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Autore Topic: Milano - Rom a scuola - Lezione bella e non impossibile  (Letto 2640 volte)
aemme
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« il: 12 Luglio 2008 - 07:06:43 »

Qui scuola. Una lezione bella e non impossibile
Il racconto di tre professori che hanno avuto in classe minori rom

In Italia almeno due minori rom su tre non frequentano la scuola. Lo dice il ministro dell'Istruzione. Ma se sulle modalità per il "recupero" di chi non va si sta proponendo di tutto (compresa la recente idea del ministro Gelmini di inviare la Polizia nei campi, ogni mattina, per stanare chi non sale sullo scuolabus), di quell'uno su tre che a scuola alla fine ci arriva, e che potrebbe essere un traino per gli altri due, non si parla granché.

Eppure si potrebbe partire proprio da lì. Parola di chi più di ogni altro ha a che fare con il minore: gli insegnanti. Maestre elementari, professori, presidi, educatori che concrete strategie per l'inserimento scolastico dei rom le portano avanti da anni, a volte con ottimi risultati. A cominciare da quella che in molti a Milano chiamano la "maestra dei rom", Licia Brunello, 49 anni, da ben 21 impegnata nella scolarizzazione dei bimbi rom alle elementari di via Russo, alla periferia Nord-Est del capoluogo lombardo. La zona è quella del campo nomadi storico di via Idro. All'inizio, nel 1987, la scuola era il luogo pulito dove i bambini ricevevano cibo e cure. Oggi che il campo è regolare in toto, il progetto attivato mira all'inserimento nella società dei bimbi e delle loro famiglie. «Un duro compito, ma che dà soddisfazioni: oggi mi ritrovo in classe i figli dei primi rom arrivati, tutti ben inseriti». Quale la ricetta vincente? «Un dialogo aperto, senza timori, e un vero lavoro di rete fra istituzioni. Con i bambini rom, serve solo più pazienza all'inizio rispetto agli altri, perché meno portati a stare alle regole», spiega la maestra, «con i genitori, invece, il venirsi incontro è d'obbligo. Le famiglie fanno molta difficoltà a instaurare una relazione e mantenerla».

Difficoltà che, con il passaggio alle scuole medie, aumentano: è qui che le sporadiche assenze delle elementari diventano spesso abbandoni. «Questo non avviene se alunno e famiglia si sentono parte della rete scolastica, e non abbandonati a se stessi», interviene Angela Quattrone, docente di italiano alla scuola media Alvaro, zona Corvetto, Sud di Milano, destino di decine di minori del campo di Vaiano Valle e di quello che c'era in via San Dionigi, sgomberato a settembre. «Una rete che comprende anche mediatori, associazioni e fondazioni, come Casa della carità e Nocetum, che si occupano del trasporto, del doposcuola, dei rapporti con i campi». Vietate però le pratiche assistenziali. «A parte la tolleranza iniziale sulla frequenza, dai rom pretendiamo lo stesso che dagli altri», continua la docente, «nelle riunioni ricordiamo ai genitori che oltre a essere un dovere, la scuola è per i loro figli un diritto, un investimento. E questo funziona: i minori sono ogni anno più motivati e capiscono che lo studio li può portare a non subire quello che stanno vivendo oggi i loro padri».

Se oggi i numeri di diplomati sono ancora bassi, e a portare a termine le medie sono soprattutto ragazzi («le ragazze rom sono presto mamme, però quest'anno c'è stata la prima che ha finito la scuola», dice Quattrone), il post scuola dell'obbligo rimane per il minore rom un grande punto di domanda. Lo sa bene Anna Zoppi, preside della scuola media Trevisani, zona Gorla, Milano. Una scuola in cui il 50% degli studenti è straniero. «Niente da dire sulla disciplina, i ragazzi rom si comportano come tutti gli altri, italiani e non», spiega la preside. «Nella didattica, in presenza di lacune teoriche cerchiamo di far ricavare loro le conoscenze dalla manualità, attraverso laboratori di falegnameria, giardinaggio, cucina». Strumenti che, offerti sia da scuole medie come la Trevisani sia da Ctp (Centri territoriali permanenti) del territorio sotto forma di tirocini o "150 ore", possono essere il ponte per un lavoro futuro.

«Un ragazzo di 18 anni che ha fatto questo percorso è assunto come aiuto-cuoco in un ristorante serio, e altri sono sulla buona strada come idraulici, elettricisti», rivela Donatella De Vito, coordinatrice della Casa della carità. «I ragazzi vedono nei tirocini una valenza pratica della scuola che li spinge a non abbandonare gli studi».

http://beta.vita.it/news/view/83355/
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