Patrizia Abate - anno scolastico 2004-2005
Patrizia Abate - 11-02-2005
Noi insegnanti – si sa – un po’ tradizionalisti lo siamo; molto spesso siamo ancorati alle nostre “abitudini e sovranità disciplinari” (E. Morin) e pertanto le innovazioni ci lasciano perplessi. Ma la bozza della riforma della secondaria superiore oltre a suscitare le solite resistenze ed incertezze, desta forti preoccupazioni per taluni aspetti e contenuti che emergono.
In particolare, appare non condivisibile la scelta di relegare l’insegnamento del Diritto e dell’Economia Politica nel solo liceo economico, e ciò in contrasto con il tentativo – realizzato a partire dagli anni ’90 in poi – di diffondere la cultura giuridico-economica negli istituti tecnici, professionali ed in alcune tipologie di liceo.
La diffusione dell’insegnamento del Diritto e dell’Economia ha cercato di rispondere all’esigenza di trasmettere agli studenti non solo i saperi disciplinari, ma anche i valori ed i principi che sono i fondamenti di una convivenza e di una cittadinanza consapevole, e di far sviluppare negli alunni una responsabile coscienza civica e un’adeguata visione socio-politica del mondo.
Le moderne società globali richiedono conoscenze e competenze basilari in campo economico e giuridico e pertanto si è pensato di fornire ai discenti gli strumenti per comprendere la realtà quotidiana e per poter vivere come protagonisti attivi e consapevoli all’interno del complesso e articolato sistema economico, quale quello attuale.
Eppure nel decreto legislativo sulla scuola secondaria non c’é traccia di tutto ciò!
Dal momento che la formazione delle nuove generazioni è “un problema e un valore generale del Paese” con inevitabili ripercussioni sul tessuto sociale, possiamo chiederci se tutto ciò porterà ad una crescita di futuri uomini, cittadini, lavoratori egualmente consapevoli dei loro diritti/doveri e delle loro attività, e forniti di un’adeguata coscienza civica, di responsabilità sociale e di senso etico.
Spero che la risposta passi ben oltre la logica di riduzione delle spese o a problemi di quadratura del monte ore dei curricoli, quando molteplici voci - dall’interno e dall’esterno della scuola - invocano, anche davanti al pericoloso diffondersi di atti teppistici giovanili nella nostra società, un maggiore impegno di tutte le componenti scolastiche nell’educare ai valori della legalità e della democrazia.
E’ forse eliminando dai curricola obbligatori l’insegnamento del diritto e dell’economia che la nuova scuola, pseudo-riformata, potrà offrire adeguate risposte alle istanze della società?
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