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Autore Topic: Partecipazione Rom: quasi sempre l’oggetto e non il soggetto promotore  (Letto 2387 volte)
aemme
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« il: 18 Luglio 2008 - 07:00:29 »

Partecipazione Rom

Campi e scuola. Tra questi due ambiti si muovono le politiche sociali per i rom, che troppo spesso però finiscono in fallimento. Nazareno Guarnieri, rom dell’Opera Nomadi dell’Abruzzo, ci propone una visione critica e qualche alternativa.

Le comunità più antiche vivono in Italia da più di 500 anni, eppure l’integrazione tra rom e italiani resta un obiettivo mancato. Sopravvivono pregiudizi, stereotipi, sfiducia reciproca. E troppo spesso l’unica soluzione è rappresentata dai campi nomadi.
Ma davvero non sono possibili altri percorsi di integrazione per una convivenza pacifica? Ne abbiamo parlato con Nazareno Guarnieri dell’Opera Nomadi abruzzese, critico verso le politiche sociali e le attività della società civile sui rom, quanto orgoglioso del successo dei progetti abruzzesi con queste comunità.

“Per comprendere a fondo le difficoltà e il fallimento delle politiche sociali di integrazione dei rom qui in Italia sarebbe necessaria un’analisi piuttosto complessa e uno sguardo a paesi più felici in questo senso come la Spagna o l’Ungheria, ma a mio avviso ciò che ha decretato il fallimento di tanti progetti sono alcuni fattori principali. In primo luogo, le associazioni che si occupano di rom hanno avuto un ruolo ambiguo: in linea di principio rifiutano i campi nomadi, ma poi finiscono per accettare di co-gestirli. Un atteggiamento, questo, che ha alimentato la sfiducia tra i gruppi e non ha favorito la progettazione di soluzioni alternative.

Poi, tanta parte del danno è dovuta allo scarso coinvolgimento dei diretti interessati alle politiche e, in generale, alle attività che li riguardano. I rom restano quasi sempre l’oggetto e non il soggetto promotore di iniziative e programmi sulle loro comunità.

Di fatto anche nelle associazioni che si occupano di queste problematiche sono pochissimi i rom attivi. La stessa Opera Nomadi, che è l’associazione più antica, non riesce ad avere ai vertici una dirigenza rom”.

Qual è invece la situazione dei rom a Pescara e nel resto dell’Abruzzo?
“Qui a Pescara fin dagli anni ’60 si è fatta la scelta di rifiutare i campi nomadi e di attivarsi per promuovere l’accesso agli alloggi. Questo vale sia per le comunità più antiche, che vivono in questo territorio da quasi 600 anni, sia per quelle più giovani, per lo più slave, che hanno iniziato a stabilirsi qui dagli ’60 in poi.
In seguito agli ultimi flussi migratori, le autorità locali ci avevano assegnato un terreno per un campo nomadi. Ma ci siamo rifiutati di gestirlo e abbiamo cercato di promuovere progetti per l’assegnazione degli alloggi. Oggi quel campo non esiste più, non perché sia stato sgombrato ma perché la maggior parte delle famiglie ha scelto di vivere in casa”.

Perché un rifiuto così netto verso i campi nomadi?
"Perché il campo nomadi non appartiene alla cultura rom: vivere in una roulotte senza mai muoversi significa dare vita ad una sorta di un nomadismo stanziale, un paradosso che somiglia di più a un campo profughi. E' per questo, credo, che questi luoghi finiscono col diventare covi di illegalità. Qui i ragazzi si sentono emarginati dalle società che li ospitano, e non hanno niente da fare per tutto il giorno. Io sono rom e quando ero ragazzino, circa 40 anni fa, con mio padre ci spostavamo di fiera in fiera. Non stavamo mai nello stesso posto per più di 10 giorni. Allora eravamo nomadi"

Quali sono allora le alternative?
“Bisogna fare in modo che i rom partecipino in prima persona alle scelte politiche e sociali che li riguardano. Dopo secoli di pregiudizi ed emarginazione c’è troppa sfiducia. I rom non si fidano dei ‘gaggi’, dei non rom, e la mancanza di conoscenza fa sì che anche gli assistenti sociali più preparati non siano in grado di superare queste distanze. Per queste insisto sulla partecipazione e sulla reciprocità.

Come si fa a stimolare partecipazione e reciprocità?
Bisogna aiutare le comunità a preparare professionisti e mediatori capaci. Qui a Pescara abbiamo lavorato molto in questo senso, abbiamo circa 20 ragazzi al liceo, cinque all’Università e siamo riusciti a formare otto mediatori culturali preparati. Un elemento essenziale per promuovere la partecipazione.”

Per quello che riguarda invece le politiche abitative?
Accompagnare l’assegnazione di un alloggio con un percorso di mediazione culturale facilita la strada alla convivenza. Serve sia a far accettare i rom dai residenti, sia ad incoraggiarli a non stare tutti insieme. Quando i rom partecipano ai bandi per l’assegnazione delle case infatti, avendo la possibilità di scegliere, finiscono per raggrupparsi tutti nello stesso condominio o quartiere. Una tendenza naturale per gruppi che si sentono emarginati, che però non facilita l’integrazione e finisce per dare vita a dei ghetti.
Per questo siamo felici che la Regione stia per approvare una legge che permette di assegnare le abitazioni ai rom senza farli partecipare ai bandi. In questo modo è più facile favorire una distribuzione a macchia di leopardo sul territorio.”

“Il problema dei rom è risolvibile – conclude Guarnieri – ma sono necessarie la volontà per farlo e soprattutto la reciprocità nella progettazione di interventi che coinvolgono rom e residenti.”


Elisabetta D'Agostino
20/7/2005
http://www.buonpernoi.it/ViewDoc.asp?ArticleID=5238
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