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Autore Topic: “Milioni di passi attorno ai confini” - punto di vista sulle politiche e i Rom  (Letto 2666 volte)
aemme
Sr. Member
****
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« il: 18 Luglio 2008 - 07:08:37 »

“Milioni di passi attorno ai confini”
ovvero, il nostro punto di vista su come le politiche pubbliche affrontano la “questione rom”.


Le vicende storiche dei Rom in Europa, dagli ultimi decenni del secolo scorso ai giorni nostri, lasciano intravedere il ripetersi di politiche di esclusione e assimilazione nella vita pubblica, collocando le comunità romanì sostanzialmente al di fuori della società, dei legami sociali stabiliti, dei rapporti familiari e di vicinato.
Niente di nuovo, a ben vedere, come ricorda lo storico Andrea Zanardo nel suo saggio sugli “cingari” nella Lombardia spagnola, riprendendo le parole del Manzoni nè “I Promessi sposi”: “Quelle grida, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza dei loro autori”.
Infatti, è dalla fine del medioevo alla nascita degli stati moderni che bandi, grida e ordinanze diventano sempre più rigidi, respingendo i Rom lungo i confini di una città o di uno Stato, in cui l’organizzazione politica è più fragile o frammentaria.

Ma è proprio la successione di divieti e ordini di espulsione che si ripetono nel tempo a costituire la prova inequivocabile del loro fallimento, segnalandoci la presenza continua degli zingari.
La scelta dei territori in cui stabilirsi, è da sempre il risultato di un complesso rapporto storico e sociale tra la società maggioritaria e le comunità rom, reso parzialmente noto dai documenti dell’epoca e da una lingua, il romanès, che ci ha permesso di conoscere meglio, dalle fonti orali, la loro storia.
In Europa e solo marginalmente in Italia, assistiamo oggigiorno alla ripresa di un’antica diaspora territoriale dei rom dell’area balcanica, che segue la disgregazione politica e sociale di regimi autoritari e le guerre nazionaliste jugoslave degli anni ’90.
Un processo migratorio che si struttura attorno a nuove opportunità economiche e sociali che vengono a crearsi all’estero, come anche o soprattutto sugli squilibri economici e i cambiamenti politici interni.
“Migrazioni forzate” che si scontrano con i limiti posti alla libera circolazione delle persone, non delle merci, stabilendo uno stretto legame tra la costruzione di rigide barriere di contenimento dei migranti e normative interne che alzano i livelli di discriminazione nell’accesso al lavoro, la segregazione abitativa, l’emarginazione politica.

“Milioni di passi” (e di persone) che necessitano di informazioni, quasi sempre raccolte in forma orale, avvolte in una rete di immigrazione informale a cui appoggiarsi, in assenza dello Stato.
Nel moderno processo di costruzione dei confini e di spartizione delle aree di influenza economica, “l’inclusione territoriale”, ovvero il potere dello Stato di concedere o negare il diritto di accesso e cittadinanza ai nuovi migranti, è componente essenziale dei meccanismi di ordine e controllo sociale, fondati sul potere di esclusione.
Un tema che, come stiamo imparando a conoscere, tocca molto da vicino la gran parte della minoranza Rom o almeno, buona parte dei due terzi di quei 10 milioni che si ritiene vivano tra i Carpazi e i Balcani.

Si tratta per lo più di comunità posizionate ben al di sotto delle fonti di sostentamento vitali, messe ai margini dalle ristrette forme di protezione sociale, penalizzate dagli squilibri distributivi delle risorse interne, prese di mira da rigurgiti di violenza e razzismo nella società.
Nel “Rapporto finale sulla situazione di Rom, Sinti e Viaggianti - 2006”, il Commissario europeo per i diritti umani Gil Robles, affianca un nuovo termine al lessico politico corrente per descrivere la situazione politica all’interno dei Paesi dell’Unione e le discriminazioni che accompagnano la minoranza rom: “fastidio”.

In Italia, paese il cui tasso di “fastidio” non è certo minore alla media europea, i casi di violazione dei diritti privati ai danni dei Rom compiuti dalle Istituzioni, sono da tempo oggetto di attenta osservazione degli organismi internazionali che non mancano di denunciarne periodicamente la deriva autoritaria e gli abusi.

