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Autore Topic: Casilino 900, rom artisti costruiscono la loro casa  (Letto 2603 volte)
Luisa
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« il: 30 Giugno 2008 - 11:45:59 »

L’Unità-Roma 29-06-08
rom artisti costruiscono la loro casa
Oggi la posa della prima pietra in barba al timore degli sgomberi. Il progetto alla Triennale di Milano

di Luciana Cimino

LA CASA Oggi gli abitanti di Casilino 900 cominciano a costruire una nuova casa. In barba ad ogni timore di sgombero, tenteranno di realizzare un prototipo di abitazione alternativo ai container dei mega campi rom. Non una baracca (nessuno sceglie di viverci, me- no che mai i bosniaci che prima della guerra in Jugoslavia avevano appartamenti e lavori dignitosi) ma un’opera che sarà esposta alla Triennale di Milano. Sarà nel momento stesso in cui prenderanno in mano un martello per intervenire sul loro ambiente che i rom compiranno già, in qualche modo, un atto artistico. Se per esso intendiamo il tentativo «di comprendere la realtà, tradurla, rappresentarla, raccontarla, trasformarne i problemi in risorse».

Demiurghi di quest’operazione sono gli Stalker, un collettivo di artisti e architetti. Il nome è preso in prestito dall’omonima pellicola del regista russo Tarkovskij. «Non siamo un gruppo formalizzato – spiega l’architetto Francesco Careri, uno dei fondatori - ci piace dire che Stalker è una cosa che accade, una situazione. Chi partecipa all’azione è Stalker, per un giorno o per un anno, non siamo un movimento esclusivo ma inclusivo».

Talmente inclusivo che attorno ad esso, nel 2002, è nata una rete, l’Osservatorio Nomade, costituitasi dai rapporti con le realtà che Stalker ha incontrato nel tempo.

«Stalker non riesce a chiudere con i luoghi in cui lavora, si creano relazioni affettive e durevoli». Sono quindi Stalker i rom di Casilino 900 e quelli di Campo Boario, gli studenti che hanno lavorato su Corviale, i curdi del centro Ararat che con loro hanno costruito Tappeto volante, una rielaborazione in corda e rame del soffitto ligneo della Cappella Palatina di Palermo realizzato con 41472 corde di canapa con terminali in rame che scendono da un telaio sospeso. L’opera, di proprietà del Ministero degli Affari Esteri, è stata di recente esposta al Macro ma ha viaggiato per otto anni nel mondo (da Tunisi, a Venezia passando per Sarajevo, Tirana, Salonicco, Cairo, Amman, Damasco , dallo Yemen all’Arabia Saudita, al Qatar, al Pakistan, dall’Oman a Otranto) per mostrare gli stretti legami culturali che uniscono fra loro i paesi del Mediterraneo. «Questo lavoro è emblematico della capacità che ha l’arte di costruire il futuro, è la cosa più bella che abbiamo prodotto per noi che, appunto, non costruiamo oggetti ma percorsi».

Percorrere, camminare, esplorare, perdersi nel «lato oscuro» della città come atto primario di trasform-azione del territorio e quindi come pratica artistica. È questa la cifra stilistica di questo movimento che guarda all’erranza paleolitica così come al dadaismo, ai situazionisti, alla Land art di Robert Smithson, all’arte relazionale, a Pier Paolo Pasolini. «Nel ’96 - ha raccontato Careri al nostro giornale qualche anno fa - gli abbiamo dedicato un omaggio. Avevamo trovato una poesia senza titolo che raccontava Roma dopo una giornata di pioggia, l’acqua sull’asfalto e questa città di prostitute, gru e palazzoni in costruzione che si rifletteva in questo specchio blu. Diceva: "In questa strada blu d’asfalto". Allora abbiamo dipinto di blu 300 metri di strada, al Mandrione. La gente camminava sopra la poesia che noi avevamo fotocopiato su fogli blu attaccati per terra. In quegli anni nessuno pensava a Pasolini come a un camminatore. E invece, se si guardano i suoi film quest’aspetto è evidente: in Mamma Roma c’è una sequenza lunghissima del bimbetto che cammina nel parco dell’acquedotto, il film è tutto sull’andare. E siamo in sintonia con la sua etica.

Abbiamo quest’utopia dell’impegno, del riuscire a trasformare le cose da dentro». Se le tecnologie permettono la riproduzione identica del reale, ecco allora che l’arte per esser tale deve agire su di esso. Stalker interviene, andando a piedi, nel negativo della città costruita, nelle aree interstiziali e di margine, negli spazi abbandonati o in via di trasformazione, e cioè in quelli che nel suo manifesto sono chiamati Territori Attuali, «difficilmente intellegibili, e quindi progettabili, perché privi di una collocazione nel presente, e quindi estranei ai linguaggi del contemporaneo. La loro conoscenza non può che avvenire per esperienza diretta».

Il percorso stesso è una mappa cognitiva, «un atto di conoscenza per raccontare fenomeni urbani che gli altri non riescono a leggere e dare le chiavi per la loro trasformazione». Per questo hanno «attraversato» Corviale, affittando nel 2004 una casa al nono piano e realizzando con gli abitanti la tv di quartiere («volevamo capire come il serpentone stava cambiando e qual era l’immaginario che i romani avevano costruito su esso»), hanno seguito i rom kalderesh di Campo Boario nel loro peregrinare dopo gli sgomberi, hanno macinato chilometri sulle rive del Tevere e dell’Aniene alla ricerca del variegato mondo delle baraccopoli, hanno invitato la popolazione lo scorso giugno allo Sleep Aut, la pratica del dormire con i sacchi a pelo per strada.

Sembrava un successo la partecipazione di mille persone (fra cui artisti come i Tete de Bois e Ascanio Celestini) ma a loro non è bastato: «su una popolazione di 3 milioni di abitanti quanti riescono ancora a indignarsi per gli sgomberi coatti?».

«Si può essere esemplari anche nel demolire le baracche – si legge in una lettera che il collettivo ha inviato al sindaco Walter Veltroni nel 2004 dopo lo sgombero del campo di Testaccio - Forse una cerimonia di addio sarebbe stato chiedere troppo, ma far sapere a quelle persone dove sarebbero andate ad abitare qualche giorno prima di demolire loro la casa sarebbe stata una normale regola di educazione civica».

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