Il Messaggero

Mercoledì 3 Marzo 2004

SE ANCHE ROMA DIVENTA UN OPTIONAL

di ANDREA GIARDINA


I PROGRAMMI scolastici, è noto, sono una materia esplosiva. In tempi
abbastanza recenti è capitato persino che un ministro della Pubblica
istruzione perdesse il posto per aver annunciato programmi impopolari.
Roba d¹altri tempi, ovviamente, ma l¹argomento è sempre molto delicato.
I programmi scolastici sono come le squadre di calcio, ognuno ha in
mente una formazione e tutti sono allenatori. Anche chi da mezzo secolo
non mette piede in un¹aula scolastica si sente un riformatore patentato,
un Giovanni Gentile dei nostri giorni. Ma dobbiamo anche riconoscere che
non tutte le materie sono uguali: mentre la discussione sui programmi di
matematica o di biologia è ristretta a pochi esperti, ciascuno ha
qualcosa da dire sui programmi di storia. Quando qualche anno fa esplose
il problema del Novecento, ci fu una vera e propria mobilitazione dei
mezzi d¹informazione. Nel caso qualcuno avesse dimenticato il livello di
quel dibattito, basterà ricordare il successo ottenuto dal seguente
argomento: non diamo troppo spazio al Novecento, perché in quel secolo
ci sono state mostruosità come il nazismo e il comunismo... È come se
dicessimo ai professori di fisica che non è opportuno insegnare Einstein
perché la bomba atomica è una cosa sconveniente.
È dunque prevedibile che non appena saranno diffusi i contenuti dei
nuovi programmi si parlerà soprattutto di storia. Questa volta,
tuttavia, il centro del dibattito sarà l¹antichità. Accade questo. I
programmi tradizionali erano divisi in tre cicli - elementari, medie e
superiori - durante i quali l¹insegnamento della storia era impartito
per tre volte grosso modo nella sua interezza. Questo sistema era
giustamente criticato perché ripetitivo e farraginoso. Il nuovo sistema
disegna un ciclo didattico integrato tra gli ultimi anni delle
elementari e la scuola media, con la conseguenza che la preistoria e la
storia antica risultano assegnate alle elementari, mentre il programma
della prima media avrà inizio con il Medioevo. In altre parole,
preistoria e storia antica scompaiono dalla scuola media italiana.
Diamo per scontato il tripudio per l¹emarginazione di Roma ladrona e i
lamenti per il taglio delle nostre radici, e proviamo a concentrarci
sull¹essenza del problema. Il vizio di questa riforma (come del resto di
tutte le proposte precedenti, attuate o meno) sta nella completa
scissione tra i contenuti dei programmi e le capacità cognitive degli
alunni. Tutti gli specialisti dell¹apprendimento sanno, e chiunque abbia
avuto la ventura di parlare con un bambino può confermarlo, che la
profondità temporale è una conquista difficile e graduale, e che per uno
scolaro delle elementari il passato che precede l¹esistenza tangibile
dei genitori o dei nonni è un universo alquanto omogeneo, impossibile da
segmentare o stratificare dovrebbe essere il momento ideale per
riflettere sul presente e sul passato prossimo, e per impostare le
premesse di quella conquista del tempo che potrà avvenire soltanto negli
anni successivi. Parlare di Greci e di Romani alle elementari significa
nel migliore dei casi raccontare graziose favolette. Anche le favole,
beninteso, sono utili, ma non chiamiamole storia.
L¹errore è sempre lo stesso. Si offre il massimo della cronologia a chi
ha minori possibilità di esplorare la dimensione temporale. Mentre
l¹unica vera rivoluzione dei programmi sarebbe il capovolgimento di
questa tendenza, siamo obbligati a parlare, come sempre, di dosi: un po¹
meno di storia romana, un pizzico in più di storia medievale e così via.
Con l¹aggravante che queste dosi sono simboli e racchiudono ideologie.
A chi teme che questi nuovi programmi eliminino di fatto la storia
antica dalla formazione dei giovani italiani, i fautori della riforma
risponderanno che quella disciplina sarà sempre insegnata nel biennio
delle superiori. È difficile prevedere, tuttavia, che cosa accadrà dei
programmi scolastici al di fuori della scuola dell¹obbligo, quali
saranno le caratteristiche dei programmi regionali, quale il rapporto
tra istruzione comune (³nazionale²) e istruzione regionale. È facile
inoltre prevedere che la formazione professionale, fortemente
condizionata dagli orientamenti regionali, non riceverà tempo e risorse
da dedicare allo studio di Pericle e di Giulio Cesare. Insomma, il
pericolo di un vero e proprio divorzio tra storia antica e identità
italiana è tutt¹altro che remoto. Questo aspetto non è affatto
secondario, e richiede, da parte del ministero, una grande attenzione e
la disponibilità a introdurre eventuali correzioni.

 

 

Segnalato da Alberto Biuso