Come ad esempio, nei casi di interventi amministrativi, apparentemente imparziali, o di applicazione delle “normative vigenti” da parte di Enti Locali e Prefetture.
I provvedimenti più ricorrenti che riscontriamo fanno esplicito riferimento alla salvaguardia della salute pubblica, messa a repentaglio dalle precarie condizioni igienico sanitarie registrate negli insediamenti che, lungi dal prevedere delle possibili alternative, collocano i rom come soli soggetti passivi di operazioni repressive o discriminatorie, seguite dalla distruzione dei beni privati dei singoli, dagli sgomberi coatti o da espulsioni in massa.
La rinuncia al dialogo e a soluzioni migliorative non solo temporanee, si accompagnano spessissimo alla rottamazione degli strumenti normalmente in uso nel diritto amministrativo e penale, eludendo la ricerca di una mediazione dei conflitti e svelando l’esistenza di un parallelo “trattamento istituzionale differenziale”. L’immagine sociale che ne emerge è quella centrata sulla devianza, il disturbo e la pericolosità sociale che vanno pertanto sanzionati e disciplinati anche o soprattutto attraverso la inflessibile “neutralità” del diritto.
Le comunità rom e sinte rappresentano circa il 3 x mille della popolazione nazionale, sono cioè tra le meno numerose in Europa, e per circa la metà sono composte da cittadini italiani.

Non presentano neppure una concentrazione territoriale significativa, che ne possa consentire una “localizzazione” percentualmente significativa.
Non sono infatti una minoranza “territoriale”, ma una “minoranza diffusa”.
Difficilmente ascrivibili all’interno di un singolo “territorio”, vale a dire ad una porzione di spazio delimitata da un agire politico unitario e centrale, rom e sinti sfuggono alla logica “territorialista” che prevale nella gestione delle cosiddette “minoranze”. Di fronte alla logica “territorialista”, entrano in gioco la geografia politica e il rapporto sulla relazione tra luogo certo / cultura certa, su cui si fonda l’intera costruzione geografica politica della modernità, basata sul sistema degli stati-nazione (Massey, Jess, 1995).

Nel 1999 i Rom sono stati esclusi dal legislatore dal riconoscimento dello status di “minoranza linguistica nazionale” e quindi dalle previste azioni di “tutela”.

Accanto alle “percentuali numeriche legate al territorio” è prevalso un antico ostracismo politico, il cui effetto principale è quello di disconoscere che i Rom e i Sinti sono parte integrante e vitale del nostro tessuto sociale, con culture e soprattutto una lingua propria (il romanès), al pari di quei quasi 2 milioni di italiani divisi in 21 “etnie” che hanno origini e tradizioni lontanissime.
La “questione rom” rimane dunque stretta nella morsa soffocante di politiche nazionali e locali demagogiche, ancorate a indirizzi generali che privilegiano “il controllo e la solidarietà”, anziché puntare con maggiore convinzione sulla partecipazione diretta delle rappresentanze rom.
Il “disconoscimento”, costituisce l’involucro irrinunciabile per la costruzione di un immaginario sociale negativo diffuso, che spegne sul nascere gli interrogativi sull’equità delle politiche pubbliche e abbassa l’attenzione sugli episodi di razzismo presenti nella società, nelle sedi istituzionali, nei mezzi di informazione.

Nel nostro Paese, stiamo vivendo una fase delicata per la possibile estensione a larghe fasce di cittadini di diritti civili non ancora riconosciuti, come nell’ambito delle unioni familiari, o di norme che rendano possibile l’acquisizione della cittadinanza per chi non ha altro luogo giuridico o culturale di appartenenza, o ancora per il superamento di una legislazione palesemente discriminatoria in materia di immigrazione, ricongiungimenti e lavoro.

Questa occasione potrebbe tramutarsi anche in opportunità per riconsiderare le “politiche” in corso su questo tema specifico e riprendere il dialogo interrotto con le comunità rom e sinte, superando le pregiudiziali comuni e lo stridente “differenzialismo culturalista” che producono solo nuovi “confini”.



Maurizio Pagani
Giorgio Bezzecchi
Opera Nomadi Milano

Fotografie di Paolo Poce

http://www.operanomadimilano.org/appunti/articolo%20per%20sito%20opera%20nomadi.doc

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