcani    - 25-02-2007
Le foibe: che cosa abbiamo imparato?

Una riflessione di Melita Richter che prende spunto dalla recente polemica Mesic-Napolitano in occasione del Giorno del Ricordo. E' possibile, si chiede la Richter, archiviare tutto con i titoli cubitali: ''Mesic fa marcia indietro?" o ''L'impasse è stata superata?''

Durante un viaggio a Salerno nel maggio del 2001 di uno dei più grandi poeti jugoslavi, Izet Sarajlic, autore amato anche a Trieste per i suoi versi di intensa umanità, Sinan Gudzevic, il suo traduttore, lui stesso poeta, filologo e autore di "Epigrammi romani", ha raccolto la seguente testimonianza. Il tratto che riportiamo si riferisce al dialogo che nel bar "Coppola" di Salerno, il poeta condusse con una giovane donna ucraina. Il tema non poteva non addentrarsi nella questione bosniaca. Ma tocca anche noi, aggiunge una riflessione preziosa alle recenti polemiche scoppiate tra Italia e Croazia provocate dalle parole pronunciate dai due presidenti.

- Quale Bosnia, cara Oxanuska? Un paese di cui non possono individuare le frontiere sulla carta geografica? Io con il mio passaporto bosniaco posso andare al massimo al supermercato senza visto d'entrata. Sai, la Bosnia è un pullman in fiamme e l'Italia è quel martello con il quale si rompe il vetro per salvarsi.

- Non sono stati proprio alcuni italiani a uccidere suo fratello?

- Sì, cara signora, questi "alcuni" si chiamavano le camicie nere. Nel 1942 hanno fucilato mio fratello Ešo. Aveva diciannove anni. Non aveva fatto loro nulla di male, oltre a essere un membro della gioventù comunista jugoslava. E sai, mia cara, che i miei genitori per molte estati dopo la guerra trascorrevano le loro vacanze nella riviera montenegrina e per lo più di fronte all'isola di Mamula dove era stato fucilato il loro figlio. Si mettevano a sedere a guardare verso l'isola. Così anno per anno passavano le vacanze dei miei genitori. Ma devi anche sapere questo: dopo l'uccisione di mio fratello, un soldato del 55° reggimento italiano veniva sempre a casa nostra per avvisarci quando si preparavano le razzie. Quando bussava alla porta, io, allora fanciullo di dodici anni, chiedevo chi era e la sua voce diceva: io. Da quei giorni, l'Italia è stata per me quell'IO. La mia famiglia non si mise ad odiare l'Italia, anzi: mia sorella Raza si è dedicata alla letteratura e alla cultura italiana. Ha tradotto La storia di Elsa Morante e anche Pinocchio. E anche io, cara Oxanuska, anch'io ho dato qualche contributo all'amore per questa nostra Italia. Qui, a Salerno, ho avuto un magnifico amico, Alfonso Gatto, che veniva anche da me, a Sarajevo. Egli è stato un poeta senza pari, un "Vesuvio di talento" artistico. Quando veniva a casa mia si metteva a dipingere mia figlia. E sai come le faceva i ritratti? In tre o quattro pennellate. E quante volte cantavamo insieme le arie di Albinoni! A casa mia venivano a trovarmi Gianni Rodari, Luciano Morandini, poi Toni Maraini, che chiamo sorella dopo che sono morte entrambe le mie. Hai capito perché l'Italia è per me quel martello?


Chi può dire quante memorie simili giacciono nel fondo del cuore delle genti dall'altra parte del confine chiamato "orientale"? Forse ogni famiglia che vive sul palmo amaro dei Balcani ha una sua memoria che custodisce nello scrigno sigillato da dolorose elaborazioni, schegge inflitte dalla seconda guerra mondiale. Negarle? Tentare di interpretare la storia con le scorciatoie di un vittimismo unilaterale per lo più sfruttato da correnti politiche di una destra estrema? Insorgere contro i silenzi e le rimozioni storiche pretendendo silenzi e rimozioni delle memorie dell'Altro? Simili tentativi parlano del grado della maturità democratica di una nazione. Il concetto di responsabilità nel mondo democratico è altro.

