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Mario Amato
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IL CAVALLO A DONDOLO
Storia per bambini
 
“Nel piccolo mondo in cui tutti i bambini, comunque vengano educati, vivono la loro vita, non c’è nulla di più sentito e avvertito dell’ingiustizia, anche se si tratta di una ingiustizia di poco conto; ma il bambino è piccolo e piccolo è il suo mondo, e il suo cavallo a dondolo è per lui molto più alto di lui, e lui lo vede e lo considera come un cavallo da caccia irlandese dalle ossa grossa.”
Charles Dickens, Grandi Speranze

Frenzifré non era il suo nome, ma fin dalla nascita così lo avevano chiamato i genitori.
È un nome noto fra i bambini che amano le sue fiabe, ma pochi conoscono la sua storia e l’importanza che in essa ha il suo cavalluccio a dondolo. Si può affermare, senza tema di smentita, che è stata l’amicizia con quel giocattolo a trasformare Frenzifré in un narratore di meravigliose fiabe per bambini. Anche ora il nostro novellatore, ormai avanti con gli anni, a volte usa intrattenersi a lungo con i suoi giocattoli di un tempo e soprattutto con il cavallo a dondolo.
È trascorso molto tempo dal giorno in cui Frenzifré ricevette in dono, per il suo primo anno di vita, il cavalluccio di legno. Appena lo vide, comprese che era davvero un bel regalo, ma gli sembrò troppo grande e provò un poco di timore, sebbene non riuscisse a staccare gli occhi da Tornado. Questo era il nome del cavallo.
Come tutte le sere, la madre preparò la cena. Era proprio un bel quadro di tranquilla e felice vita familiare: padre, madre e figlio intorno attorno al tavolo della cena. Frenzifré tuttavia non mangiava, ma lasciava sentire il suo pianto dall’alto del seggiolone ed i genitori pensarono dapprima che stesse male. Misurarono la febbre, toccarono la fronte, provarono a farlo giocare, ma il bambino continuava a lamentarsi sempre più forte. Finalmente il padre ricordò di aver lasciato Tornado in salotto ed andò a prenderlo. Frenzifré guardò il suo nuovo amico e questi –incredibile a dirsi– rivolse un cenno, impercettibile ai genitori ed a qualsiasi adulto che si fosse trovato nella stanza, ma non al bambino. Ed anche ad altri bambini sarebbe stato chiaro quel segno, ma noi adulti, o almeno la maggior parte di noi, abbiamo dimenticato che solo i cuori ingenui vedono ciò che rende poesia la vita e non siamo disposti a credere ai fanciulli che ci raccontano i loro meravigliosi sogni ad occhi aperti. Questo è veramente strano: crediamo alle bugie di coloro che governano il mondo, crediamo che esistano guerre giuste, e non prestiamo fede ai nostri simili più piccoli e più sinceri. Noi pronunziamo menzogne per scopi meschini e non ci fidiamo di chi non ha interessi materiali, ma possiede una visione più ampia della nostra, perché riesce a vedere l’invisibile e l’incredibile.
Fatto è che Frenzifré si calmò improvvisamente e mangiò di gusto il pasto cucinato con amore dalla mamma. La madre, dopo cena, collocò il bambino a cavallo di Tornado ed egli manifestò la sua gioia con gemiti, risa e sorrisi, tipici di quell’età.
La notte giunse e con essa il sonno, ma verso l’alba Frenzifré si destò, perché aveva sentito qualche lieve sospiro. Guardò i visi di mamma e papà che dormivano tranquillamente. Si calò dal suo lettino e, un po’ gattonando un po’ camminando, si recò da Tornado. Era proprio un bel cavallo: fulvo con piccole macchie nere, con un criniera bionda come la grande coda e con una sella rossa.
Tornado voltò lentamente la testa e parlò: << Frenzifré, sali. È tutta la notte che ti aspetto. Facciamo un giro>>. Si chiamava Tornado e naturalmente, per fedeltà al suo nome, era in grado di galoppare più veloce del vento, ma egli sapeva anche che ora era il cavallo di un bambino e si mosse, quella prima sera, con cautela, raccomandando a Frenzifré di tenersi ben stretto al suo robusto collo.
Dove Tornado portasse Frenzifré quella prima felice alba non è dato di sapere, salvo che uno dei due personaggi non decida un giorno di raccontarlo. Quel che è veramente importante sapere è che durante la cavalcata Tornado raccontava al bambino bellissime storie con voce dolce, come sono le parole delle madri che narrano fiabe, perché è l’amore che parla.
Madre e padre trovarono Frenzifré a cavallo di Tornado: ambedue ondeggiavano lievemente. Essi non sospettarono nulla del viaggio intrapreso dal loro piccolo figlio. E come avrebbero potuto?
Dopo quell’episodio fantastico accadde molte volte che Frenzifré giocasse con il suo nuovo compagno di legno a quattro zampe e andasse in giro. Tornado naturalmente narrava storie.
