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Autore Topic: Educazione e rieducazione nei campi per “nomadi”: una storia  (Letto 3499 volte)
aemme
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« il: 16 Agosto 2008 - 03:27:54 »

Educazione e rieducazione nei campi per “nomadi”: una storia

[Il saggio è apparso nel fascicolo “I campi per stranieri in Italia” a cura di Matteo Sanfilippo della
rivista trimestrale Studi Emigrazione, XLIII (164): pp. 857-874 per info: www.cser.it]

Luca Bravi (Università di Firenze) e Nando Sigona (Oxford Brookes University)

SCARICA L?INTERO SAGGIO
http://www.osservazione.org/documenti/Sigona-Bravi.pdf

1. Introduzione

I campi per rom e sinti hanno una lunga storia, una storia in cui l’idea della rieducazione di soggetti considerati “asociali” svolge un ruolo di primo piano. Durante il ‘900, la presunta “asocialità” di rom e sinti ha trovato diverse giustificazioni e connotazioni, salvo, però, restare, talvolta sullo sfondo, talvolta ben in evidenza, un fulcro dei discorsi che poi hanno condotto ai campi.

Il campo è il luogo dove si confina chi è percepito come diverso, una tecnologia del potere e, al contempo, un dispositivo di governance. Il “nessuna parte”, il “nonluogo”, dove relegare l’umanità in eccesso2. Il campo - e qui è possibile tracciare una linea che collega l’esperienza dei “campi nomadi” italiani ai campi profughi e ai centri di permanenza temporanea per immigrati- è il luogo dove i soggetti, persa la loro individualità, imbrigliati in categorie burocratiche massificanti, ridefiniscono se stessi sulla base di queste stesse pratiche e categorie. Questa ridefinizione non è semplice interiorizzazione meccanica di una realtà esterna e coercitiva, «il campo – piuttosto – crea e diventa chi vi abita, ne oggettiva la differenza, la costruisce e la caratterizza inseparabilmente, tanto verso l’interno quanto verso l’esterno»3.

Tra le varie definizioni in grado di cogliere oggi una delle specificità dell’Italia, quella che la descrive come il “paese dei campi” ci sembra possa rappresentare il punto di partenza per una riflessione che affonda le proprie radici nella storia europea4. L’immagine del povero zingarello ancestralmente legato al viaggio perpetuo costituisce un elemento fondante del sistema che ha prodotto i “campi nomadi” in Italia. La burocratizzazione di uno stile di vita, che aveva e, marginalmente ancora ha, una sua ragione storica, sociale ed economica, è il nodo centrale di  questo processo5. Questo passaggio prefigura un ulteriore ambito di intervento dei governi nazionali rispetto al “problema zingari”: il nomadismo rappresentava ormai da secoli un chiaro elemento di asocialità, un problema in ambito di Pubblica Sicurezza e la sedentarizzazione di soggetti ritenuti pericolosi perché in movimento, cominciava a legarsi saldamente ad un percorso di civilizzazione di cui i rom diventavano oggetto passivo di intervento. Unificato dallo spirito nomade, un intero popolo diventava soprattutto un soggetto da rieducare, da ricondurre cioè all’interno degli schemi condivisi dalla cultura dominante. Le parole di Adriano Colocci a proposito del nomadismo ci offrono un’immagine nitida di questo processo: «il Nomadismo nell’uomo elevato allarga lo spirito, lo educa alle intuizioni più vaste [...], nell’uomo inferiore, come nello zingaro [...] fomenta l’instabilità del carattere, [...] lo disusa al lavoro costante e gli facilita la cupidigia per la roba d’altri e per la donna altrui [...]. Nell’uomo inferiore il Nomadismo distrugge ogni idea di Patria»6.

“Nomadismo”, “asocialità” e “rieducazione” diventano i tre cardini intorno ai quali ruota il discorso pubblico sul cosiddetto “problema zingari” nell’ottica di una sua definitiva risoluzione7. In un simile contesto di controllo sociale e di progettazione rieducativa, il “campo nomadi” rappresenta l’unico luogo permesso al popolo rom e sinto, perché area distante dalla città civile, ma anche zona su cui continuare ad esercitare un controllo secondo norme che tutelino la sicurezza degli altri cittadini, in attesa che la pressione educativa impiegata dalle strutture statali trasformi soggetti ritenuti pericolosi in individui socializzati. Il campo è l’oggettivazione dello “stato di eccezione”, in cui la legge sospende se stessa ed in cui vengono ammassati individui che rappresentano la materia di scarto di una società coesa intorno ad un contratto sociale condiviso dal gruppo più numeroso e  con maggior potere8. Lo stato di eccezione azzera i diritti di cittadinanza9 e nega agli individui concentrati all’interno di simili aree la possibilità di vedersi riconoscere come soggetti politici attivi, ma quello stesso stato di eccezione viene tollerato perché letto come fase di passaggio per il raggiungimento di un maggior benessere sociale; la rieducazione si configura all’interno di questo spazio, come un moderno strumento volto al raggiungimento dell’obiettivo da parte del gruppo egemone.


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1 I paragrafi 2, 3 sono da attribuire a Luca Bravi; i paragrafi 4, 5 e 6 a Nando Sigona. Introduzione (1) e conclusioni (7)
sono state scritte da entrambi.
2 BAUMAN, Zygmunt, Vite di scarto,. Roma-Bari, Laterza, 2005; RAHOLA, Federico, Zone definitivamente
temporanee. Verona, Ombre corte, 2004; AUGÉ, Marc, Il senso degli altri. Torino, Bollati e Boringhieri, 2000.
3 SIGONA, Nando, I confini del “problema zingari”: rom e sinti nei campi nomadi d’Italia. In: CAPONIO, Tiziana;
COLOMBO, Asher, Migrazioni globali, integrazioni locali. Bologna, Il Mulino, 2005, pp. 267-293; si veda anche
SIGONA, Nando; MONASTA, Lorenzo (a cura di), Cittadinanze Imperfette. Rapporto sulla discriminazione razziale di
rom e sinti in Italia. Santa Maria Capua Vetere, Edizioni Spartaco, 2006.
4 EUROPEAN ROMA RIGHTS CENTER (a cura di), Il paese dei campi. Roma, Carta, 2000.
5 SIGONA, Nando, Figli del ghetto. Gli italiani, i campi nomadi e l’invenzione degli zingari. Civezzano, Edizioni
Nonluoghi, 2002; ID., Locating the “Gypsy problem”. The Roma in Italy: stereotyping, labelling and nomad camps,
«Journal of Ethnic and Migration Studies», XXXI, 4, 2005, pp. 741-756.
6 COLOCCI, Adriano, Gli zingari. Storia di un popolo errante. Torino, Loescher, 1889, p. 162.
7 SIGONA, N., Locating the “Gypsy problem”, op. cit.
8 AGAMBEN, Giorgio, Stato di eccezione. Torino, Boringhieri, 2003.
9 Quella dei rom si può definire una “cittadinanza imperfetta”, per richiamare l’espressione adoperata nel rapporto sulla discriminazione razziale di rom e sinti in Italia di Osservazione: SIGONA, N.; MONASTA, L. (a cura di), Cittadinanze Imperfette, op. cit.
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