Alla fine del secolo appena concluso, la scia dei nazionalismi contrapposti accompagnati da creazioni di miti fondanti di identità omologate, collettive, ha portato alla guerra i popoli slavi del sud, ha insanguinato un'altra volta il ventre molle dell'Europa. Allo stesso tempo, dai bui scenari dei Balcani ci arrivavano fiammelle di una società diversa, della possibile opposizione alla militarizzazione delle menti. Ci giungevano nette le posizioni dei movimenti pacifisti, delle donne e degli intellettuali liberi che hanno ripetutamente esaminato se stessi/e sulla questione della responsabilità e tuttora continuano a sollevarla come una delle questioni di maggior rilievo politico.

Hanno puntato il dito contro il nazionalismo, non quello degli altri, ma del proprio. Hanno denunciato l'inaudita indifferenza verso i destini di centinaia di migliaia di persone che la parte nazionalista serba aveva gettato nel lutto e resi infelici. Hanno chiesto che alle vittime venga restituita la dignità umana. Hanno combattuto contro la relativizzazione del crimine non permettendo di rimuovere una guerra con l'altra. Non hanno permesso che venisse steso un velo sul crimine commesso a loro nome. E nelle piazze e nelle strade di Belgrado, dal 1991 fino ad oggi, continuano a ripetere: "non a nostro nome". Hanno visitato i luoghi "ostili", quelli trovatisi in Stati-Nazione "nemici", luoghi difficili dove il male è stato commesso dai loro connazionali, dai "difensori della patria". Hanno preso parte nelle commemorazioni delle vittime dell'Altro. Si sono riappropriati della responsabilità e la esigono dagli altri. Hanno portato le donne di Srebrenica a testimoniare in pieno centro di Belgrado nell'aprile del 2002, per ascoltarle, per raccogliere il loro dolore, per rispettare la loro dignità. Per ampliare le loro voci affinché nessuno osi più dire: "Non lo sapevamo". Ci hanno insegnato che il dissenso dalla follia è possibile. Io, donna croata, ho ammirato il loro coraggio.

L'attuale polemica tra i due presidenti in occasione del Giorno del Ricordo, a noi, cosa ha insegnato? La scia degli interventi sulla stampa ha contribuito forse alla consapevolezza del crimine inflitto all'Altro a nome della propria identità etnica, nazionale, ideologica, culturale? E' possibile archiviare tutto con titoli cubitali: "Mesic fa marcia indietro" o "L'impasse è stata superata"... Mesic non sarà stato un bravo diplomatico, da presidente ha sbagliato. Mesic potrà un domani non fare più il presidente della Croazia. Rimarrà Stipe Mesic, uomo e antifascista. Come lo sono ancora milioni di cittadini nell'Europa, nei Balcani, nell'Istria croata e slovena, in Italia. Si potrà occultare la loro memoria storica? Si potranno proporre le mezze verità e le verità dimezzate come verità assolutizzanti? Come miti di un patriottismo fondato sul vittimismo?

Sapranno mai i giovani da una e dall'altra parte del confine che cosa ha significato il ventennio fascista nelle terre di confine? L'espressione "olio di ricino" assumerà lo stesso significato da una e dall'altra parte? Non soltanto del discorso del Duce del 1920 tenuto a Pola in cui annunciava quella che divenne la sua politica in queste terre: "Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone", gli alunni italiani non troveranno traccia nei libri di testo, non dell'incendio del Narodni Dom di Trieste, della Camera di lavoro di Pola, della Casa del Popolo di Dignano, delle tipografie dei giornali "Il Proletario", "Edinost", delle Sedi Riunite dei sindacati a Fiume, delle scorrerie delle squadre fasciste di Domenico Giunta, delle spedizioni punitive, del memoriale di Italo Sauro sui provvedimenti da adottare per una rapida snazionalizzazione delle popolazioni slovene e croate della Venezia Giulia, di quel programma "legale" di snazionalizzazione nei confronti degli sloveni e croati che il Trattato di Rapallo aveva destinato a vivere dentro i confini dello stato italiano, come scrive Enzo Collotti in "Antifascismo e resistenza nella Venezia Giulia".