Il bambino era naturalmente troppo piccolo per comprendere i racconti di Tornado, ma la voce era suadente e lo rassicurava. La maggior parte erano racconti di cavalli famosi che correvano per ogni parte della terra ed anche per le praterie del cielo fra gli astri sfavillanti.
Alla presenza di adulti, però, Tornado non proferiva parola e non si muoveva, ma quasi per un tacito accordo fra i due amici, Frenzifré non si lamentava di questo silenzio e di questo stare completamente immobile del cavalluccio, come se comprendesse che quelle avventure e quei discorsi dovessero restare un segreto.
Iniziò il periodo della parola e Frenzifré poteva ora conversare con Tornado, tanto che durante le scorribande pomeridiane o notturne lo tempestava di domande su ogni luogo della terra e sui nomi delle stelle, ma poi taceva e lasciava che la voce raccontasse altre favole.
Venne il primo giorno di scuola. Frenzifré entrò con timore nell’edificio grigio: c’erano tanti altri bambini e c’era la maestra seduta in alto, ma un sorriso tranquillizzò tutti.
Quante cose avrebbe avuto da raccontare a Tornado!
In quel primo periodo di scuola il bambino non dimenticò il suo amico ed ora era lui a narrare. Tornado ascoltava e rivolgeva domande.
Col tempo però qualcosa cambiò: Frenzifré aveva nuovi amici e sempre meno visitava Tornado.
Il piccolo cavallo a dondolo non era geloso, ma rimpiangeva le notti trascorse con il bambino, il suo sorriso, le sue infinite domande, le gite su boschi, su monti innevati e su città, su deserti e su tetti dorati d’Oriente, vicino all’arcobaleno o accanto alla linea dell’orizzonte. Sebbene sapesse che è destino di tutti i giocattoli essere riposti in soffitta e dimenticati, qualche volta dai suoi grandi occhi sempre aperti scivolava una lacrima.
Per Frenzifré giunse l’adolescenza e giunsero altri sogni: l’amore, nuovi amici.
Tornado fu preso e portato nel sottotetto.
Come è triste un giocattolo che più nessuno usa!
Quel compagno dell’affacciarsi nel mondo non ha chiesto niente in cambio della sua amicizia e del suo amore; non era parte del nostro mondo, ma era il nostro mondo, del tutto ignoto agli adulti.
Frenzifré pensava ogni tanto alla sua infanzia e al cavallo a dondolo e si domandava come avesse potuto essere tanto sciocco da credere che un giocattolo di legno potesse galoppare e trottare sopra i tetti della sua città o per i sentieri della via lattea, per giunta raccontando fiabe! E tuttavia nel suo cuore nasceva, a questo pensiero, un senso di tenerezza ed allora si accorgeva che l’antico affetto per il suo piccolo compagno non era del tutto estinto.
Tornado riposava nel solaio, invecchiato, coperto di polvere, le zampe indebolite dall’inattività, la coda bassa e spelacchiata, la criniera rada, gli occhi tristi.
Frenzifré divenne adulto, si sposò, come tutti gli uomini ebbe piccoli e grandi dolori, piccole e grandi gioie.
Una sera, mentre leggeva al suo piccolo bambino una fiaba, ricordò Tornado. Chiuse il libro e raccontò la storia sua e di Tornado. Il figlioletto si addormentò. Ed anche la sua amata moglie s’addormentò.
Frenzifré in punta di piedi si recò nel lucernaio: bauli, vecchi quadri, soprammobili polverosi, album di fotografie. Tutto era ammassato alla rinfusa. Dov’era Tornado? Lo aveva forse dato via oppure l’aveva gettato nella spazzatura? Lo aveva fatto a pezzi e bruciato durante un freddo inverno? Un tremito lo pervase e lo assalì un pianto incontenibile.
Allora chiamò fra i singulti “Tornado”. Un gemito o un lieve nitrito giunse da qualche luogo della soffitta; l’uomo cominciò a cercare; un lento rumore di zoccoli si udiva provenire da qualche angolo. Finalmente arrivò presso il cavallo: com’era ridotto! Povero Tornado!
Tornado girò la testa verso di lui e sorrise: era lo stesso sorriso di quando s’erano incontrati la prima volta. Ambedue avevano conservato un cuore fanciullo. Frenzifré si chinò, lo abbracciò, gli carezzò l’incanutita criniera, chiese perdono per la sua dimenticanza. Si pentiva di averlo sepolto non solo nella soffitta ma anche nel suo cuore. Domandò di ascoltare le storie di una volta. Tornado rispose che egli era fatto di legno come gli alberi che non dimenticano e acconsentì con felicità. Così trascorsero la notte.
Molte cose accaddero: mentre Tornado raccontava il suo pelo tornava del bel colore d’un tempo e le sue zampe ritrovavano il vigore della giovinezza.
Al mattino, quando il figlioletto di Frenzifré si destò, trovò nella sua camera un bel cavallo a dondolo.
A volte, mentre il bambino gioca con il suo amico di legno, il padre apre senza farsi sentire la porta: li vede che dondolano piano piano, ma egli sa che è soltanto una sua illusione e che essi in realtà galoppano fra le stelle fiammeggianti.