Essi non potranno neppure vedere il documentario "Fascist Legacy" sui crimini di guerra italiani nei Balcani e nell'Africa documentati dalla BBC (e non prodotti dagli "slavo-comunisti"), il documentario tuttora interdetto al pubblico italiano perché erode il mito accomodante di "italiani brava gente". Non potranno neppure interrogarsi come mai i gerarchi fascisti, i 1200 italiani criminali di guerra non sono mai stati giudicati da un tribunale allo stesso modo dei gerarchi nazisti? E dell'esodo, delle foibe, avranno un insegnamento storico coretto? Quello che riconosce l'ingiustizia inflitta, le sofferenze degli innocenti e il crimine commesso in nome delle ideologie estremizzate, un insegnamento non strumentalizzato per fini di fazioni politiche parziali. Citiamo ancora lo storico Collotti che a questo proposito scrive: "Continuare a deprecare le foibe senza porsi l'obiettivo di contestualizzarne l'accaduto contribuisce a fare retorica, ad alimentare il vittimismo e a offendere ulteriormente la memoria di chi è stato coinvolto in una atroce vicenda e soprattutto di chi ha pagato, innocente, per responsabilità altrui."

Se non siamo capaci di imparare la lezione dalla storia da soli, prendiamo l'esempio da altri. Prendiamo l'esempio dall'insegnamento del rispetto delle memorie separate nelle terre che sanguinano tuttora, un esempio di straordinario significato che portano avanti dodici insegnanti israeliani e palestinesi delle superiori che non cercano di unificare le memorie, e tanto meno di cancellarle, ma di metterle a confronto, di raccogliere la narrazione dell'altro. Consapevoli che ambo i popoli sono stati traumatizzati, gli Israeliani dal ricordo del genocidio, i Palestinesi da quello dell'espulsione, si sono resi conto che sarebbe puerile chiedere loro di scrivere la stessa storia. Hanno redatto un manuale scolastico che raccoglie il racconto degli eventi storici contemporaneamente da due punti di vista, dando così la possibilità agli insegnanti e agli allievi di poter rimettere in questione i fondamenti delle prospettive storiche da ambo le parti. Per i momenti fondamentali nella storia dei due popoli sono stati scelti: la dichiarazione Balfour, la guerra del '48 e la prima Intifada. Due versioni, in arabo e in ebraico, due testi sul vissuto dei due popoli attorno agli stessi avvenimenti, a confronto, la versione israeliana e palestinese, di pari diritto. Al centro di ogni pagina uno spazio bianco che separa le due versioni in modo da consentire a maestri e allievi di scriverci le proprie osservazioni. Per correggere, completare, arricchire i testi scolastici con il vissuto delle persone in carne e ossa. Il progetto porta i nomi che godono di grande prestigio da ambo le popolazioni: Dan Bar-On, Sami Adwan, Adnan Musallam, Eyal Naveh.

Sarebbe possibile "da noi", intendendo qui un "noi" plurale, non omologante? Probabilmente no. I nostri ragazzi sono esposti alla balia della polemica mediatica lontana da un vero dibattito e all'insegnamento della storia rimossa dalle fiction televisive in bianco e nero che più nero non si può. Eppure, loro hanno sviluppato le armi dell'autodifesa. Lo dicono le testimonianze degli studenti delle scuole superiori italiane e slovene di Gorizia e Nova Gorica. Riportiamo una voce tra le tante:

"La travagliata storia di queste terre ci ha fatto guardare chi abita al di là del confine con aria di superiorità, dall'alto al basso, come chi guarda gli sconfitti, anche se poi siamo sconfitti dalla storia un po' tutti".

Di Melita Richter